Studio Medico di Gastroenterologia ed Epatologia del Dott. Cavallaro

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Il cioccolato fa male o fa bene all'intestino?Come affrontare le uova di pasqua?100 domande in gastroenterologia. Numero...
02/04/2026

Il cioccolato fa male o fa bene all'intestino?
Come affrontare le uova di pasqua?
100 domande in gastroenterologia. Numero 96.
Durante il periodo di Pasqua, è normalissimo chiedersi se il cioccolato faccia bene o male all’intestino, soprattutto quando ci si ritrova con una o più uova da finire. La verità è che il cioccolato non è né completamente “buono” né “cattivo”: dipende dal tipo e da come lo si consuma.
Il cioccolato fondente, soprattutto quello con un’alta percentuale di cacao, può avere effetti positivi perché contiene sostanze che nutrono i batteri benefici dell’intestino. Al contrario, il cioccolato al latte o molto zuccherato tende a essere più pesante e, se consumato in grandi quantità, può favorire gonfiore, acidità o piccoli disturbi intestinali. Questo è ancora più evidente nelle persone con un intestino sensibile o con condizioni come la Sindrome dell’intestino irritabile, dove anche quantità moderate possono dare fastidio.
Quando arrivano le uova di Pasqua, il punto non è evitarle del tutto, ma gestirle con un po’ di equilibrio. Spesso si cade nell’errore di mangiarne grandi quantità tutte insieme, magari a stomaco vuoto: è proprio questo che mette in difficoltà l’intestino. È molto meglio concedersi piccoli pezzi alla volta, magari dopo i pasti, così da ridurre l’impatto digestivo. Anche scegliere uova più semplici, senza ripieni troppo ricchi o grassi aggiunti, può fare una grande differenza.
Un piccolo accorgimento utile è quello di non lasciare il cioccolato sempre sotto gli occhi: dividerlo in porzioni e conservarlo aiuta a evitare il consumo automatico e distratto. In questo modo si riesce a gustarlo davvero, senza esagerare.
In fondo, il messaggio è semplice: il cioccolato può tranquillamente far parte della Pasqua senza creare problemi, purché venga consumato con moderazione e un minimo di attenzione. Non serve rinunciare, ma solo trovare un equilibrio che permetta di goderselo senza mettere in difficoltà l’intestino.

Troviamo spesso nelle ricette l'acido butirrico.Ma a cosa serve e cosa cura?100 domande in gastroenterologia.  Numero 95...
01/04/2026

Troviamo spesso nelle ricette l'acido butirrico.
Ma a cosa serve e cosa cura?
100 domande in gastroenterologia. Numero 95.
L’acido butirrico è una sostanza molto importante per il nostro intestino, ma spesso viene frainteso. Non è un farmaco vero e proprio, quindi non “cura” direttamente una malattia come farebbe un antibiotico o un antinfiammatorio. Piuttosto, svolge un ruolo di supporto fondamentale nel mantenere l’intestino in salute.
Viene prodotto naturalmente nel colon dal microbiota intestinale, cioè dall’insieme dei batteri “buoni” che vivono nel nostro intestino. Questi batteri trasformano le fibre alimentari che introduciamo con la dieta in acido butirrico. Per questo motivo, la sua presenza dipende molto da ciò che mangiamo.
La sua funzione principale è quella di nutrire le cellule della mucosa intestinale: in pratica è il loro “carburante”. Grazie a questo, contribuisce a mantenere l’intestino integro e funzionante. Inoltre ha un’azione antinfiammatoria e aiuta a rafforzare la barriera intestinale, cioè quella struttura che impedisce a sostanze dannose di passare nel sangue.
Proprio per queste proprietà, l’acido butirrico può essere utile in alcune condizioni, soprattutto come supporto. Ad esempio, nella Sindrome dell'intestino irritabile può contribuire a ridurre gonfiore e fastidi; nelle malattie infiammatorie croniche come la Colite ulcerosa o la Malattia di Crohn può aiutare a controllare l’infiammazione, sempre però insieme alle terapie prescritte dal medico. Anche dopo una terapia antibiotica, può favorire il ripristino dell’equilibrio intestinale.
Quando si trova nelle “ricette” o negli integratori, quindi, l’obiettivo non è curare direttamente una malattia, ma migliorare l’ambiente intestinale e favorire il benessere generale. Va detto però che la forma migliore di acido butirrico è quella prodotta naturalmente dal nostro organismo: una dieta ricca di fibre (verdure, legumi, cereali integrali) è molto più efficace di qualsiasi integratore.
In sintesi, l’acido butirrico non è una cura in senso stretto, ma un alleato prezioso dell’intestino: aiuta a mantenerlo sano, a ridurre l’infiammazione e a sostenere il microbiota.

Le false notizie sulla steatosi epatica100 domande in gastroenterologia ed epatologia. Numero 94.La Steatosi epatica è u...
30/03/2026

Le false notizie sulla steatosi epatica
100 domande in gastroenterologia ed epatologia. Numero 94.
La Steatosi epatica è una condizione molto diffusa, ma spesso circondata da informazioni sbagliate che rischiano di confondere più che aiutare. Una delle convinzioni più comuni è che si tratti esclusivamente di una malattia legata all’alcol. In realtà, oggi la forma più diffusa è quella non alcolica, spesso associata a cattiva alimentazione, sedentarietà e problemi metabolici come il Diabete di tipo 2.
Un altro errore frequente è pensare che, in assenza di sintomi, non ci sia nulla di cui preoccuparsi. La steatosi epatica, invece, è spesso silenziosa: può non dare segnali evidenti per molto tempo, ma nel frattempo evolvere e, nei casi più seri, portare a condizioni come la Cirrrosi epatica. Proprio per questo non va sottovalutata.
C’è poi chi crede che basti assumere farmaci o integratori per risolvere il problema. Anche questa è un’idea fuorviante: non esiste una “pillola magica”. Il trattamento più efficace resta legato allo stile di vita, in particolare a una dieta equilibrata e all’attività fisica regolare.
Un’altra falsa credenza è che riguardi solo persone obese. In realtà, anche chi è normopeso può svilupparla, soprattutto se conduce una vita sedentaria o segue un’alimentazione ricca di zuccheri e cibi industriali. Allo stesso modo, è molto diffusa l’idea che il fegato possa essere “depurato” con tisane o prodotti detox: si tratta di una semplificazione senza basi scientifiche, perché il fegato è già un organo deputato alla depurazione e non ha bisogno di questi interventi.
In definitiva, la steatosi epatica è una condizione seria ma spesso reversibile, se affrontata nel modo corretto. Informarsi bene ed evitare falsi miti è il primo passo per prendersi davvero cura della propria salute.

Le false notizie sul morbo di crohn.100 domande in gastroenterologia. Numero 93.Le false notizie sul Morbo di Crohn sono...
29/03/2026

Le false notizie sul morbo di crohn.
100 domande in gastroenterologia. Numero 93.
Le false notizie sul Morbo di Crohn sono molto diffuse e spesso contribuiscono a creare confusione o inutili preoccupazioni. Si tratta di una malattia infiammatoria cronica complessa, e proprio per questo è facile che venga semplificata o fraintesa da informazioni non corrette che circolano online.
Una delle convinzioni più comuni è che il Crohn sia causato semplicemente dallo stress. In realtà, lo stress non è la causa della malattia: il Crohn nasce da una combinazione di fattori immunitari, genetici e ambientali. Tuttavia, è vero che lo stress può peggiorare i sintomi, motivo per cui spesso viene erroneamente indicato come origine del problema.
Un’altra falsa idea è che si tratti di una malattia lieve o limitata all’intestino. Al contrario, il Morbo di Crohn è una patologia seria che può coinvolgere diverse parti del corpo, non solo l’apparato digerente ma anche articolazioni, pelle e occhi. In alcuni casi può richiedere interventi chirurgici, soprattutto quando le complicanze diventano importanti.
Molti credono anche che basti modificare la dieta per guarire. Sebbene l’alimentazione abbia un ruolo importante nel controllo dei sintomi, non esiste una dieta in grado di curare definitivamente la malattia. La gestione del Crohn richiede spesso terapie farmacologiche e un monitoraggio medico costante.
Un altro mito da sfatare è che chi ne soffre non possa condurre una vita normale. In realtà, grazie ai progressi delle cure, molte persone con Crohn riescono a lavorare, studiare, viaggiare e fare sport. La qualità della vita può essere buona, soprattutto quando la malattia è ben controllata.
C’è poi chi pensa che il Crohn sia contagioso, ma questa è un’idea completamente sbagliata: non è causato da agenti infettivi trasmissibili e non si può contrarre da altre persone. Allo stesso modo, è falso che colpisca solo gli adulti, perché può manifestarsi anche nei bambini e negli adolescenti.
Infine, è importante chiarire che la scomparsa dei sintomi non equivale a una guarigione definitiva. Il Crohn è una malattia cronica caratterizzata da fasi di remissione e riacutizzazione, e anche quando i sintomi non sono presenti, la malattia può comunque essere attiva a livello infiammatorio.
Per non cadere nelle fake news online, è fondamentale adottare alcune precauzioni. Bisogna evitare di fidarsi di siti non verificati, blog personali o contenuti sensazionalistici che promettono cure miracolose o soluzioni rapide. È importante controllare sempre la fonte delle informazioni, privilegiando enti scientifici, ospedali, università o organizzazioni sanitarie riconosciute. Diffidare dei titoli troppo allarmistici o delle testimonianze che presentano esperienze individuali come verità universali è un altro passo essenziale. Inoltre, è bene non basarsi solo sui social media, dove le informazioni possono essere distorte o incomplete, e confrontare sempre più fonti affidabili. In caso di dubbi, la scelta più sicura resta quella di consultare un medico o uno specialista.
In conclusione, una corretta informazione è fondamentale per comprendere davvero il Morbo di Crohn e per evitare errori che possono influenzare negativamente la gestione della malattia.

Problemi gastrointestinali nei bambini100 domande in gastroenterologia.  Numero 92.I problemi gastrointestinali nei bamb...
28/03/2026

Problemi gastrointestinali nei bambini
100 domande in gastroenterologia. Numero 92.
I problemi gastrointestinali nei bambini sono molto frequenti e, nella maggior parte dei casi, non devono allarmare troppo, anche se è sempre importante osservare bene i sintomi. Durante la crescita, infatti, l’apparato digerente è ancora immaturo e può reagire facilmente a infezioni, cambiamenti nell’alimentazione o piccole intolleranze.
Uno dei disturbi più comuni è la gastroenterite, spesso di origine virale. Si manifesta con vomito, diarrea e talvolta febbre. In questi casi il rischio principale è la disidratazione, per cui è fondamentale far bere il bambino poco e spesso, anche con soluzioni reidratanti. Generalmente si risolve spontaneamente in pochi giorni.
Nei neonati, invece, sono molto frequenti le coliche, che si presentano con pianto intenso e prolungato, soprattutto nelle ore serali. Anche se possono essere molto stressanti per i genitori, tendono a scomparire con la crescita e non sono legate a malattie gravi.
Un altro problema abbastanza diffuso è la stitichezza, soprattutto dopo lo svezzamento o cambiamenti nella dieta. Il bambino può avere difficoltà ad evacuare, con feci dure e talvolta dolore. In questi casi è utile aumentare l’apporto di fibre e liquidi, sempre sotto consiglio del pediatra.
Nei primi mesi di vita è comune anche il reflusso, che si manifesta con rigurgiti frequenti dopo i pasti. Nella maggior parte dei casi è fisiologico, ma quando diventa più intenso può essere associato alla malattia da reflusso gastroesofageo, che richiede una valutazione medica.
Infine, alcuni bambini possono presentare intolleranze o allergie alimentari, come l’intolleranza al lattosio. Queste condizioni possono causare gonfiore, diarrea e dolori addominali, e devono essere diagnosticate dal medico per impostare una dieta adeguata.
In generale, la maggior parte dei disturbi gastrointestinali nei bambini è temporanea e si risolve senza complicazioni. Tuttavia, è importante consultare il pediatra se i sintomi persistono, se il bambino appare disidratato, ha dolore intenso, vomito continuo o presenza di sangue nelle feci. Un’attenzione precoce permette infatti di intervenire in modo efficace e prevenire eventuali problemi più seri.

Differenze tra infiammazione e disturbo funzionale. 100 domande in gastroenterologia. Numero 91.Distinguere tra un’infia...
27/03/2026

Differenze tra infiammazione e disturbo funzionale.
100 domande in gastroenterologia. Numero 91.
Distinguere tra un’infiammazione subclinica e un disturbo funzionale richiede un cambio di prospettiva: nel primo caso il problema è “biologico ma silenzioso”, nel secondo è “funzionale ma senza lesioni evidenti”.
L’infiammazione subclinica è una condizione in cui l’organismo presenta un’attivazione del sistema immunitario a basso livello. Non ci sono i segni classici dell’infiammazione acuta (febbre alta, dolore intenso, gonfiore evidente), ma qualcosa “si muove sotto traccia”. Questo si riflette spesso negli esami: piccoli aumenti della proteina C-reattiva, della VES o di altri marker possono indicare che è in corso un processo infiammatorio, anche se i sintomi sono vaghi, come stanchezza persistente, dolori diffusi o disturbi intestinali. In alcune situazioni, questa condizione può rappresentare una fase iniziale di malattie più definite, come la Malattia infiammatoria intestinale o l’Artrite reumatoide.
Il disturbo funzionale, invece, è caratterizzato da sintomi reali ma senza evidenza di danno strutturale o infiammazione agli esami tradizionali. Gli organi appaiono “normali”, ma funzionano in modo alterato. Un esempio tipico è la Sindrome dell'intestino irritabile, in cui la persona può avere dolore, gonfiore e alterazioni dell’alvo, pur avendo esami del sangue, endoscopie e imaging nella norma. In questi casi il problema riguarda più la regolazione (nervosa, motoria o sensoriale) che la struttura dell’organo stesso, e spesso i sintomi variano nel tempo e possono essere influenzati da fattori come stress o alimentazione.
La differenza fondamentale, quindi, sta nel fatto che nell’infiammazione subclinica esiste una base biologica misurabile, anche se discreta, mentre nel disturbo funzionale questa base non emerge con gli strumenti diagnostici standard. Tuttavia, la distinzione non è sempre netta: oggi sappiamo che alcune condizioni considerate funzionali possono presentare forme di micro-infiammazione o alterazioni immunitarie sottili, rendendo il confine tra le due categorie più sfumato di quanto si pensasse in passato.
Per questo, nella pratica clinica, non ci si basa mai su un solo elemento, ma su un insieme di dati: sintomi, andamento nel tempo, esami di laboratorio e contesto generale della persona.

La somministrazione degli antinfiammatori fanno meno male se fatta intramuscolare o endovenosa rispetto alla somministra...
26/03/2026

La somministrazione degli antinfiammatori fanno meno male se fatta intramuscolare o endovenosa rispetto alla somministrazione orale?
100 domande in gastroenterologia. Numero 90.
Quando si parla di antinfiammatori (i cosiddetti FANS, come Ibuprofene, Diclofenac o Ketorolac), è abbastanza comune pensare che farli per iniezione, intramuscolare o endovenosa, sia meno dannoso rispetto alla compressa per bocca. In realtà le cose non stanno proprio così.
Il punto chiave è che questi farmaci, una volta entrati in circolo, agiscono in tutto l’organismo. Il loro effetto collaterale più noto, cioè il rischio di irritare lo stomaco fino a provocare gastrite o ulcera, non dipende solo dal contatto diretto con la mucosa gastrica, ma soprattutto da un meccanismo sistemico: i FANS riducono la produzione di sostanze che proteggono lo stomaco. Questo significa che, anche se il farmaco viene somministrato con una puntura o per via endovenosa, il rischio per lo stomaco rimane sostanzialmente simile.
Le differenze tra le varie vie di somministrazione riguardano più che altro la velocità d’azione e la praticità. La via orale è la più semplice, meno invasiva e generalmente preferibile nella maggior parte dei casi. L’intramuscolo può avere un effetto un po’ più rapido, ma comporta dolore nel punto di iniezione e, raramente, complicazioni locali. La via endovenosa è ancora più rapida, ma viene usata quasi esclusivamente in ambiente ospedaliero o in situazioni particolari.
È importante anche ricordare che i rischi principali dei FANS — come quelli per i reni, per la pressione arteriosa o per il sistema cardiovascolare — sono indipendenti dalla via di somministrazione: dipendono dal farmaco stesso e dalla dose, non da come viene somministrato.
In sintesi, fare un antinfiammatorio per puntura non lo rende automaticamente più “sicuro” rispetto alla compressa. Serve soprattutto quando si ha bisogno di un effetto più rapido o quando non si può assumere il farmaco per bocca, ma non riduce in modo significativo i possibili effetti collaterali interni.

Helicobacter pylori: cos'è questo batterio? È contagioso?100 domande in gastroenterologia.  Numero 89.L’Helicobacter pyl...
23/03/2026

Helicobacter pylori: cos'è questo batterio? È contagioso?
100 domande in gastroenterologia. Numero 89.
L’Helicobacter pylori è un batterio che vive nello stomaco umano ed è molto più diffuso di quanto si pensi: molte persone lo ospitano senza accorgersene, perché spesso non provoca sintomi evidenti. La sua particolarità è la capacità di sopravvivere in un ambiente estremamente acido come quello gastrico, grazie a meccanismi che gli permettono di “proteggersi” dall’acidità.
Quando però questo batterio diventa problematico, può irritare la mucosa dello stomaco e causare infiammazione (gastrite) o, nei casi più seri, contribuire alla formazione di ulcere. Solo raramente è associato a complicazioni più gravi, ma nella maggior parte dei casi resta una presenza silenziosa.
Per quanto riguarda la trasmissione, sì, è considerato contagioso, anche se non in modo diretto e immediato come avviene per i virus influenzali. Il passaggio da una persona all’altra avviene soprattutto attraverso la saliva oppure tramite cibo e acqua contaminati, in particolare in contesti dove le condizioni igieniche non sono ottimali o c’è una convivenza molto stretta.
Quando dà sintomi, questi sono generalmente legati allo stomaco: si possono avvertire bruciore, dolore nella parte alta dell’addome, gonfiore, nausea o difficoltà digestive. Tuttavia, la presenza del batterio non implica automaticamente la comparsa di disturbi.
La buona notizia è che l’infezione si può trattare in modo efficace con una terapia a base di antibiotici associati a farmaci che riducono l’acidità dello stomaco. È importante seguire bene la cura prescritta dal medico per eliminare il batterio completamente ed evitare recidive.

Perchè la gastrite peggiora in primavera?100 domande in gastroenterologia.  Numero 88.La gastrite tende a peggiorare in ...
22/03/2026

Perchè la gastrite peggiora in primavera?
100 domande in gastroenterologia. Numero 88.
La gastrite tende a peggiorare in primavera per una combinazione di fattori legati al cambio di stagione, più che per una singola causa precisa. In questo periodo, infatti, l’organismo deve adattarsi a variazioni di temperatura, luce, ritmi sonno-veglia e persino abitudini alimentari, e tutto questo può riflettersi sullo stomaco.
Uno degli elementi principali è lo stress “biologico” da adattamento. Il passaggio all’ora legale, le giornate più lunghe e i cambiamenti nei ritmi quotidiani possono influenzare il sistema nervoso autonomo, che regola anche la secrezione dei succhi gastrici. Questo può portare a un aumento dell’acidità, irritando la mucosa e favorendo i sintomi della Gastrite, come bruciore, dolore e senso di pesantezza.
Anche gli ormoni giocano un ruolo: in primavera possono esserci variazioni nei livelli di cortisolo e serotonina, che influenzano sia l’umore sia la funzionalità digestiva. Non a caso, chi è più sensibile allo stress o ai cambiamenti stagionali spesso avverte un peggioramento dei disturbi gastrici.
Poi ci sono fattori più pratici: con il bel tempo si tende a cambiare alimentazione, magari introducendo cibi più freschi ma anche più acidi, bevande fredde o pasti meno regolari. Tutto questo può irritare ulteriormente lo stomaco già sensibile.
Infine, in alcune persone si osserva una maggiore attività o sensibilità a batteri come l’Helicobacter pylori, che è una delle cause più comuni di gastrite e può contribuire alla riacutizzazione dei sintomi.
In sintesi, la primavera non “causa” direttamente la gastrite, ma crea condizioni che possono facilitarne il peggioramento. Per questo può essere utile, in questo periodo, curare di più la regolarità dei pasti, evitare cibi irritanti, gestire lo stress e — se i sintomi aumentano — confrontarsi con il medico.

Pasta Conchiglioni ricotta e limoni: un'esplosione di sapori e profumi mediterranei.C’è qualcosa di profondamente evocat...
21/03/2026

Pasta Conchiglioni ricotta e limoni: un'esplosione di sapori e profumi mediterranei.
C’è qualcosa di profondamente evocativo in un piatto di conchiglioni ricotta e limone: è come se la luce del Mediterraneo si trasformasse in sapore, portando con sé il profumo degli agrumi e la delicatezza dei latticini freschi.
I Conchiglioni, con la loro forma generosa e accogliente, sembrano nati per custodire un ripieno che parla di semplicità e raffinatezza insieme. La ricotta, morbida e vellutata, avvolge il palato con la sua dolcezza gentile, mentre il limone irrompe con una nota fresca e vibrante, capace di risvegliare ogni senso. Non è solo un contrasto: è un equilibrio, quasi una danza tra cremosità e vivacità.
Il profumo che si sprigiona è inconfondibile: ricorda le coste assolate del Sud, i giardini di agrumi, le cucine aperte dove il tempo sembra rallentare. Ogni boccone racconta una storia fatta di ingredienti autentici, di gesti semplici e di una tradizione che non ha bisogno di eccessi per stupire.
È un piatto che conquista senza rumore, che seduce con eleganza. Perfetto per un pranzo che vuole essere speciale senza diventare complicato, o per una cena in cui si desidera portare in tavola qualcosa che sappia di casa e di bellezza insieme.
I conchiglioni ricotta e limone non sono solo una ricetta: sono un’esperienza sensoriale, un piccolo viaggio nel cuore della cucina mediterranea, dove ogni ingrediente trova il suo posto e ogni sapore ha qualcosa da raccontare.

La metereopatia gastrointestinale durante il cambio di stagione.100 domande in gastroenterologia. Numero 87.Durante il c...
21/03/2026

La metereopatia gastrointestinale durante il cambio di stagione.
100 domande in gastroenterologia. Numero 87.
Durante il cambio di stagione, molte persone avvertono un certo “scombussolamento” dell’organismo, e l’intestino è spesso uno dei primi a risentirne. Quella che viene comunemente chiamata meteoreopatia gastrointestinale non è una vera malattia, ma piuttosto una risposta del corpo alle variazioni climatiche tipiche di questi periodi, come gli sbalzi di temperatura, i cambiamenti di pressione atmosferica e di umidità.
Il nostro apparato digerente è strettamente collegato al sistema nervoso autonomo, che regola funzioni come la motilità intestinale e la digestione. Quando l’ambiente esterno cambia rapidamente, questo equilibrio può alterarsi, causando una digestione più lenta o irregolare. È per questo che, in queste fasi, si possono avvertire sintomi come gonfiore, aria intestinale, crampi addominali o un’alternanza tra stipsi e diarrea.
A complicare il quadro c’è anche il legame molto stretto tra intestino e cervello. Il cambio di stagione può influenzare il ritmo sonno-veglia, l’energia e persino l’umore; questi fattori, a loro volta, incidono sul funzionamento intestinale. Non è raro, infatti, che in persone predisposte si accentuino disturbi come la Sindrome dell'intestino irritabile.
Per affrontare meglio questo periodo, può essere utile adottare alcune semplici abitudini: seguire un’alimentazione leggera e regolare, evitare cibi troppo fermentabili o difficili da digerire, mantenere orari costanti per i pasti e il sonno, e dedicare un po’ di tempo all’attività fisica e al relax. Anche piccoli rimedi naturali, come tisane digestive, possono dare sollievo.
In genere si tratta di disturbi temporanei, destinati a migliorare con l’adattamento dell’organismo alla nuova stagione. Tuttavia, se i sintomi sono intensi, persistenti o insoliti, è sempre consigliabile rivolgersi a un medico per escludere altre cause.

Quali sono le cause del bruciore della lingua?Il reflusso gastroesofageo è tra le cause?100 domande in gastroenterologia...
20/03/2026

Quali sono le cause del bruciore della lingua?
Il reflusso gastroesofageo è tra le cause?
100 domande in gastroenterologia. Numero 86.
Il bruciore della lingua è un disturbo piuttosto comune e può avere molte cause diverse, non sempre immediatamente evidenti. In alcuni casi è legato a fattori locali, come l’irritazione dovuta a cibi troppo caldi, piccanti o acidi, oppure al fumo o all’alcol. Anche una scarsa igiene orale o infezioni come la candidosi orale possono provocare una sensazione di bruciore, così come alcune reazioni a dentifrici, collutori o materiali dentali.
Altre volte il problema dipende da condizioni più generali dell’organismo. Per esempio, carenze di vitamine (in particolare la B12), ferro o acido folico possono rendere la lingua più sensibile e irritabile. Anche la secchezza della bocca, cioè una ridotta produzione di saliva, può favorire questo tipo di fastidio. Non va poi sottovalutato il ruolo dello stress e dell’ansia, che in alcune persone possono amplificare o addirittura provocare il sintomo. Esiste anche una condizione specifica, chiamata Burning Mouth Syndrome, in cui il bruciore persiste senza una causa organica chiaramente identificabile.
Per quanto riguarda il reflusso, sì, il reflusso gastroesofageo può essere una delle cause del bruciore alla lingua. Quando i succhi acidi dello stomaco risalgono verso l’alto, possono irritare non solo l’esofago ma anche la cavità orale, dando una sensazione di bruciore, spesso accompagnata da sapore acido in bocca, raucedine o tosse.
In generale, se il disturbo è occasionale e lieve può essere legato a fattori temporanei, ma se persiste nel tempo o diventa fastidioso è opportuno indagare con un medico per individuare la causa precisa e intervenire in modo mirato.

Indirizzo

Largo Bordighera 42
Catania
95127

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 15:00

Telefono

330847900

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