03/01/2026
In seduta non impariamo a correggerci, ma ad ascoltarci.
Ad ascoltare anche quelle parti che resistono, che sembrano ostacolare il cambiamento, perché spesso custodiscono una saggezza che la mente razionale non riesce a cogliere. Le resistenze non vengono forzate: vengono avvicinate, comprese, interrogate.
Si esplorano i pattern che si ripetono nella nostra vita non per eliminarli, ma per scoprire quale bisogno hanno cercato, per anni, di proteggere.
In questo processo si coltiva qualcosa di fondamentale: la compassione verso se stessi. Anche, e soprattutto, verso le parti che giudichiamo, che rifiutiamo, che vorremmo far tacere.
Quello che accade in quello spazio non è fatto solo di parole.
Accade nella relazione, nei silenzi condivisi, nei sospiri trattenuti, negli sguardi che non chiedono spiegazioni. È difficile da descrivere perché non è un concetto: è un’esperienza. E per essere compresa, deve essere vissuta.
Si potrebbe dire che quello spazio è il luogo in cui finalmente smettiamo di dover stare “bene”.
Dove è possibile dire “sono esausto” senza sentirsi rispondere che bisogna essere più forti.
Dove si può dire “ho paura” senza che qualcuno minimizzi.
Dove si può dire “non so chi sono” senza che venga offerta una risposta pronta.
Il nostro cervello cambia attraverso esperienze relazionali sicure e ripetute.
Quando l’ascolto sostituisce il giudizio.
Quando, settimana dopo settimana, si fa l’esperienza di essere visti e accolti così come si è, con le proprie contraddizioni, fragilità e paure.
Questo è il potere della relazione terapeutica: non fornisce soluzioni, ma crea uno spazio sufficientemente sicuro perché il sistema nervoso possa smettere di difendersi e, gradualmente, lasciare andare schemi che un tempo erano necessari.
La terapia offre la possibilità di imparare a trattarsi con la tenerezza che si merita.
Di scoprire che ciò che abbiamo sempre chiamato “debolezza” è stato, in realtà, un modo intelligente di sopravvivere.
Perché spesso quello che definiamo un “sintomo” è la parte di noi abbastanza coraggiosa da dire la verità su una sofferenza che non ha mai trovato parole.