15/05/2026
Tra colpa e silenzio: abitare il trauma nella relazione analitica
Il senso di colpa, in chi ha subito un abuso, non si presenta come un semplice effetto del trauma. Piuttosto, tende a costituirne il nucleo più duro, più resistente, quello che non si scioglie ma si organizza, si stabilizza, fino a diventare una sorta di punto di tenuta dell’intero assetto psichico. Non è una colpa che si pensa: è una colpa che si incista. Rimane lì, opaca, poco accessibile, e soprattutto tende a riprodursi non nel linguaggio ma nell’agito.
Il riferimento a Sándor Ferenczi resta qui decisivo. Nella confusione delle lingue il bambino, esposto a una sessualità che non può tradurre, è costretto a un’operazione radicale: per non perdere l’oggetto deve perdere se stesso. E ciò che prende forma è una colpa che non nasce da un desiderio, ma da una necessità di sopravvivenza psichica. Se qualcosa è accaduto, deve pur avere un senso — e quel senso non può che essere trovato dentro di sé.
È una colpa che protegge. Protegge da qualcosa di più radicale: dall’esperienza di essere stati completamente esposti all’altro, senza difesa, senza possibilità di sottrazione. In questo senso è meno angosciante pensarsi colpevoli che riconoscersi come oggetto.
Ma proprio perché difensiva, questa colpa è anche rigida. Non passa attraverso il lavoro della rappresentazione. Non apre alla riparazione. Si organizza piuttosto in forme ripetitive, in configurazioni in cui il soggetto torna, spesso senza saperlo, su quella stessa scena. A volte arrivando perfino a esporsi nuovamente all’abuso. Non per desiderio, ma perché quella è l’unica forma in cui la colpa può essere messa in scena, resa concreta, quasi governabile. Il concreto, in questi casi, prende il posto del pensiero.
In questa direzione, è interessante ricordare come già Sigmund Freud avesse messo in evidenza che, in alcune configurazioni, il senso di colpa può precedere l’atto e trovare nell’azione una sorta di aggancio, quasi un punto di scarica. Non è l’atto a produrre la colpa, ma la colpa a cercare una scena in cui potersi iscrivere. In questi casi, l’agito non libera, ma organizza: dà forma a qualcosa che altrimenti resterebbe diffuso, non localizzabile, non pensabile.
Si potrebbe dire, allora, che in alcune situazioni cliniche non sia tanto in gioco un senso di colpa riconosciuto, quanto qualcosa di più radicale, vicino a un bisogno di punizione che non trova rappresentazione. Ma, nel campo del trauma, questo movimento assume una qualità diversa: non si struttura come esito di un conflitto interno, bensì come tentativo di dare un limite a un’esperienza che limite non ha avuto. L’esposizione al danno, ripetuta o cercata, può allora funzionare come un modo paradossale di circoscrivere, di rendere finito ciò che, nella sua origine, è stato senza confini.
E qui diventa importante tenere presente che il trauma non è sempre un evento unico, circoscritto. Più spesso, nella clinica, ciò che incontriamo è una trama fatta di intrusioni ripetute, di microfratture, di mancate protezioni. In questo senso, il concetto di trauma cumulativo di Masud Khan aiuta a orientarsi: non è solo ciò che accade, ma ciò che non viene tenuto, non viene riconosciuto, non trova un argine. È l’accumulo che disorganizza, che scava, che erode la continuità dell’esperienza di sé. E in questa erosione la colpa attecchisce con ancora più forza, perché manca un altro che possa dire: qui qualcosa non andava.
Quando poi il tentativo di raccontare incontra incredulità, banalizzazione, oppure risposte troppo rapide, troppo correttive, si produce una seconda ferita. Il soggetto si trova nuovamente solo, non visto. E allora la colpa non solo resta, ma si irrigidisce. Diventa ancora più necessaria.
A questo livello, la questione della memoria diventa centrale. Non sempre ciò che è stato vissuto è disponibile al ricordo. Più spesso si tratta di tracce che non hanno trovato accesso alla rappresentazione e che rimangono come iscrizioni implicite, corporee, affettive. La rimozione, così come pensata da Sigmund Freud, non esaurisce queste configurazioni: accanto a ciò che è stato rimosso, vi è ciò che non è mai stato pienamente registrato come esperienza pensabile. Si potrebbe dire che, nel trauma precoce, più che una dimenticanza, siamo di fronte a una forma di amnesia che non cancella ma sottrae alla possibilità di narrazione. Ciò che non può essere ricordato tende allora a ritornare sotto forma di sensazioni, di stati, di agiti. In questo senso, il “ritorno del rimosso” assume qui una qualità diversa: non tanto il riemergere di un contenuto dimenticato, quanto l’insistenza di qualcosa che non è mai stato davvero pensato.
È proprio in questo spazio — tra ciò che non si ricorda e ciò che non si può ancora pensare — che la colpa trova una delle sue forme più tenaci di organizzazione.
Nel lavoro analitico questo punto è estremamente delicato. Perché la colpa non pensata tende a riattivarsi nel transfert. Non sempre in modo evidente. A volte attraverso piccoli spostamenti, richieste implicite, movimenti che mettono alla prova il setting, che sfiorano il confine, che cercano — senza dirlo — una risposta dall’analista. Altre volte in forme più manifeste, in cui il paziente sembra spingere verso una scena, verso un agito.
Il rischio è che il pensiero venga saturato. Che la seduta si chiuda. Che qualcosa venga fatto invece che pensato.
Ed è qui che il controtransfert diventa un punto sensibile. L’analista può sentirsi tirato dentro: spinto a proteggere, a intervenire, a chiarire. Oppure può sentirsi confuso, irritato, impotente. A volte anche lui rischia un restringimento del campo mentale, come se la violenza entrasse nella stanza non come contenuto, ma come modalità. Come urgenza.
Il controtransfert con pazienti che hanno subito abusi si organizza spesso attorno a una tensione difficile da sostenere: da un lato il bisogno dell’analista di non invadere, di non forzare, di non riprodurre una pressione traumatica; dall’altro il rischio, altrettanto reale, di ritirarsi troppo, di rifugiarsi in un’interpretazione “pulita”, formalmente corretta ma affettivamente distante, che lascia il paziente nuovamente solo nella sua esperienza.
In questi casi, il pericolo non è soltanto tecnico ma profondamente clinico: l’interpretazione distanziata può diventare una forma raffinata di ripetizione traumatica. Il paziente, che ha vissuto una condizione di passività forzata, può ritrovarsi di nuovo in una scena in cui qualcosa accade “su di lui” senza che vi sia un reale incontro. L’analista parla, interpreta, magari coglie anche elementi corretti, ma resta fuori. E questo “fuori” rischia di essere vissuto come una nuova forma di abbandono.
Il controtransfert è allora segnato da movimenti oscillatori: una spinta a proteggere, a riparare, che può condurre a un eccesso di cautela o a una sospensione del lavoro interpretativo; oppure, al contrario, un irrigidimento tecnico, una sorta di rifugio nella teoria che difende l’analista dall’impatto emotivo della violenza. In entrambi i casi, ciò che rischia di perdersi è la possibilità di una presenza affettivamente implicata ma non intrusiva.
Il nodo clinico riguarda la passività. Il paziente abusato ha conosciuto una passività imposta, spesso confusa con forme di coinvolgimento o eccitazione. Se l’analista, per timore, si ritrae troppo, può inconsapevolmente confermare quella posizione: il paziente resta solo con qualcosa che accade dentro di lui ma che non trova un interlocutore vivo. Allo stesso tempo, un intervento troppo diretto o precoce può essere vissuto come una nuova intrusione.
Si tratta allora di una posizione estremamente delicata: una presenza capace di sostare. Non invadere, ma neppure ritirarsi. Non sapere troppo in fretta, ma neanche lasciare il paziente senza un segno di partecipazione psichica.
In questa prospettiva, il controtransfert diventa uno strumento essenziale. Le sensazioni dell’analista — disagio, tensione, senso di impotenza, talvolta distanza — non sono semplicemente reazioni da controllare, ma possono costituire la prima forma in cui l’esperienza non rappresentata del paziente trova un luogo. In questa linea si colloca il contributo di Jean Laplanche, che ha messo in evidenza come l’esperienza traumatica, soprattutto quando legata all’intrusione dell’altro, trovi nel corpo e nella relazione le sue prime modalità di iscrizione e di riattivazione. In questa stessa direzione, nei miei lavori ho sottolineato come il corpo — anche quello dell’analista — diventi luogo sensibile in cui il trauma si rende percepibile prima ancora che pensabile.
Il rischio maggiore è che l’analista non tolleri questi stati e si difenda: o attraverso un eccesso di distanza, o attraverso una vicinanza che resta dichiarata ma non trasformativa. Il lavoro richiede invece di attraversare questa zona senza riempirla troppo rapidamente.
In termini più radicali, il paziente abusato sembra porre all’analista una domanda implicita: puoi restare in contatto con ciò che è accaduto senza trasformarlo subito, senza sottrarti, senza ripeterlo?
La risposta non è mai data una volta per tutte. Si costruisce nel tempo, nei dettagli, nei micro-movimenti della relazione. Quando questo accade, qualcosa della passività traumatica può lentamente modificarsi: non più solo una condizione subita, ma un’esperienza che può cominciare a trovare un luogo condiviso.
Il lavoro allora non è opporsi frontalmente alla colpa, né rassicurare il paziente. Sarebbe un modo, anche questo, per chiudere troppo presto. Si tratta piuttosto di sostare. Di mantenere aperto uno spazio in cui ciò che tende all’agito possa, lentamente, trovare una forma pensabile. Di tollerare il non sapere, senza riempirlo.
E, allo stesso tempo, di non restare soli. Perché questi materiali, se non condivisi e pensati, possono saturare anche la mente dell’analista, irrigidirla, o spingerla verso risposte difensive. Il pensiero, qui, ha bisogno di appoggiarsi: nella supervisione, nel confronto, nel lavoro comune. Non per alleggerire il caso, ma per renderlo pensabile.
Il movimento che si cerca di sostenere non è quello di cancellare la colpa, ma di sottrarla alla necessità della ripetizione. Quando può essere avvicinata, nominata, attraversata, smette lentamente di imporsi come unica modalità di organizzazione dell’esperienza. Non si tratta di una liberazione improvvisa, ma di uno spostamento progressivo: da qualcosa che accade nel fare, a qualcosa che può cominciare a esistere nel pensiero. È in questo scarto, minimo ma decisivo, che si apre la possibilità di un lavoro trasformativo.
da Prolegomeni alla psicoanalisi
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA (associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)
ph: Francesca Tilio