Dottoressa Tiziana Incardona Psicologa

Dottoressa Tiziana Incardona Psicologa psicoterapia e psicodiagnosi

https://www.facebook.com/share/p/1DypqQ2wA4/
11/05/2026

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📍In Giappone, c'è una parola che descrive una sensazione che proviamo tutti, ma che noi, in Occidente, siamo stati educati a non sentire mai.

È la sensazione che provi, in alcuni momenti precisi della tua vita, quando una cosa va bene. Non in modo grande. In modo piccolo. Una mattina di primavera in cui apri la finestra e l'aria ha un odore particolare. Un sabato pomeriggio in cui torni a casa con la spesa fatta, e dentro casa è silenzio, e tu metti l'acqua a bollire per un tè, e fuori c'è il sole. Una sera d'estate sul balcone, da sola, con un libro che ti piace, e nessuno ti sta cercando, e il telefono è in un'altra stanza.

In quel momento, dentro al petto, ti succede una cosa strana. Una specie di gonfiore caldo, leggero. Una pace che non sapevi di star aspettando. Una sensazione di "adesso, qui, va bene così".

E subito dopo, quasi sempre, ne succede un'altra.

Una piccola voce dentro di te dice: non ti abituare. Non goderne troppo. Qualcosa sta per accadere. La fortuna non dura. Quando si sta bene, è il momento di stare in guardia. Goditelo poco, perché tra un attimo arriverà il colpo.

Quella seconda voce, in Italia, è considerata "saggezza". È la voce della nonna prudente. Della madre realistica. Dell'amica che ti dice "ma dai, non esagerare, non ti mo***re la testa". È la voce che, generazione dopo generazione, ci ha insegnato a non goderci pienamente i momenti felici, perché la felicità, ci hanno detto, è sempre un poco sospetta.

In Giappone, c'è una parola per quella seconda voce.

E c'è una parola, anche, per la prima.

E le hanno tenute, nei secoli, separate.

La prima sensazione, quella del piccolo gonfiore caldo nel petto, si chiama shiawase (幸せ). È la felicità tranquilla, quotidiana, sottile. Non l'euforia. Non l'estasi. La piccola felicità ferma di un momento normale che è andato bene. Un tè caldo. Un sole sul muro. Un'ora di silenzio.

La seconda voce, quella che subito dopo ti dice "non goderne troppo", in giapponese si chiama shiawase wo kowasu koe (幸せを壊す声). Letteralmente, "la voce che rompe la felicità". E i giapponesi, da secoli, hanno una posizione molto chiara nei suoi confronti.

Quella voce non è saggezza. È una malattia.

È una voce che si è insediata dentro di noi attraverso generazioni di paure. La paura che chi sta troppo bene attiri l'invidia degli altri. La paura che la felicità ci renda distratti, e che la distrazione ci faccia perdere qualcosa di importante. La paura, antica e profonda, che gli dei puniscano chi è troppo contento.

I giapponesi hanno avuto, nella loro storia, mille ragioni per credere a una voce così. Hanno avuto terremoti devastanti, tsunami, eruzioni, guerre, carestie. Più di noi. Eppure, hanno fatto una scelta culturale precisa, un millennio fa, e l'hanno mantenuta.

Hanno deciso che quella voce, anche se nasce da paure reali, è il vero nemico della vita umana. E che bisognava combatterla, ogni giorno, con piccoli rituali quotidiani.

Ti racconto come fanno, perché è una cosa che vale la pena sapere.

I giapponesi hanno una tradizione antichissima che si chiama yūshoku no aida (夕食の間). Letteralmente, "il momento della cena". Non è un'ora fissa. È più un piccolo gesto interiore che si fa, ogni sera, prima di cominciare a mangiare.

In una famiglia tradizionale giapponese, prima di iniziare la cena, si dice una parola che hai già sentito. Itadakimasu (いただきます). Si traduce di solito con "grazie per il cibo", ma il senso vero è più sottile. Vuol dire "ricevo umilmente". E in quei due secondi in cui la pronunci, davanti alla ciotola di riso fumante, dovresti fare una cosa precisa.

Dovresti fermarti.

Davvero fermarti. Non a parole, dentro. Per due secondi, prima di mettere in bocca il primo boccone, devi guardare il cibo che hai davanti, e renderti conto che, in questo preciso momento, stai bene. Hai mangiato. Sei al caldo. Sei a casa. Le persone che ami sono vive. C'è elettricità. C'è acqua corrente. Tu sei sana abbastanza da poter alzare il cucchiaio.

In quel preciso momento, va tutto bene.

E la cosa importante è quella che fai dopo aver riconosciuto questo. Non ti dici "non goderne troppo". Non ti dici "domani potrebbe finire". Non ti dici "non sei una bambina, non ti emozionare per una zuppa". Ti permetti, per due secondi, di sentire che adesso va bene. E poi cominci a mangiare.

Quel piccolo gesto, ripetuto trecentosessantacinque volte all'anno, per ottant'anni di vita, fa una cosa enorme dentro chi lo pratica.

Allena la capacità di accorgersi, in tempo reale, dei momenti in cui si sta bene.

Sembra una cosa banale. Non lo è.

La maggior parte di noi, nella vita, non si accorge dei momenti in cui sta bene mentre li vive. Se ne accorge dopo, magari anni dopo, quando li perde. Una donna che ha cresciuto due figli si accorgerà, a sessant'anni, che gli anni più felici della sua vita sono stati quei pomeriggi di marzo in cui i bambini tornavano da scuola, lei aveva preparato la merenda, e tutti insieme guardavano un cartone animato sul divano. Ma quando li stava vivendo, lei non se ne stava accorgendo. Era stanca. Era preoccupata per le bollette. Era in pensiero per il marito. Era irritata perché qualcuno aveva sporcato il pavimento appena lavato.

Quei pomeriggi felici, lei non se li è goduti mentre li viveva. Se ne sta accorgendo trent'anni dopo, mentre piange.

Questa è la tragedia umana per eccellenza. Le persone non riconoscono i momenti felici nel momento in cui li vivono. Li riconoscono solo dopo, in retrospettiva, quando non possono più tornarci.

I giapponesi, attraverso il loro itadakimasu e altri piccoli rituali simili, hanno costruito un piccolo allenamento quotidiano per non cadere in questa trappola. Per fermarsi, almeno una volta al giorno, davanti a una scena della propria vita, e dire dentro di sé: adesso va bene, e io me ne sto accorgendo.

Quel gesto è uno dei più rivoluzionari che un essere umano possa fare.

Adesso fai una cosa, leggendo. Pensa alla tua giornata di oggi.

A che punto sei della tua giornata, mentre leggi questo? Mattina? Pomeriggio? Sera? Notte?

E pensa, andando indietro di qualche ora, se in questa giornata c'è già stato un momento in cui ti sei sentita bene. Anche piccolo. Anche solo per un secondo. Il primo sorso di caffè della mattina. Una luce che entrava dalla finestra in un modo particolare. Una telefonata di un'amica. Un attimo di silenzio fra una riunione e l'altra. Il momento in cui sei tornata a casa e ti sei tolta le scarpe.

Probabilmente sì. Probabilmente, dentro la tua giornata, c'è già stato almeno un momento di shiawase.

E quel momento, com'è andato? Te ne sei accorta mentre lo vivevi? O ti è scivolato addosso senza che lo registrassi davvero, e adesso, ricordandolo, ti rendi conto che era un momento bello, ma non lo avevi onorato?

Non importa. Sei in tempo. La cosa che voglio dirti è che, da domani, puoi cominciare a fare diversamente.

Scegli un momento piccolo, piccolo. Non ambizioso. Non importante. Sceglilo apposta piccolo.

Il primo sorso di caffè della mattina. Il momento in cui apri la finestra della cucina. Il momento in cui ti siedi al tavolo per pranzo. Il momento in cui ti metti il pigiama la sera. Uno qualsiasi.

E in quel momento, da domani, fa una cosa precisissima. Per due secondi, fermati. Senti dove sei. Senti il tuo corpo. Senti che, in quel preciso momento, stai bene. Hai un sorso di caffè caldo. Hai una finestra da aprire. Hai un tavolo a cui sederti. Hai un pigiama pulito. Sei viva, sei a casa, sei sana abbastanza da fare quel gesto.

E permettiti di sentire, per due secondi, una piccola gratitudine ferma.

Poi, e questa è la parte che cambia tutto, non ascoltare la voce che ti dirà subito "non esagerare, è una cosa stupida". Quella voce è la nemica. È la voce della shiawase wo kowasu koe. È la voce che, generazione dopo generazione, ci ha rubato la felicità ordinaria della vita.

Falla zittire. Per due secondi al giorno. E goditi.

Non più di due secondi, all'inizio. Non perché non meriti di più. Perché fare di più, all'inizio, ti sembrerà strano. Ti sentirai a disagio. Ti sembrerà di "esagerare". Ti sembrerà, paradossalmente, una cosa imbarazzante. È normale. È perché il muscolo della shiawase, dentro di te, è atrofizzato. Lo devi allenare piano.

Due secondi al giorno, per una settimana. Poi tre secondi. Poi cinque. Poi dieci.

Dopo qualche mese, comincerai ad accorgerti di una cosa. Cominci a vedere dei momenti shiawase che prima non vedevi. Una luce sui muri. Un colore di una foglia. Un'espressione del tuo gatto. Il modo in cui qualcuno che ami si concentra leggendo. Lo sguardo di una sconosciuta in un negozio.

Cominci a vivere dentro una vita che, oggettivamente, è la stessa di prima, ma che improvvisamente sembra molto più piena. Non perché sia successo qualcosa. Ma perché tu, finalmente, te ne stai accorgendo.

I giapponesi, attraverso le loro parole separate per la felicità ferma e per la voce che la rompe, ci stanno tendendo un piccolo dono. Ci stanno dicendo che la felicità non è un evento raro che capita ogni tanto. È un fondo costante della vita ordinaria, che noi siamo stati educati a non vedere.

E per imparare a vederla, basta un piccolo allenamento. Due secondi al giorno. Davanti a una tazza di caffè. Davanti a una finestra aperta. Davanti a una zuppa fumante.

C'è una bellissima frase di una vecchia signora di Kyoto, raccolta da un giornalista negli anni Novanta. Le avevano chiesto qual era il segreto della sua vita serena. Lei aveva sorriso, e aveva risposto più o meno così.

"Da bambina, mia nonna mi diceva sempre la stessa cosa prima dei pasti. Se non riconosci il momento in cui stai bene mentre lo stai vivendo, non saprai mai di essere stata felice. E una vita di felicità non riconosciuta non è mai stata, davvero, una vita felice."

Quella frase contiene tutto.

La felicità non è quello che ti capita. La felicità è quello che riconosci. Una persona che ha mille momenti felici nella sua vita e ne riconosce zero, ha avuto una vita infelice. Una persona che ha solo cento momenti felici nella sua vita e li riconosce tutti e cento, ha avuto una vita ricca.

I giapponesi hanno scelto di stare nel secondo gruppo. E ci stanno chiedendo, attraverso le loro parole, le loro tradizioni, le loro nonne, di scegliere anche noi.

Non costa niente. Richiede solo due secondi al giorno. Davanti a una tazza, a una finestra, a una porta di casa.

E un giorno, fra trent'anni, quando guarderai indietro alla tua vita, non sarai una di quelle che dicono "le mie giornate più belle erano quelle di marzo, quando i bambini tornavano da scuola, ma non me ne sono accorta". Sarai una di quelle che dicono "le mie giornate più belle erano quelle di marzo, quando i bambini tornavano da scuola, e me ne sono accorta tutti i giorni, e le ho amate tutti i giorni, e adesso, anche se sono finite, sono ancora dentro di me come se fossero ieri".

Quella, in fondo, è l'unica forma di immortalità che gli esseri umani abbiano davvero. La felicità riconosciuta non muore mai. Resta dentro di te per sempre.

Ho scritto un libro che parla anche di donne così. 19 storie di donne italiane e giapponesi che, a un certo punto della loro vita, hanno smesso di rimandare la felicità a un giorno futuro, e hanno cominciato a riconoscerla nei momenti piccoli del giorno presente. Storie di donne che hanno cominciato ad accorgersi del primo sorso di caffè della mattina. Della luce sul muro della cucina alle cinque di sera. Dell'odore della pioggia sui balconi a settembre. Dello sguardo di una figlia adolescente che, per due secondi, sembrava ancora la bambina di una volta. Donne che hanno scelto di non aspettare la grande felicità, e hanno cominciato a onorare le mille piccole felicità di cui le loro giornate erano già piene.

"LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO" disponibile SOLO su Amazon.

Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi ha la sensazione, da troppo tempo, di vivere la propria vita in attesa della felicità vera, e ha bisogno di qualcuno che le ricordi che la felicità vera è già arrivata, mille volte, e sta solo aspettando di essere riconosciuta. Anche oggi. Anche adesso. Anche fra due secondi, mentre alzerai gli occhi da questo schermo, e vedrai dove sei, e capirai che, in questo preciso momento, va bene così.

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09/05/2026
30/04/2026

"SALUTE MENTALE E PREVENZIONE DEI REATI: I SEGNALI DA COGLIERE"

📺Questo il tema della puntata di Parliamone Adesso condotta da Alessandra Fondacaro

🎤Ospiti in studio:
- Tiziana Incardona, Psicoterapeuta
- Vincenza Bifera, Esperta in Criminal Profiling

📺Stasera ore 20:45 canale 199 e sui nostri social.



Alessandra Fondacaro Dottoressa Tiziana Incardona Psicologa Enza Bifera

🎬E' un grande piacere e onore poter intervenire su un tema molto interessante insieme alla magnifica Lucia Sardo, Attric...
22/03/2026

🎬E' un grande piacere e onore poter intervenire su un tema molto interessante insieme alla magnifica Lucia Sardo, Attrice siciliana di grande spessore, per la prossima puntata di Parliamone Adesso. Un ringraziamento alla splendida squadra della Futura Production ! Presto vi darò aggiornamenti sulla data di trasmissione dell'episodio.
Secondo voi quale sarà il tema? Scrivetelo nei commenti 👇🏻👇🏻

# dottoressatizianaincardona

01/03/2026

Viviamo in un'epoca che ha imparato a diffidare della continuità. I legami si stringono con una clausola implicita: finché funziona. E il "per sempre" genera quasi imbarazzo.

Eppure qualcosa in noi la riconosce. Non con nostalgia, ma con sollievo.

Perché il bisogno di sentirsi scelti in modo stabile non è romanticismo ingenuo: è una necessità psicologica profonda.

La mente ha bisogno di sapere che un legame regge anche sotto pressione. Che la presenza dell'altro non dipende dall'umore del giorno.
Oggi ci educhiamo — spesso senza volerlo — all'idea che legarsi troppo sia pericoloso. Ma il paradosso è che è proprio l'assenza di investimento emotivo a generare insicurezza, ansia, solitudine.

La solitudine cronica non è semplicemente stare soli. È una sofferenza silenziosa che logora dall'interno. In psicoterapia lo si vede spesso: persone che portano in seduta un vuoto persistente, una fatica di esistere senza un'origine apparente. Quella fatica, quasi sempre, ha radici relazionali.

Le persone non soffrono perché credono nel per sempre. Soffrono perché nessuno resta quando arriva la fatica.

Quando questo schema si ripete — l'abbandono, la sostituzione, il legame che dura solo finché è comodo — il sistema nervoso impara a non fidarsi. Nasce quello che chiamiamo attaccamento insicuro: la convinzione profonda, spesso inconscia, di non essere abbastanza degni di essere scelti.

Il "per sempre" non è una gabbia. È una base sicura.

È sapere che posso sbagliare senza essere immediatamente sostituibile.
È sentire che qualcuno sceglie di rimanere anche quando sarebbe più facile andarsene.

Uno degli obiettivi più profondi della psicoterapia è ricostruire questa capacità: imparare che la vulnerabilità non è debolezza, e che aprirsi a un legame stabile è una necessità umana, non un rischio da evitare.
In un tempo che corre veloce e cambia tutto, dire "per sempre" è un atto di responsabilità emotiva.

E qualcosa dentro di noi — prima ancora delle parole — sa riconoscere la differenza tra chi resta e chi passa. 💙

16/12/2025

In Giappone, l'amore non si misura per grandi gesti, passione drammatica o fiori scambiati in giorni speciali. Si misura dal rispetto per lo spazio.

Ecco, l'amore non si aggrappa. Non interroga. Non richiede costante rassicurazione.
Mentre molte culture credono che amare qualcuno significhi essere sempre accanto a lui, la credenza giapponese si inclina verso qualcosa di più delicato: se ami qualcuno, lo lasci respirare.

C'è persino una bella idea conosciuta come oyakake bukaeru - il silenzio condiviso tra due persone.
Seduti insieme senza parole, non per sconforto o distanza, ma per pace. In molti luoghi, il silenzio viene scambiato per un problema. In Giappone, è vista come fiducia. Come la profondità.

Amore non significa essere inseparabili. Le coppie possono dormire in stanze separate, viaggiare da sole o coltivare i propri interessi. L'indipendenza non è rifiuto. Lo spazio non è abbandono. L'amore è permettere all'altra persona di rimanere pienamente se stessa.

La felicità, quindi, non è qualcosa che si estrae dal partner.
È qualcosa che tu contribuisci. La calma che porti. La sicurezza che offri. L'intesa tranquilla che dice: "Tu sei libero qui. ”

Forse è per questo che i rapporti lì si sentono meno estenuanti. Meno infranti. Meno consumati dalla fame emotiva.

Non sono costruiti sul possesso, ma sul rispetto.
Non con un rumore costante, ma con una cura silenziosa.
Non sul controllo, ma sulla libertà di essere semplicemente.

Poesie Romantiche

Quante volte ti sei sentitə dire: “Hai gestito tutto benissimo”, quando dentro di te sapevi di essere a pezzi?Perdere l’...
03/12/2025

Quante volte ti sei sentitə dire: “Hai gestito tutto benissimo”, quando dentro di te sapevi di essere a pezzi?

Perdere l’equilibrio, piangere in silenzio, indossare un sorriso che nasconde il dolore… non è “gestire”, è sopravvivere.

Sopravvivere non è un fallimento: è il segno della tua forza quando non avevi alternative.
Ma meriti molto di più che limitarti a resistere. Meriti di ritrovare la tua luce, la tua voce, il tuo benessere.

🤍 La terapia può aiutarti a passare dalla sopravvivenza alla vita vera.

A volte pretendiamo da noi stessə di essere sempre al massimo: produttivə, sorridenti, “forti”… Ma la verità è che nessu...
01/12/2025

A volte pretendiamo da noi stessə di essere sempre al massimo: produttivə, sorridenti, “forti”… Ma la verità è che nessuno brilla ogni giorno.

E non per questo perde il proprio valore 🌙

Come la luna, anche noi attraversiamo fasi: c’è chi ci vede luminosi e chi ci incontra nei momenti più bui. Entrambe le versioni, però, raccontano chi siamo.

Indirizzo

Via Cesare Vivante, 12
Catania

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 12:00
Venerdì 09:00 - 19:00

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