Studio Medico di Gastroenterologia ed Epatologia del Dott. Cavallaro

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Studio Medico di Gastroenterologia ed Epatologia del Dott. Cavallaro Consigli su epatologia, gastroenterologia, alimentazione, cucina e attività fisica e molti altri.

Quando il glutatione non serve.100 domande in gastroenterologia.  Numero 139.Il glutatione viene spesso presentato come ...
22/05/2026

Quando il glutatione non serve.
100 domande in gastroenterologia. Numero 139.
Il glutatione viene spesso presentato come una sorta di terapia “detox” capace di pulire il fegato e liberare l’organismo dalle tossine. In realtà è importante fare chiarezza ed evitare interpretazioni troppo semplicistiche o commerciali.
Il glutatione è una sostanza naturalmente prodotta dal nostro organismo e svolge un ruolo importante nei processi antiossidanti e nel metabolismo epatico. Per questo motivo può avere un razionale clinico come supporto in alcune condizioni caratterizzate da stress ossidativo o infiammazione.
Tuttavia il glutatione non è una terapia miracolosa e soprattutto non serve a “ripulire” genericamente il fegato.
Non elimina presunte tossine accumulate in assenza di una reale patologia, non fa dimagrire, non scioglie il grasso epatico da solo e non compensa gli effetti di alcol, eccessi alimentari o cattive abitudini di vita.
Spesso viene utilizzato impropriamente anche per stanchezza cronica aspecifica o come trattamento estetico del benessere, ma le evidenze scientifiche in questi ambiti sono limitate.
Il fegato sano è già uno straordinario organo di detossificazione e non necessita periodicamente di “lavaggi” o “pulizie”.
La vera protezione epatica resta legata soprattutto a:
alimentazione equilibrata,
controllo del peso,
attività fisica,
riduzione dell’alcol,
gestione metabolica corretta,
uso appropriato dei farmaci.
Dove invece il glutatione può avere maggiore interesse medico è in alcune situazioni specifiche di stress ossidativo, danno epatico o supporto metabolico selezionato.
In epatologia moderna il concetto di “detox miracoloso” appartiene molto più al marketing che alla medicina basata sulle evidenze.

Negli ultimi anni si parla sempre di più di “asse intestino-fegato”, 100 domande in gastroenterologia.  Numero 138.un co...
21/05/2026

Negli ultimi anni si parla sempre di più di “asse intestino-fegato”,
100 domande in gastroenterologia. Numero 138.
un collegamento straordinariamente stretto tra due organi che lavorano in continuo dialogo.
L’intestino non è soltanto un organo digestivo: rappresenta un vero ecosistema biologico popolato da miliardi di batteri, il cosiddetto microbiota intestinale, capace di influenzare metabolismo, immunità e stato infiammatorio dell’intero organismo.
Il fegato riceve quotidianamente, attraverso la vena porta, sostanze provenienti dall’intestino: nutrienti, metaboliti batterici, tossine e segnali immunologici.
Quando il microbiota è in equilibrio, questo sistema contribuisce al mantenimento della salute metabolica ed epatica.
Quando invece compare una condizione di disbiosi — cioè alterazione della flora intestinale — possono svilupparsi fenomeni infiammatori che coinvolgono direttamente il fegato.
Oggi sappiamo che il microbiota ha un ruolo importante nello sviluppo di numerose patologie epatiche, in particolare: • steatosi epatica metabolica (MASLD)
• steatoepatite (MASH)
• cirrosi
• encefalopatia epatica
• epatocarcinoma
Uno dei meccanismi principali è l’aumento della permeabilità intestinale, il cosiddetto “leaky gut”.
In questa situazione alcune endotossine batteriche riescono a raggiungere il fegato, attivando infiammazione, stress ossidativo e processi di fibrosi.
Per questo motivo oggi l’epatologia moderna guarda con enorme interesse al microbiota come possibile:
biomarcatore diagnostico,
indicatore prognostico,
bersaglio terapeutico.
Anche la terapia sta cambiando.
Dieta mediterranea, attività fisica, controllo metabolico e modulazione del microbiota attraverso probiotici, prebiotici e nuove strategie terapeutiche rappresentano ambiti di ricerca estremamente promettenti.
Il concetto più affascinante è forse questo:
l’intestino e il fegato non sono organi separati, ma parti di un unico sistema biologico integrato, dove equilibrio metabolico, alimentazione, infiammazione e microbiota dialogano continuamente.
La medicina del futuro passerà sempre di più dalla comprensione di questo dialogo invisibile tra intestino e fegato.

Gli errori che commettono i pazienti affetti da disturbi gastrointestinali.100 domande in gastroenterologia.  Numero 137...
21/05/2026

Gli errori che commettono i pazienti affetti da disturbi gastrointestinali.
100 domande in gastroenterologia. Numero 137.
I pazienti con disturbi gastrointestinali — in particolare con Sindrome dell'intestino irritabile, Malattia da reflusso gastroesofageo, Malattia celiaca, Morbo di Crohn, Rettocolite ulcerosa o dispepsia funzionale — tendono a ripetere alcuni errori ricorrenti che peggiorano sintomi, qualità di vita e gestione clinica.
I più frequenti sono questi:
Autodiagnosi basata su internet
Confondere sintomi comuni con patologie gravi.
Eliminare intere categorie alimentari senza indicazione clinica.
Arrivare alla visita già “convinti” della diagnosi.
Diete restrittive eccessive
Eliminazione indiscriminata di glutine, lattosio, FODMAP, fibre.
Riduzione progressiva della varietà alimentare fino a malnutrizione o alterazione del microbiota.
Uso cronico di diete low-FODMAP senza fase di reintroduzione.
Ricerca ossessiva del “cibo colpevole”
Attribuire ogni sintomo a un singolo alimento.
Ignorare il ruolo di stress, asse intestino-cervello, motilità, sonno e ansia.
Uso improprio di farmaci
Abuso di Omeprazolo e altri IPP per mesi o anni senza rivalutazione.
Assunzione cronica di lassativi stimolanti.
Uso intermittente e scorretto di probiotici “a caso”.
Scarsa aderenza terapeutica
Sospendere la terapia appena migliorano i sintomi.
Modificare dosaggi autonomamente.
Saltare follow-up nei pazienti con IBD.
Interpretazione errata degli esami
Sopravvalutare minime alterazioni di laboratorio.
Richiedere colonscopie o TAC ripetute senza indicazione.
Confondere positività sierologiche borderline con diagnosi definitive.
Medical shopping
Cambiare continuamente gastroenterologo.
Cercare conferme multiple invece di seguire un percorso terapeutico coerente.
Accumulare esami ridondanti.
Sottovalutazione dello stile di vita
Pasti irregolari.
Sedentarietà.
Sonno scarso.
Stress cronico non gestito.
Fumo e alcol nei pazienti con reflusso o IBD.
Aspettativa di guarigione immediata
Nei disturbi funzionali gastrointestinali il miglioramento è spesso graduale.
Molti pazienti interpretano la persistenza di sintomi residui come “terapia inefficace”.
Focalizzazione eccessiva sui sintomi
Monitoraggio continuo di alvo, meteorismo, rumori intestinali.
Ipervigilanza enterocettiva che amplifica la percezione sintomatica.
Dal punto di vista clinico, l’errore più rilevante spesso non è alimentare ma cognitivo-comportamentale: il paziente entra in un circolo di paura → restrizione → iperattenzione → peggioramento sintomatico.
Nei disturbi funzionali questo meccanismo può essere più importante della lesione organica stessa.

💉 “Dottore, ma allora la terapia biologica non funziona?”100 domande in gastroenterologia. Numero 136.È una delle domand...
20/05/2026

💉 “Dottore, ma allora la terapia biologica non funziona?”
100 domande in gastroenterologia. Numero 136.
È una delle domande più difficili da affrontare nei pazienti con IBD.
E spesso arriva dopo mesi di speranze, infusioni, controlli e sacrifici.
📌 Nelle malattie infiammatorie croniche intestinali
(Crohn e rettocolite ulcerosa), i biologici hanno cambiato la vita di migliaia di persone.
Ma esiste una realtà di cui si parla poco:
⚠️ alcuni pazienti NON rispondono.
Oppure rispondono… e poi perdono la risposta nel tempo.
E questo non significa “terapia sbagliata” o “malattia incurabile”.
🧠 L’IBD è una malattia estremamente complessa.
Ogni intestino ha un’infiammazione diversa.
Ogni sistema immunitario reagisce in modo diverso.
👉 Ci sono pazienti che:
🔸 sviluppano anticorpi contro il farmaco
🔸 metabolizzano il biologico troppo velocemente
🔸 hanno un’infiammazione “guidata” da vie immunologiche differenti
🔸 convivono con stenosi o danni strutturali non più reversibili con i farmaci
Per questo oggi la vera sfida NON è solo prescrivere un biologico.
È scegliere il farmaco giusto… per il paziente giusto.
🎯 Medicina personalizzata.
🎯 Monitoraggio terapeutico.
🎯 Valutazione precoce della risposta.
🎯 Strategia multidisciplinare.
E soprattutto:
❌ non colpevolizzare il paziente quando la terapia non funziona.
Perché chi vive con una IBD combatte ogni giorno una battaglia invisibile:
dolore, urgenza, stanchezza, paura di mangiare, paura di uscire, paura delle recidive.
📣 Quando un biologico fallisce, non fallisce il paziente.
Si cambia strada.
Si rivaluta.
Si riparte.
La gastroenterologia moderna è anche questo:
continuare a cercare una risposta, senza arrendersi.

Molti pazienti chiedono: “Dottore, ma se bevo solo nel weekend va bene?”.100 domande in gastroenterologia. Numero 135.La...
19/05/2026

Molti pazienti chiedono: “Dottore, ma se bevo solo nel weekend va bene?”.
100 domande in gastroenterologia. Numero 135.
La risposta non dipende soltanto dal numero di giorni in cui si beve, ma soprattutto da quanto alcol viene assunto e in quanto tempo.
Bere solo il sabato e la domenica non significa automaticamente proteggere il fegato. Anzi, spesso il rischio maggiore è proprio concentrare molte bevande in poche ore, il cosiddetto binge drinking: aperitivo, vino a cena, cocktail dopo cena e magari superalcolici nella stessa serata. In questi casi il fegato riceve un carico improvviso molto importante.
All’inizio il danno può manifestarsi semplicemente con un accumulo di grasso nel fegato, la steatosi epatica. È una condizione molto frequente e spesso silenziosa: molti pazienti non hanno sintomi oppure riferiscono solo stanchezza o una sensazione di peso al fianco destro. Se però l’esposizione all’alcol continua, il fegato può andare incontro a infiammazione, fibrosi e nel tempo anche a cirrosi.
Un aspetto importante da spiegare è che esami del sangue normali non escludono un problema epatico. Non è raro trovare persone con ecografia compatibile con fegato grasso o con iniziale fibrosi pur avendo transaminasi quasi normali. Per questo, nei pazienti con fattori di rischio, possono essere utili approfondimenti come ecografia epatica o FibroScan.
Oggi vediamo molto spesso un’associazione tra alcol e fegato grasso metabolico legato a sovrappeso, diabete e sindrome metabolica. In questi casi anche quantità considerate “moderate” possono accelerare il danno epatico. L’alcol infatti si somma agli altri fattori metabolici e aumenta il rischio di progressione verso fibrosi e cirrosi.
Ci sono poi situazioni in cui è preferibile evitare completamente l’alcol: presenza di fibrosi, cirrosi, epatiti virali, pancreatite, transaminasi persistentemente elevate o steatosi importante.
Molti chiedono anche se il vino rosso “faccia bene”. In realtà, dal punto di vista epatico, non esistono evidenze sufficienti per consigliare l’alcol come protettivo. Inoltre il fegato non distingue molto tra vino, birra o superalcolici: ciò che conta davvero è la quantità totale di etanolo assunta.
La buona notizia è che nelle fasi iniziali il fegato ha una notevole capacità di recupero. Ridurre drasticamente l’alcol, perdere peso e migliorare lo stile di vita possono portare a un miglioramento significativo della steatosi e dell’infiammazione epatica.
Il messaggio finale da dare al paziente è semplice: non è tanto il “solo nel weekend” a fare la differenza, ma il modo in cui si beve e le condizioni del proprio fegato.

Il fegato soffre in silenzio.100 domande in gastroenterologia.  Numero 134.Per anni può continuare a lavorare senza dare...
17/05/2026

Il fegato soffre in silenzio.
100 domande in gastroenterologia. Numero 134.
Per anni può continuare a lavorare senza dare sintomi evidenti, mentre infiammazione, steatosi o fibrosi avanzano lentamente.
Spesso i segnali arrivano tardi: stanchezza persistente, gonfiore addominale, difficoltà digestive, alterazioni degli esami del sangue.
Alcol, sovrappeso, alimentazione scorretta, diabete, farmaci assunti senza controllo e infezioni virali possono danneggiarlo ogni giorno.
La prevenzione è fondamentale.
Un’ecografia epatica e semplici esami ematici possono aiutare a individuare precocemente molte malattie del fegato.
Prendersi cura del fegato significa proteggere energia, metabolismo e qualità della vita.
Ascoltare il proprio corpo oggi può evitare problemi importanti domani.

Dieta: l'iperbole reattiva al digiuno intermittente.100 domande in gastroenterologia.  Numero 133.La dieta moderna ha tr...
16/05/2026

Dieta: l'iperbole reattiva al digiuno intermittente.
100 domande in gastroenterologia. Numero 133.
La dieta moderna ha trasformato il digiuno intermittente in una sorta di rituale salvifico: saltare la colazione, comprimere i pasti in poche ore, “resettare” il metabolismo. Ma spesso attorno al digiuno si costruisce una vera iperbole reattiva: più il digiuno viene percepito come soluzione radicale, più il corpo e la mente reagiscono in modo altrettanto radicale.
All’inizio il digiuno intermittente può dare una sensazione di controllo, leggerezza, persino euforia metabolica. L’insulina si riduce, il fegato mobilizza glicogeno e grassi, l’appetito sembra domabile. Tuttavia l’organismo umano non interpreta il digiuno come una moda nutrizionale: lo interpreta come una possibile scarsità.
Ed è qui che compare la risposta reattiva.
Dopo ore di restrizione, soprattutto nei soggetti predisposti, il cervello amplifica il desiderio di cibo. Non si cerca semplicemente nutrimento: si cercano zuccheri rapidi, pane, dolci, alimenti ipercalorici. La fame diventa emotiva oltre che biologica. Il risultato è il classico paradosso: una lunga fase di controllo seguita da una fase di compensazione alimentare.
Più il digiuno viene estremizzato, più può diventare protagonista il pensiero ossessivo sul cibo. Alcuni pazienti passano dal “mangio solo in 6 ore” al “nelle 6 ore mangio tutto”. È l’iperbole del comportamento alimentare: la restrizione genera l’eccesso che voleva combattere.
Dal punto di vista metabolico il quadro è altrettanto interessante. Un digiuno ben gestito può migliorare sensibilità insulinica e peso corporeo; un digiuno vissuto come stress cronico può invece aumentare cortisolo, irritabilità, perdita di massa magra e disorganizzazione alimentare. Il metabolismo non ama gli estremi: preferisce la prevedibilità.
Il problema quindi non è il digiuno intermittente in sé, ma la sua mitizzazione. Quando una strategia alimentare viene caricata di aspettative assolute — “disintossica”, “rigenera”, “brucia grassi senza sforzo” — nasce l’iperbole. E ogni iperbole fisiologica prima o poi presenta una risposta reattiva.
La vera dieta efficace raramente è spettacolare. È quella che il paziente riesce a sostenere senza vivere nel conflitto continuo tra controllo e compensazione.

I sintomi del fegato cirrotico.100 domande in gastroenterologia.  Numero 132.La Cirrosi epatica è una malattia del fegat...
16/05/2026

I sintomi del fegato cirrotico.
100 domande in gastroenterologia. Numero 132.
La Cirrosi epatica è una malattia del fegato che si sviluppa lentamente nel tempo, spesso dopo anni di infiammazione cronica causata da alcol, epatiti virali, fegato grasso o altre patologie epatiche. Nelle fasi iniziali può non dare alcun sintomo, ed è proprio questo uno degli aspetti più insidiosi della malattia: molte persone convivono con una cirrosi senza saperlo.
I primi segnali sono spesso vaghi e facilmente sottovalutabili. Il paziente può avvertire stanchezza persistente, senso di debolezza, difficoltà digestive, gonfiore addominale o perdita di appetito. Alcuni riferiscono un calo di peso non spiegato o una sensazione di pesantezza nella parte destra dell’addome.
Con il progredire della malattia, il fegato perde gradualmente la capacità di svolgere le sue funzioni. Possono allora comparire sintomi più evidenti come l’ittero, cioè la colorazione gialla della pelle e degli occhi, il prurito diffuso, il gonfiore delle gambe e soprattutto l’ascite, ovvero l’accumulo di liquido nell’addome. La pelle può mostrare piccoli vasi sanguigni visibili, chiamati angiomi a ragno, e il paziente può presentare maggiore facilità ai lividi o ai sanguinamenti.
Nelle forme più avanzate possono comparire complicanze importanti. Una delle più temute è l’encefalopatia epatica, che provoca confusione mentale, sonnolenza, difficoltà di concentrazione e alterazioni del comportamento. Inoltre, l’aumento della pressione nelle vene del fegato può causare varici esofagee, che in alcuni casi possono sanguinare improvvisamente.
La cirrosi può anche favorire lo sviluppo del Carcinoma epatocellulare, motivo per cui i controlli periodici sono fondamentali.
È importante ricordare che oggi molte cause della cirrosi possono essere trattate, rallentando o talvolta arrestando l’evoluzione della malattia. Per questo la diagnosi precoce, uno stile di vita corretto e il follow-up specialistico hanno un ruolo essenziale nella protezione della salute del fegato.

“Dottore, cosa posso mangiare?” è la domanda più frequente che si fa al gastroenterologo. 100 domande in gastroenterolog...
14/05/2026

“Dottore, cosa posso mangiare?” è la domanda più frequente che si fa al gastroenterologo.
100 domande in gastroenterologia. Numero 131.
È probabilmente la domanda più frequente in gastroenterologia.
Arriva quasi sempre dopo la diagnosi, ma spesso anche prima degli esami, appena compaiono sintomi come gonfiore, reflusso, dolore, nausea o alterazioni intestinali.
E non è mai soltanto una domanda sul cibo.
Dentro quella frase il paziente sta chiedendo molte altre cose:
“Posso continuare la mia vita normale?”
“Dovrò rinunciare a tutto?”
“Ogni volta che mangio sto peggiorando la situazione?”
“Il mio corpo è diventato fragile?”
“Mi farà male anche ciò che mi piace?”
Molti arrivano già confusi da internet, dalle diete “anti-infiammatorie”, dalle liste proibitive lette sui social o dai consigli ricevuti da amici e parenti.
Così iniziano a togliere alimenti uno dopo l’altro: latte, pasta, pomodoro, caffè, glutine, frutta, vino, cioccolato. A volte senza una vera necessità clinica.
Il risultato è che il paziente non mangia più con serenità: mangia controllandosi.
E quando il rapporto con il cibo diventa paura, anche l’intestino spesso peggiora.
La realtà, nella maggior parte dei casi, è meno estrema di quanto si immagini.
In gastroenterologia raramente esistono alimenti “buoni” o “cattivi” in assoluto. Esistono quantità, frequenze, sensibilità individuali e contesti diversi.
Un caffè può essere innocuo per una persona e fastidioso per un’altra.
Il pomodoro può dare reflusso a qualcuno e non creare alcun problema ad altri.
Persino lo stesso alimento può essere tollerato bene un giorno e male in un periodo di stress, sonno scarso o ansia.
Per questo il lavoro del gastroenterologo non è soltanto vietare alimenti, ma aiutare il paziente a capire il proprio equilibrio senza trasformare la tavola in una terapia punitiva.
Perché alla fine la domanda: “Cosa posso mangiare?”
spesso significa in realtà:
“Posso ancora stare bene senza smettere di vivere?”

Perchè le grandi emozioni, positive o negative che siano, tolgono l'appetito o lo aumentato?100 domande in gastroenterol...
14/05/2026

Perchè le grandi emozioni, positive o negative che siano, tolgono l'appetito o lo aumentato?
100 domande in gastroenterologia. Numero 131.
Le emozioni forti, belle o brutte che siano, possono cambiare l’appetito perché il cervello e il corpo sono molto più collegati di quanto sembri. Quando proviamo qualcosa di intenso, l’organismo interpreta quella situazione come importante e modifica automaticamente diverse funzioni, tra cui fame e digestione.
In alcuni casi l’appetito sparisce. Succede spesso con ansia, paura, stress improvviso, ma anche con emozioni positive molto intense, come l’innamoramento o una grande eccitazione. Il corpo entra in uno stato di allerta: produce adrenalina e altri ormoni che preparano ad agire rapidamente, aumentando attenzione ed energia. In quel momento digerire non è una priorità, quindi lo stomaco “si chiude” e la fame diminuisce.
Altre volte invece accade il contrario: si mangia di più. Emozioni come tristezza, stress prolungato, solitudine o frustrazione possono spingere il cervello a cercare conforto nel cibo. Mangiare, soprattutto cibi dolci o molto calorici, attiva i circuiti del piacere e dà una sensazione momentanea di calma e benessere. Per questo molte persone sentono il bisogno di “consolarsi” mangiando.
La reazione cambia da persona a persona e persino nella stessa persona in momenti diversi. C’è chi sotto stress non riesce a toccare cibo e chi invece mangia continuamente. Dipende dagli ormoni, dalle abitudini, dal carattere e anche dalle esperienze vissute.
Il motivo profondo è che intestino e cervello comunicano continuamente. Per questo le emozioni non restano solo “nella testa”, ma si sentono anche nello stomaco: farfalle, nausea, fame improvvisa o senso di vuoto sono tutti effetti reali di questo legame.

Quando il vino non fa male.100 domande in gastroenterologia.  Numero 130.Il vino, per molte persone, non crea particolar...
13/05/2026

Quando il vino non fa male.
100 domande in gastroenterologia. Numero 130.
Il vino, per molte persone, non crea particolari problemi quando viene consumato con moderazione, dentro uno stile di vita sano e senza condizioni mediche che rendano l’alcol rischioso. In pratica, il punto non è tanto il vino in sé, ma la quantità, la frequenza e la situazione della persona che lo beve.
Un bicchiere durante un pasto, bevuto lentamente e non tutti i giorni in grandi quantità, di solito viene tollerato bene da un adulto sano. Bere mentre si mangia rallenta l’assorbimento dell’alcol e riduce gli effetti più pesanti rispetto al bere a stomaco vuoto o in poco tempo. Anche la qualità del sonno, l’idratazione e l’alimentazione generale fanno differenza.
Negli ultimi anni però si è diventati più cauti nel parlare dei possibili “benefici” del vino, soprattutto del rosso. Una volta si insisteva molto sul fatto che facesse bene al cuore; oggi si sa che alcuni effetti positivi possono esistere in certe persone, ma non bastano a dire che l’alcol sia salutare in generale. Infatti anche piccole quantità, se abituali, possono aumentare alcuni rischi nel lungo periodo.
Ci sono poi situazioni in cui il vino può fare male anche in dosi basse: per esempio durante la gravidanza, in presenza di problemi al fegato, gastrite, pressione alta, ansia, disturbi del sonno o se si assumono farmaci che interagiscono con l’alcol. Anche chi si sente “abituato” può accorgersi che il corpo manda segnali: sonno più leggero, stanchezza, mal di testa, reflusso o nervosismo il giorno dopo.
In sostanza, il vino tende a non essere particolarmente dannoso quando resta un consumo occasionale o moderato, inserito in un contesto equilibrato e compatibile con la salute della persona. Quando invece diventa frequente, abbondante o usato per rilassarsi ogni giorno, il rischio aumenta anche se non ci si ubriaca.
Immagine creata con AI.

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Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
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