01/04/2026
Oggi un post informativo per rispondere a una delle domande che ricevo molto spesso in studio: cosa ne penso dei farmaci 💉"dimagranti" che stanno andando di moda (semaglutide, tirzepatide ecc).
Cercherò di spiegare come agiscono, cosa fanno e soprattutto cosa NON fanno, vista la spropositata pubblicità che stanno ricevendo ultimamente.
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Questa categoria di farmaci agisce su diversi fronti:
- rallentano lo svuotamento gastrico
- aumentano il senso di sazietà
- riducono l'appetito
Risultato? All'inizio funziona molto bene, anche perché è presente un effetto collaterale importante: la nausea 🤢.
Questo porta molte persone a ridurre drasticamente l'introito calorico e la quantità di cibo assunto nella giornata.
Poi però succede qualcosa:
La nausea diminuisce, il corpo si abitua e lentamente tornano le vecchie abitudini.
Si ricomincia a spizzicare, si torna a mangiare in modo disorganizzato e si cerca lo stesso "rifugio" nel cibo di prima.
A quel punto spesso si aumenta il dosaggio, ma non sempre basta, perché il problema non era (solo) la fame.
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Molte persone sono convinte che il loro sia un problema di fame fisiologica.
In realtà, molto più spesso, quella che chiamiamo fame è:
-risposta emotiva 😢😡😰
-gestione dello stress 🤯
-abitudine 🥱
Alla base c'è (quasi) sempre un rapporto complicato con il cibo e con il proprio corpo.
Il farmaco può ridurre il segnale biologico "richiesta cibo", ma non modifica il significato che il cibo ha nella tua vita.
Questo è il punto cruciale: se non si cambia la relazione col cibo, se non si lavora su emozioni e pattern comportamentali, alla sospensione del farmaco si torna esattamente al punto di partenza.
Non è una questione di forza di volontà.
È una questione di quanto è profondo il cambiamento.
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In studio da me si lavora soprattutto su questo 🧠 L'appuntamento non serve a verificare quanti kg sono stati persi/presi, ma a ristabilire un rapporto di equilibrio col cibo per essere in grado di gestire la propria alimentazione in autonomia e soprattutto in serenità, senza avere il terrore di non mantenere il risultato ottenuto.