Dott.ssa Cristina Micieli Psicologa

Dott.ssa Cristina Micieli Psicologa Sono una psicologa e sessuologa, mi occupo di terapia individuale, di coppia e familiare.

17/05/2026

Epistemologia del Trauma.

Il trauma non resta nel passato. Vive nel sistema nervoso.
Vive nel corpo che non si rilassa, nelle emozioni che esplodono o si spengono, nella paura costante anche quando non c’è più pericolo.

Per questo la regolazione emotiva non è “controllarsi”. È riuscire a restare vivi dentro ciò che si sente senza esserne travolti.

È poter attraversare paura, rabbia, vergogna o dolore senza dissociarsi, senza congelarsi, senza dover sparire da se stessi.

Ma nessuno impara a regolarsi da solo. La sicurezza nasce nella relazione.

Un essere umano si calma perché qualcuno, all’inizio, lo ha aiutato a calmarsi.
Se invece si cresce nella paura, nell’imprevedibilità o nell’abbandono, il sistema nervoso impara che il mondo non è sicuro e il corpo resta in guerra anche anni dopo.

Ecco perché la guarigione non inizia dal “capire”.
Inizia dal sentirsi abbastanza al sicuro da smettere di sopravvivere.

Il punto non è cancellare il trauma.

Il punto è che il corpo possa finalmente smettere di prepararsi alla catastrofe. Che una persona possa Sentire senza crollare.
Fidarsi senza terrorizzarsi.
Esistere senza difendersi continuamente.

La vera rivoluzione, dopo il trauma, non è diventare forti. È riuscire, lentamente, a non avere più paura della propria stessa esperienza interiore.

05/05/2026

C’è un dolore silenzioso che si infila nei gesti di ogni giorno. Piccole cose, all’apparenza innocue, una sigaretta accesa, il telefono controllato di continuo, una risata forzata, un acquisto fatto tanto per...

Ma dietro quei gesti c’è molto di più. C’è chi cerca un equilibrio. Chi prova solo a restare in piedi. Chi si aggrappa a qualcosa, qualsiasi cosa, pur di non crollare.

C’è chi si abbuffa di notte, quando tutto è silenzioso e nessuno può giudicare. Dopo aver sistemato tutto, dato la buonanotte ai figli, chiuso la giornata con la spunta sull’ennesima lista di doveri. Brava. Sempre brava. Sempre in ordine. Ma dentro, vuota o stracolma.

C’è chi fuma una sigaretta dietro l’altra, ma non è dipendenza dalla nicotina, è bisogno di un conforto che non può più permettersi, di un “ciuccio” da adulto per calmarsi, per sentirsi al sicuro, per fare finta di avere il controllo.

C’è chi tiene il telefono in mano tutto il giorno, come fosse un pupazzetto doudou. Quel giocattolo che i bambini non mollano mai, nemmeno per dormire, nemmeno quando è sudicio. Perché sì, quel pezzo di plastica ormai è l’ancora, la coperta o la stampella. L’unica compagnia nei momenti in cui la solitudine fa troppo rumore.

C’è chi si affida alle punturine, alla chirurgia, a ogni cosa che distorca lo specchio. Non per vanità, ma per paura. Paura di vedersi davvero. Perché magari la vera immagine di sé fa male. E allora meglio ristrutturare, modificare o addirittura cancellare.

C’è chi piange solo sotto le coperte o chiuso in bagno, in silenzio, con le lacrime che non devono fare rumore. Perché fuori dev’essere forte, brillante e stabile. Nessuno deve sapere. Nessuno deve vedere la crepa.

C’è chi ha agende, tabelle, calendari perfetti. Tutto scritto, tutto segnato, tutto sotto controllo. Come se bastasse un foglio excel a tenere a bada il caos dentro. Come se bastasse una lista per non cadere e per non perdersi.

C’è chi compra compulsivamente. Non oggetti, ma anestesie. Ogni pacco che arriva è una microdose di sollievo, un momento di respiro prima che torni il vuoto.

C’è chi ride troppo forte, sempre e ovunque. Perché se smettesse di farlo, forse dovrebbe ascoltare quel silenzio dentro che fa paura.

C’è chi lavora senza sosta, ore e ore, senza fermarsi mai. Non per ambizione, ma per non pensare. Per non sentirsi. Per non lasciarsi andare.

C’è chi si infila in relazioni sbagliate, una dopo l’altra, pur di non stare da solo. Perché lo stare con sé è un confronto che fa troppo rumore. E il silenzio, a volte, pesa più della compagnia tossica.

C’è chi si rifugia nel sarcasmo, sempre pronto alla battuta. Ma è solo un modo elegante per alzare un muro. Per non farsi toccare davvero. Per non lasciare che qualcuno veda dove fa male.

C’è chi si occupa solo degli altri. Sempre disponibile, sempre presente, sempre utile. Ma non per altruismo. Perché dare è più facile che ricevere. Perché aiutare gli altri è un modo per non doversi guardare dentro.

E potrei fare ancora mille esempi… perché questi gesti non sono casi isolati. Sono forme diverse dello stesso bisogno, quello di reggere, di proteggersi, di restare in piedi anche quando dentro si cade.

In terapia ne sento tante di storie così.
Storie che sembrano diverse, ma che sotto sotto si somigliano. Perché tutti, prima o poi, facciamo i conti con una parte fragile, che cerca di reggere come può.

Alcune di queste storie le ho conosciute anche su di me, sulla mia pelle. Altre le ho viste da vicino, nelle persone che amo, che frequento, che incrocio ogni giorno nella vita fuori dallo studio.
E ogni volta mi ricorda quanto siamo tutti più simili di quanto pensiamo. Quanto ognuno, dietro ciò che mostra, porta un mondo che spesso non ha mai avuto spazio per essere raccontato.

10/02/2026

MATRICI DELLA SOFFERENZA PSICHICA.

BISOGNI E TRAUMI

Da cosa è mosso un bambino nella sua ricerca del mondo? È mosso dal suo corpo, che chiede attenzione. Ma l’attenzione che chiede è un’attenzione partecipe, è un contatto vitalizzante nel quale possano scorrere cibo e sguardi, emozioni e parole, domande e risposte. L’essere umano vive di quest’interazione, io l’ho chiamata “melodia cinetica”: una danza di emozioni e azioni che intreccia le vite della madre e del bambino.

I DUE BISOGNI
Ma oltre a questa prima realtà il bambino ha bisogno di un’altra cosa: poiché non può essere un “identico”, nel qual caso sarebbe un automa, deve anche differenziarsi. Quindi agisce, si muove, si agita, protesta, si lamenta, si allontana, desidera, cerca altrove.
Quindi, non uno ma due bisogni lo muovono: uno che lo porta a cercare l’attaccamento e l’interazione; l’altro che lo spinge ad allontanarsi e a cercare altrove; un bisogno di appartenenza e un altro di differenziazione.
La Psicologia dialettica li ha chiamati “bisogno di appartenenza e integrazione sociale” e “bisogno di opposizione e individuazione”.
L’elemento terzo fra i due è dato dal confine, cioè dal contenitore che gli indica se quel certo evento gli fa bene o male. Il contenitore è il corpo: l’intelligenza psicosomatica ereditata dall’evoluzione, che precede l’interazione con la madre e col mondo esterno. Un’intelligenza superiore.

LE MADRI
Inutile negare l’importanza delle madri. Quando parliamo di micro-traumi o di traumi cumulativi, collegati a negligenza, trascuratezza, mancato rispecchiamento, stiamo parlando delle madri (talvolta anche di una nonna, comunque la figura di accudimento primario che è sempre una donna). E se la madre abita una personalità nella quale mente e corpo sono dissociati, nella quale il corpo partorisce e la mente si estrania, il corpo allatta e la mente si deprime, il corpo cerca lo sguardo del figlio e la mente vede una prigione di angoscia che durerà per anni, è ovvio che il bambino non si senta rispecchiato. Cerca uno sguardo e trova un vuoto. Cerca se stesso e trova il volto della madre che, come una maschera, lo ignora e lo respinge. Cerca un corpo morbido e caldo e trova un corpo distratto, frettoloso, ipercinetico, rigido, ansioso, guidato che da una mente che esige che quel corpo sia efficiente, performativo, interdipendente nella simbiosi ma anche indipendente da tutto.
È ovvio che l’interazione è fallace e che il bambino è già molto fortunato se trova una “madre sufficientemente buona”.
Non è colpa delle madri, le madri sono state a loro volta bambine, educate all’assenza di identità personale, al servizio affettivo, alla reificazione della loro apparenza femminile. Sono poi ragazze e donne che vivono in una realtà sociale che chiede loro di “educarsi” e di scindere la mente dalla vita istintuale. La “programmazione sociale” si imprime così nelle menti.
Dunque, la maternità è un’esperienza ardua e le madri devono saper accettare di essere imperfette e di funzionare con dei limiti.

I PADRI
Oltre ai traumi materni, il bambino deve poi sopportare quelli paterni.
Padri assenti, insofferenti, talvolta brutali, padri che maltrattano o picchiano le madri con cui il bambino è identificato; padri che pensano solo ai soldi, al lavoro, allo sport, al sesso estorto o clandestino, padri frustrati che proiettano sul figlio le proprie frustrazioni o le proprie ambizioni, padri che detestano le piccolezze e le tenerezze a cui li invita il loro bambino.
I padri anch’essi sono stati bambini e sono stati educati al ripudio della loro infantilità, al disprezzo della debolezza, all’angoscia della vulnerabilità, e sono cresciuti in un’atmosfera di paura del legame, di anestesia emotiva, di emozioni impulsive che non si traducono in sentimenti, un’atmosfera di invidia e competizione: infine, un’atmosfera che induce alla fobia dei sentimenti, all’aggressività, talvolta al narcisismo.
Anche in questo caso, la colpa è relativa; ma la responsabilità non può essere elusa.

IL NASCONDIGLIO
In questo panorama irto di difficoltà, cosa accade al bambino?
Quando il bisogno di appartenenza è frustrato da innumerevoli traumi, il bisogno di differenziarsi si carica di un elemento esasperato, disperato, rabbioso, sovraccarico di paralisi e di colpa. La differenziazione viene inibita o pensata con rabbia. E tutto lo sviluppo futuro ne è compromesso.
È duro essere bambini. Si apprende a sopravvivere sottraendosi e nascondendosi.
Dietro ogni sofferenza psichica di qualunque età sta nascosto il bambino vulnerabile e traumatizzato, in attesa di essere trovato nel suo nascondiglio e liberato dalle sue stesse difese: paure, fobie, rabbie, proteste, alessitimie, obbedienze coattive, maschere mimetiche, disregolazioni, dissociazioni, anestesie emotive, anoressie e bulimie, idee compulsive, fantasie grandiose, crudeltà, progetti di riscatto e di vendetta, voglia di picchiare i bambini che si è stati.
Ma tutte queste deformazioni caratteriali sono solo difese. Sono il guscio di noce con cui il bambino dovrà combattere per tutta la vita, o da cui essere liberato.
La liberazione dalle proprie difese organizzate è un impegno che può coinvolgere un’intera vita.
Ma se ben condotta, può produrre risultati straordinari, insperati.

Nicola Ghezzani

James Hillman: "Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere". La sua ultima intervista (di Silvia Ronchey)🥀...
27/10/2025

James Hillman: "Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere". La sua ultima intervista (di Silvia Ronchey)

🥀14 anni fa ci lasciava lo psicologo James Hillman

«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». Così aveva scritto, nella sua ultima mail. E così l’ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l’ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante.

Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un’atroce sofferenza sopportata con quella che gli antichi stoici chiamavano apatheia: un apparente distacco dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni.

L’unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l’ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all’ultima soglia dell’essere

Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull’essenza ultima.

Com’è morire James?

«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos’è o dov’è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c’è perdita in quel senso. C’è la fine dell’ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E’ molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».

📝 QUI L' INTERVISTA COMPLETA ➡️
https://jungitalia.it/2015/10/29/anniversario-di-morte-di-james-hillman-27-ottobre-2011-la-sua-ultima-intervista/
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(di Emanuele Casale):

Hillman, ex direttore dello Jung Institute, ampliò e sviluppò in maniera originale come nessun altro la parte degli studi e dell’opera lasciata da Jung riguardo gli “Archetipi” e la psicologia comparata alla mitologia, ampliò l’epistemologia della clinica psicologica demitizzando e destrutturando le intere illusioni e unilateral-ismi dell’Io tipica della psicologia accademica. Un eretico Junghiano che ha dato molto a questo mondo, intuizioni e amplificazioni “immaginali” circa il ‘nostro’ “fare Anima”.

Nonostante anche lui non fosse immune dal complesso che io definisco “i-migliori-di-Jung” (ovvero quel complesso che possiede gli psicologi del profondo portandoli a dire cose false e non vere su Jung) è stato colui che più di tutti fino ad oggi si è avvicinato a quella complessità dell’Anima inaugurata da Jung, ma soprattutto lo ha fatto con Anima, con quel “La forza del carattere” (titolo di un suo fortunato saggio)!

Ha ampliato la psicologia rivivificando quel senso o sensibilità immaginale tanto imprescindibile, vitale e immanente nelle e per le nostre vite, quanto scarso e debole oggi .
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L' ultima intervista fatta prima di morire a James Hillman, l'ultimo dei più grandi psicologi dei nostri tempi. Di Silvia Ronchey

18/10/2025

Grazie al mio lavoro con i pazienti mi resi conto che le, idee ossessive e le allucinazioni contengono un nocciolo significativo. Nascondono una personalità, la storia di una vita, speranze e desideri. È solo colpa nostra se non riusciamo a capirne il significato. Mi fu chiaro allora per la prima volta che una psicologia generale della personalità è implicata nella psicosi, e che anche in questa si ritrovano i vecchi conflitti dell’umanità.”

“[…] presi a considerare i malati in una luce diversa, poiché avevo finalmente capito la ricchezza e l’importanza della loro vita interiore […] Spesso mi vengono chiesti chiarimenti circa il mio metodo analitico o psicoterapeutico. Non posso rispondere in modo univoco: la terapia è diversa per ogni caso. Quando un medico mi dice che segue rigorosamente questo o quel metodo, ho i miei dubbi sull’efficacia della sua terapia. E stato scritto tanto sulla resistenza che oppone il malato, da far sembrare quasi che il medico voglia tentare di imporgli qualcosa, mentre la cura dovrebbe provenire spontaneamente dal malato stesso […] L’importante è che io mi ponga dinanzi al paziente come un essere umano di fronte a un altro essere umano”.

Jung, "Ricordi, sogni, riflessioni"

17/10/2025

JUNG E L’OMBRA

Il campo della psicologia è pieno di una miriade di teorie e modelli, ognuno dei quali offre prospettive diverse sulla psiche. Tra queste spicca la teoria dell'“ombra” di Carl Gustav Jung, un concetto affascinante e complesso che scava nelle profondità della mente. Jung, psichiatra svizzero e padre della psicologia analitica, sviluppò questa teoria per far luce sugli aspetti nascosti e spesso meno accettabili della nostra personalità.

La teoria dell'ombra di Jung è una componente essenziale del suo approccio più ampio alla comprensione della psiche umana. Jung credeva che ogni individuo possegga una personalità multiforme composta da vari elementi complessuali e archetipici; tra questi, l'“ombra” rappresenta le sfaccettature più oscure e nascoste della personalità. Sono aspetti che preferiamo non riconoscere, qualità che potremmo addirittura trovare scomode o inaccettabili. L'ombra è il “deposito” di tutto ciò che è soppresso, rifiutato o negato.

“La figura dell'Ombra personifica tutto ciò che il soggetto non riconosce e che pur tuttavia, in maniera diretta o indiretta, instancabilmente lo perseguita: per esempio tratti del carattere poco apprezzabili o altre tendenze incompatibili”
C.G. Jung, Coscienza, inconscio e individuazione, 1939

L'ombra contiene tratti come rabbia, invidia, avidità, egoismo e altre caratteristiche indesiderabili. Questi attributi sono generalmente nascosti alla nostra consapevolezza cosciente, poiché la società, la cultura e i valori personali incoraggiano la repressione di tali qualità negative. L'ombra non è intrinsecamente malevola; si tratta, invece, di una parte della struttura della psiche inconscia.
Jung credeva che riconoscere e integrare questi aspetti nel nostro sé cosciente fosse cruciale per raggiungere l’integrità psicologica e la crescita personale.

Il processo di confronto e integrazione dell'ombra è centrale nella teoria dell'“individuazione” di Jung, un viaggio che dura tutta la vita verso l'autorealizzazione. Ignorare la dimensione ombra l’ombra comporta il “ritorno”, sotto varie forme, dei contenuti rimossi; per esempio nei sintomi, nei sogni, nei lapsus e nelle relazioni. Affrontare l’ombra, d’altra parte, è un’impresa coraggiosa che può portare a una profonda consapevolezza di sé e alla crescita.

Per affrontare l'ombra, è necessario impegnarsi in un processo di analisi e introspezione. Ciò implica riconoscere e accettare i propri difetti e tratti negativi, che possono essere stimolanti ed emotivamente investiti. Potrebbe essere necessario affrontare verità scomode su se stessi, riconoscere gli errori del passato e accettare il potenziale di oscurità interiore. L’obiettivo non è indulgere in questi aspetti negativi, ma piuttosto comprenderli e integrarli in un’equilibrata consapevolezza di sé.

I contenuti dell’“ombra” si manifestano spesso in fenomeni proiettivi, che si verificano quando trasferiamo le contenuti, complessi e immagini inconsce e negative sugli altri. Quando non siamo disposti a riconoscere e ad accettare i nostri difetti, possiamo proiettarli sulle persone con cui interagiamo, percependo in loro proprio le caratteristiche che ci rifiutiamo di vedere in noi stessi. Questa proiezione può portare a conflitti e incomprensioni.

Come afferma Jung:
“L'incontro con sé stessi è una delle esperienze più sgradevoli, alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo circostante. Chi è in condizione di vedere la propria Ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito.”
(Gli archetipi dell'inconscio collettivo, 1934/1954)

La consapevolezza di quanto della psiche è rifiutato e rimosso, di quanto è “ombra”, può aiutarci a diventare individui più compassionevoli e comprensivi. Riconoscendo le nostre proiezioni e comprendendone la fonte, possiamo lavorare sulle barriere che ostacolano la crescita personale e le relazioni. Affrontare l'ombra e abbracciare i nostri aspetti più oscuri apre anche la porta alla trasformazione personale, poiché diventiamo più consapevoli delle nostre azioni e motivazioni.

Per approfondire:
Carl Gustav Jung - Psicologia dell’inconscio;
Carl Gustav Jung - Tipi psicologici.

19/09/2025

L’abbandono non si manifesta soltanto quando un bambino viene lasciato fisicamente solo, esiste una forma altrettanto devastante: l’abbandono emotivo e psicologico. È quella condizione in cui il bambino cresce accanto a una madre che, pur essendo fisicamente presente, non riconosce i suoi bisogni affettivi, non gli offre uno sguardo, un gesto di tenerezza, un riconoscimento autentico.
Secondo la prospettiva di Gabor Maté, medico che ha esplorato le radici psicologiche e relazionali del trauma, il bisogno primario di ogni essere umano è la connessione. Senza connessione, il bambino non può sviluppare un senso di sicurezza interiore, né la convinzione di essere degno d’amore. La mancanza di attaccamento non è solo una ferita affettiva, è un trauma che modella la mente e impatta sul corpo, che influenza lo sviluppo neurologico e psichico.
Il bambino che cresce accanto a una madre emotivamente indisponibile impara molto presto a leggere i suoi segnali, a percepirsi come peso e causa del suo malessere. Invece di sentirsi accolto, si percepisce colpevole della sofferenza materna. Come osserva Maté, il bambino non smette di amare il genitore che lo rifiuta; smette, piuttosto, di amare se stesso, convincendosi di non meritare affetto. Questa dinamica interiore è profondamente distruttiva, perché radica un senso di vergogna e inadeguatezza che può accompagnare l’individuo per tutta la vita.
Da adulto, chi ha conosciuto l’abbandono emotivo continua a portare dentro di sé domande laceranti come “Sono stato davvero amato?”
L’assenza di tenerezza non lascia solo un vuoto emotivo ma si manifesta in difficoltà relazionali, in ansia, in dipendenze di vario tipo o in un costante bisogno di approvazione esterna. Maté sottolinea come molte forme di sofferenza psichica e di disagio, anche fisico, abbiano origine proprio in queste ferite precoci, invisibili ma profondamente radicate.
L’abbandono affettivo è più doloroso dell’indifferenza perché non si limita a negare la presenza, ma comunica disprezzo, rabbia, disgusto. Il bambino, incapace di distinguere i confini tra sé e la madre, interiorizza questi sentimenti e li rivolge contro di sé. Così si forma un circolo vizioso in cui l’autostima viene minata alle fondamenta e il mondo viene percepito come un luogo ostile.
Le madri emotivamente assenti non lo diventano per scelta, ma spesso perché a loro volta hanno sperimentato lo stesso abbandono emotivo, portandone i segni irrisolti. La comprensione di queste dinamiche non giustifica il dolore del bambino, ma permette di rompere la catena della trasmissione transgenerazionale del trauma.
Il cammino di guarigione passa dunque dal riconoscimento: dare un nome alla ferita, legittimare il dolore, accogliere il bambino interiore che è stato privato di amore. Solo così diventa possibile, da adulti, costruire relazioni fondate non sulla paura di essere rifiutati, ma sulla fiducia che la connessione autentica è possibile.

12/08/2025

L’INCONTRO, LA SOLITUDINE E L'AMORE.

Nel passaggio dall’innamoramento, in cui tutto è dato, all’amore, in cui tutto è da creare, si presenta subito il pericolo che i reciproci fantasmi, dopo aver colluso nell’attirare e unire i due, possono iniziare a collidere. È qui che ciascuno, se non educato al rispetto dell’altro cui chiama l’etica del desiderio, per paura di annullarsi a fronte di ciò che lo trascende, può facilmente ricadere nel dominio dell’io, che si crede illusoriamente di essere il detentore della soggettività, dove “non c’è altro d-io fuori di me”. Anche se questo “dio” può svolgere indifferentemente la parte di incubo o di succubo.
Le conseguenze dell’amore, quello possessivo, di padronanza, sono devastanti: secondo un’ottica post junghiana (Montefoschi) ciascuno espropria l’altro della propria universalità; secondo un’ottica post freudiana (Lacan) ciascuno espropria l’altro della sua specifica singolarità.
L’altro, però, in quanto diverso, non è solo esterno come altro da sé, individuale o sociale, ma anche “interno” come totalmente Altro (“je est un autre”, Rimbaud). È esattamente questo punto di intima estimità, immaginato come dato ontologico, immanente-trascendente, o come centro archetipico non rappresentabile, il luogo estremo della verità dell’essere, l’ombelico del mondo. Così le conseguenze dell’amore possessivo sono ancora più tragiche, perché mirano a minare il fondamento dell’intero universo, brulicante di vita e vibrante d’amore.
C’è un passaggio molto bello nel film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders del 1987, un’icona assoluta nella cinematografia del novecento, in cui l’angelo nostalgico della natura umana, dopo aver stabilito un ponte tra il sovrasensibile, in cui si dà come pensiero dell’Altro, e l’intrasensibile animico-spirituale della bella trapezista, in cui si dà come desiderio dell’Altro, si presenta a lei in carne e ossa al banco bar di un locale. Stranieri al mondo e l’uno all’altro, i due si guardano, ed è subito incontro. Lui si avvicina a lei con estrema delicatezza, forse l’ha riconosciuta, dopotutto è per lei che si è incarnato, ed anche lei sembra riconoscerlo, come fosse l’improvvisa materializzazione del suo interlocutore interno di cui si era fatta un’immagine, e così gli parla:
“Non sono mai stata solitaria, né da sola, ma mi sarebbe piaciuto in fondo essere solitaria, solitudine significa: finalmente sono tutto, ma adesso posso dirlo, perché oggi finalmente sono davvero sola. Bisognerà finirla prima o poi con il caso, non lo so se ci sia un fine, ma so che ci dev’essere una decisione. È necessario che tu ti decida, deciditi, ora il tempo siamo noi, e noi siamo più che due solamente, noi incarniamo qualcosa, è il mondo intero che prende parte alla nostra decisione. Ed eccoci sulla piazza del popolo, siamo qui noi due e l’intera piazza è piena di gente che si augura la stessa cosa che ci auguriamo noi, decidiamo noi il gioco per tutti. Non c’è storia più grande della nostra, quella mia e tua, dell’uomo e della donna. Sarà una storia di giganti, invisibili, riproducibili, sarà una storia di nuovi progenitori. Guarda i miei occhi, sono l’immagine della necessità, del futuro di tutti sulla piazza. La notte scorsa ho sognato qualcuno, uno sconosciuto, il mio uomo. Soltanto con lui potevo essere sola e aprirmi a lui, aprirmi tutta, avvolgerlo con il labirinto della comune beatitudine. Io lo so, sei tu quello.”
Posto a conclusione di tutto il film, questo discorso stupefacente, in cui è la parola all’altro che parla di sé attraverso la donna, racchiude una ricchezza di contenuti mistico-erotico-spirituali che meriterebbero un intero volume. Qui mi limito a toccare brevemente il tema della solitudine nella relazione d’amore. Che può sembrare una contraddizione, ma non lo è se la intendiamo con l’intelligenza del cuore. Come ha fatto Wenders, che si è ispirato a Rilke per comprendere gli angeli in chiave moderna; come ho fatto io nel 2010 con diversi altri autori in Angelicamente. Il senso dell’angelo nel nostro tempo; e come hanno fatto due grandi interpreti della psicoanalisi contemporanea: Hillman e Recalcati. Per Hillman, la solitudine non è soltanto una condizione negativa o un segno di isolamento, ma un'esperienza esistenziale profonda, di abbandono fiducioso, di religio, potenzialmente creativa. Anche per Recalcati la solitudine è una deep experience, perché legata al vuoto costitutivo dell’essere umano, che può manifestarsi come mancanza dolorosa o come risorsa preziosa, capace di aprire alla crescita, al desiderio e alla connessione autentica. È questa seconda modalità di vivere il vuoto interiore che predispone all’incontro.
L’incontro, per lo psicoanalista italiano, è sempre qualcosa di straordinario che dà forma alla vita, la trasforma e le dà senso. Per questo si presenta come uno spartiacque tra un prima e un poi, che non può avvenire con il simile, ma solo con il diverso. “L’incontro - dice l’autore - è nell’ordine dell’evento e l’evento è nell’ordine dell’imprevisto, dell’impossibile che diventa miracolosamente possibile”. Condivido pienamente questa visione, ma aggiungo un elemento che ritengo importante, anche per averne fatto esperienza con gli incontri che hanno cambiato la mia vita. Richiamandomi a Jung, l’incontro autentico è sempre un caso che non viene a caso, perché rientra nelle trame delle corrispondenze sincronistiche di nessi acausali, a forti valenze affettive, che costellano l’esistenza umana di coincidenze cariche di significato.
Da questa prospettiva discende un’immagine della solitudine molto diversa da quella radicata nella sua più comune modalità di esperirla, che comunque non va negata, né evitata. Si tratta di collocare il dolore della perdita e della separazione non nell’esserne oggetto passivo, ma soggetto consapevole: soggetto della propria ferita e della propria solitudine. In questo caso può accadere qualcosa di sorprendente: salta il sigillo che teneva chiuso lo scrigno dell’identificazione monadica, e l’uno scopre di essere due. Non solo perché diviso, ma perché porta in sé la memoria del suo contrario gettato insieme (symballein): “Che cosa simboleggia la ferita se non la condizione di alterità con se stesso che mantiene l’uomo perennemente aperto a quell’altro da sé che è a lui consustanziale?” (Montefoschi).
Aprendosi maggiormente, il taglio diventa beanza e ferita che guarisce l'anima. È In questa accezione che va compreso il “labirinto della comune beatitudine” evocato dalla protagonista del film all’ex angelo. Beatitudine e beanza sono correlate dalla stessa radice etimologica, ma con sfumature diverse riguardo alla felicità, più spirituale la prima, più terrena la seconda. Lacan l’ha chiamata jouissance e l’ha rubricata nel Reale, in quanto eccesso di godimento mai completamente appagabile, né simbolizzabile. Anche Hillman ha percepito la potenza travolgente della jouissance, ma l’ha attribuita a Venere come pienezza estetico-immaginale, che non può che essere di natura erotica, potenzialmente patologica solo se viene letteralizzata.
Come raccoglimento devoto intorno alla propria mancanza, la solitudine non è solo l’unico bene che abbiamo, fatto di "assenza", sostanza divina di prim’ordine, ma è il fondamento del desiderio dell’Altro che ci trascende e ci differenzia, e quindi dell’amore nella sua interezza. D’accordo che il desiderio dell’Altro, come ci ricorda Lacan, è anche desiderio del suo desiderio, cioè di essere desiderati, che è considerato il piacere più grande, ma bisogna stare attenti a non restare fissati a questo piacere, altrimenti si vanifica il progetto rivoluzionario, erotico-conoscitivo e destinale, insito nella freccia di Eros: quello del cambiamento radicale di vita. L’amore non sta nell’essere amati, per quanto piacere ci possa procurare, ma nell’amare. Come ci ricorda ancora Silvia Montefoschi: “L’amore è l’amare infinito del soggetto amante”.

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