10/02/2026
MATRICI DELLA SOFFERENZA PSICHICA.
BISOGNI E TRAUMI
Da cosa è mosso un bambino nella sua ricerca del mondo? È mosso dal suo corpo, che chiede attenzione. Ma l’attenzione che chiede è un’attenzione partecipe, è un contatto vitalizzante nel quale possano scorrere cibo e sguardi, emozioni e parole, domande e risposte. L’essere umano vive di quest’interazione, io l’ho chiamata “melodia cinetica”: una danza di emozioni e azioni che intreccia le vite della madre e del bambino.
I DUE BISOGNI
Ma oltre a questa prima realtà il bambino ha bisogno di un’altra cosa: poiché non può essere un “identico”, nel qual caso sarebbe un automa, deve anche differenziarsi. Quindi agisce, si muove, si agita, protesta, si lamenta, si allontana, desidera, cerca altrove.
Quindi, non uno ma due bisogni lo muovono: uno che lo porta a cercare l’attaccamento e l’interazione; l’altro che lo spinge ad allontanarsi e a cercare altrove; un bisogno di appartenenza e un altro di differenziazione.
La Psicologia dialettica li ha chiamati “bisogno di appartenenza e integrazione sociale” e “bisogno di opposizione e individuazione”.
L’elemento terzo fra i due è dato dal confine, cioè dal contenitore che gli indica se quel certo evento gli fa bene o male. Il contenitore è il corpo: l’intelligenza psicosomatica ereditata dall’evoluzione, che precede l’interazione con la madre e col mondo esterno. Un’intelligenza superiore.
LE MADRI
Inutile negare l’importanza delle madri. Quando parliamo di micro-traumi o di traumi cumulativi, collegati a negligenza, trascuratezza, mancato rispecchiamento, stiamo parlando delle madri (talvolta anche di una nonna, comunque la figura di accudimento primario che è sempre una donna). E se la madre abita una personalità nella quale mente e corpo sono dissociati, nella quale il corpo partorisce e la mente si estrania, il corpo allatta e la mente si deprime, il corpo cerca lo sguardo del figlio e la mente vede una prigione di angoscia che durerà per anni, è ovvio che il bambino non si senta rispecchiato. Cerca uno sguardo e trova un vuoto. Cerca se stesso e trova il volto della madre che, come una maschera, lo ignora e lo respinge. Cerca un corpo morbido e caldo e trova un corpo distratto, frettoloso, ipercinetico, rigido, ansioso, guidato che da una mente che esige che quel corpo sia efficiente, performativo, interdipendente nella simbiosi ma anche indipendente da tutto.
È ovvio che l’interazione è fallace e che il bambino è già molto fortunato se trova una “madre sufficientemente buona”.
Non è colpa delle madri, le madri sono state a loro volta bambine, educate all’assenza di identità personale, al servizio affettivo, alla reificazione della loro apparenza femminile. Sono poi ragazze e donne che vivono in una realtà sociale che chiede loro di “educarsi” e di scindere la mente dalla vita istintuale. La “programmazione sociale” si imprime così nelle menti.
Dunque, la maternità è un’esperienza ardua e le madri devono saper accettare di essere imperfette e di funzionare con dei limiti.
I PADRI
Oltre ai traumi materni, il bambino deve poi sopportare quelli paterni.
Padri assenti, insofferenti, talvolta brutali, padri che maltrattano o picchiano le madri con cui il bambino è identificato; padri che pensano solo ai soldi, al lavoro, allo sport, al sesso estorto o clandestino, padri frustrati che proiettano sul figlio le proprie frustrazioni o le proprie ambizioni, padri che detestano le piccolezze e le tenerezze a cui li invita il loro bambino.
I padri anch’essi sono stati bambini e sono stati educati al ripudio della loro infantilità, al disprezzo della debolezza, all’angoscia della vulnerabilità, e sono cresciuti in un’atmosfera di paura del legame, di anestesia emotiva, di emozioni impulsive che non si traducono in sentimenti, un’atmosfera di invidia e competizione: infine, un’atmosfera che induce alla fobia dei sentimenti, all’aggressività, talvolta al narcisismo.
Anche in questo caso, la colpa è relativa; ma la responsabilità non può essere elusa.
IL NASCONDIGLIO
In questo panorama irto di difficoltà, cosa accade al bambino?
Quando il bisogno di appartenenza è frustrato da innumerevoli traumi, il bisogno di differenziarsi si carica di un elemento esasperato, disperato, rabbioso, sovraccarico di paralisi e di colpa. La differenziazione viene inibita o pensata con rabbia. E tutto lo sviluppo futuro ne è compromesso.
È duro essere bambini. Si apprende a sopravvivere sottraendosi e nascondendosi.
Dietro ogni sofferenza psichica di qualunque età sta nascosto il bambino vulnerabile e traumatizzato, in attesa di essere trovato nel suo nascondiglio e liberato dalle sue stesse difese: paure, fobie, rabbie, proteste, alessitimie, obbedienze coattive, maschere mimetiche, disregolazioni, dissociazioni, anestesie emotive, anoressie e bulimie, idee compulsive, fantasie grandiose, crudeltà, progetti di riscatto e di vendetta, voglia di picchiare i bambini che si è stati.
Ma tutte queste deformazioni caratteriali sono solo difese. Sono il guscio di noce con cui il bambino dovrà combattere per tutta la vita, o da cui essere liberato.
La liberazione dalle proprie difese organizzate è un impegno che può coinvolgere un’intera vita.
Ma se ben condotta, può produrre risultati straordinari, insperati.
Nicola Ghezzani