27/09/2025
Io credo nella potenza della scrittura e credo fermamente che la penna possa arrivare dove io o le preghiere non possono.
Questo è un mio racconto per i bambini della Palestina.
Un piccolo gesto che ho scritto col cuore.
Condividete se volete.
Mi chiamo Hanin e ho cinque anni. Sono nata e cresciuta in un paese molto piccolo, che un tempo era grande. Mio padre, Ahmed, non l’ho mai conosciuto. Sono nata nel paese dei profeti, della preghiera… e della guerra. Non ho mai capito cosa gli sia accaduto. Non ho mai capito perché il mio cielo è tanto diverso da quello degli altri bambini: un cielo dove, insieme alla pioggia, cadono bombe e sangue.
Mi è stato detto che tutto è cominciato dopo una grande guerra, in cui sono morti uomini, donne e bambini piccoli come me. Mi è stato detto che, lontano, da qualche parte nel mondo – e nel tempo – un popolo è stato sterminato solo perché apparteneva a quel popolo.
In quel luogo la morte non pioveva dal cielo, ma saliva, lenta, come i lamenti delle madri. Saliva da campi dove non crescevano più fiori, ma recinti. Luoghi dove non si poteva giocare, da dove non si poteva fuggire.
Il mio cuore era ancora troppo piccolo per contenere tutto il male del mondo: quel giorno non c’era ancora spazio. E così ho pianto per quei bambini. “Qual è la colpa di appartenere a un popolo?”, mi ero chiesta.
Ricordo di essere corsa fuori a raccogliere dei fiori, proprio per quei bambini. E ricordo di aver pregato il mio Dio per loro. Io non lo sapevo se il mio Dio era lo stesso di quegli innocenti, ma gli ho chiesto di portarli in un luogo dove potessero giocare, per sempre, lontano dai recinti e dal male.
Ricordo che, mentre pregavo, ho sentito un sibilo fastidioso nella testa. Poi i miei polmoni si sono riempiti di polvere. Infine, è giunto il buio.
Quando mi sono svegliata, la mano che stringeva quei fiori… non c’era più. Il cielo, o forse il Dio di quei bambini, se l’era portata via.
Accanto a me c’era mia nonna, Nisreen. Piangeva, ma le lacrime non uscivano dagli occhi. Eppure, ricordo, bagnavano le lenzuola. Mi bagnavano l’anima.
Le ho chiesto: “Nonna, è la stessa gente cattiva che ha ucciso quei bambini? Quella di cui mi hai parlato? Sono stati loro a farmi questo? Sono stati loro a strapparci la nostra terra, a rinchiuderci dietro il filo spinato? Sono stati loro a portarmi via papà Ahmed, e prima di lui, dopo di lui, tanti miei amici? Sono stati loro a farci morire di fame, a sparare per le strade mentre cerchiamo, con ciotole vuote, un po’ d’acqua?”.
Le ho fatto vedere il mio braccio. “Nonna,” le ho chiesto, “ma quella gente… non aveva perso la guerra?”
Nisreen, chiudendo gli occhi, ha stretto il mio moncone e se l’è portato al petto, vicino al cuore zuppo di lacrime.
Poi, dopo un lungo silenzio, mi ha detto:
– “Sì, bambina mia. È vero, quella gente ha perso la guerra.”
– “E allora…” le ho chiesto, “chi sono i cattivi che si sono portati via i miei fiori?”
– “Non ci crederai, figliola mia. Ma sono stati i figli dei bambini per cui li avevi raccolti.”
Piange Hanin, insieme alla nonna Nisreen. Piangono come piange il cielo, quando si spezza.
Il cuore della bambina è ancora troppo piccolo per capire cos’è davvero l’orrore. E allora piange.
Piange come fa il cielo, a volte, in un luogo dove non si vedono le stelle ma solo i lampi dell’assedio.
Piange Hanin. Non perché le hanno tolto, per sempre, una mano. Ma perché le hanno tolto… i suoi fiori.
(Massimo Comella)