19/03/2026
“I mattoni con cui costruisco la mia prigione li ho raccolti dalle macerie di un passato doloroso.”
Leggendo l’ultimo libro di Vittorio Lingiardi, “Farsi male”, ho trovato molti spunti che si intrecciano con la clinica quotidiana e con il lavoro che svolgo insieme ai miei pazienti. Questa frase, in particolare, riassume in modo potente ciò che accade nella stanza d’analisi.
Uso spesso le metafore in psicoterapia e questa immagine mi ha colpita profondamente. Le nostre sofferenze non arrivano per caso: sono un’architettura silenziosa che abbiamo costruito pezzo dopo pezzo, attingendo ai frammenti del nostro passato. Forse in molti modi diversi, forse perché siamo sempre stati abituati a farlo pur di difenderci da angosce profonde e viscerali.
E non sempre riusciamo a rendercene conto subito.
Lo facciamo, ad esempio, quando diamo voce al nostro “sabotatore interno” che sussurra che non meritiamo piacere, ma solo fatica e sacrificio. Lo facciamo quando restiamo in relazioni (sentimentali ma anche amicali) che ci prosciugano perché il dolore ci è più familiare della gioia, e scappiamo da una relazione sana trovandola quasi “noiosa”. O ancora, quando ci sfiniamo di lavoro o di studio per soddisfare standard esterni o una scala sociale che impone tempi inumani e poco soggettivi.
In clinica parliamo di intreccio bio-psico-sociale: siamo il risultato dinamico dell’incontro tra il nostro temperamento, la qualità delle cure ricevute nell’infanzia e il contesto di vita in cui cresciamo.
Ma capire non significa giustificare.
La riflessione più preziosa di Lingiardi è che la personalità è relativamente stabile, ma non è un destino immutabile. In terapia, insieme, facciamo esattamente questo: osserviamo quei mattoni uno per uno, lasciandoci guidare da alcune domande:
“Perché ho scelto proprio questo?”
“Che angoscia sembra contenere?”
“Mi serve ancora per sentirmi al sicuro?”
In terapia si lavora per non costruire più partendo dalle nostre macerie.