27/04/2026
Ci sono leggi che proteggono la libertà delle persone. E ce ne sono altre che, invece, pretendono di decidere chi possa amare, chi possa diventare genitore, quali famiglie meritino riconoscimento e quali no. Quando lo Stato supera il confine della tutela ed entra nel terreno delle scelte intime, smette di essere garante dei diritti e diventa ostacolo alla libertà.
Per anni in Italia donne single e coppie di donne sono state costrette a lasciare il proprio Paese per accedere a tecniche di procreazione medicalmente assistita sicure, regolamentate e diffuse in molte democrazie europee. Non per un capriccio, ma per inseguire un desiderio legittimo: costruire una famiglia. È l’effetto più crudele dei divieti ideologici: non impediscono la realtà, la rendono solo più costosa, più dolorosa, più ingiusta.
Dietro queste norme ci sono sofferenze vere: donne costrette a viaggi estenuanti, risparmi consumati, attese cariche di ansia, il peso di sentirsi giudicate dallo stesso Stato che dovrebbe garantire pari dignità a tutti i cittadini. E poi ci sono i bambini, attesi e amati, ai quali vengono negate fin dall’inizio certezze e tutele che una società civile dovrebbe assicurare senza esitazione.
Per questo il gesto di Silvia Salis assume un valore che va ben oltre l’atto amministrativo. Con l’iscrizione all’anagrafe di 11 bambini nati in Spagna, ha scelto di stare dalla parte della libertà concreta contro l’astrazione ideologica, della realtà contro il pregiudizio, dei diritti contro la burocrazia discriminatoria. Ha ricordato che lo Stato non deve giudicare i percorsi di maternità o di genitorialità, ma riconoscere e proteggere i cittadini, soprattutto i più piccoli.
È un gesto autenticamente liberale e profondamente libertario: perché afferma che le istituzioni non devono imporre un modello unico di vita buona, ma garantire a ciascuno lo spazio per scegliere responsabilmente il proprio destino. Nessuna donna dovrebbe essere costretta ad attraversare una frontiera per esercitare una libertà personale. Nessun bambino dovrebbe attendere il riconoscimento di ciò che è già evidente: il diritto ad avere un’identità certa e una piena tutela giuridica.
Le società aperte non hanno paura della pluralità delle famiglie. Sanno che la libertà individuale, quando incontra responsabilità e amore, arricchisce l’intera comunità. Solo le culture chiuse e antimoderne usano la legge per negare ciò che la vita ogni giorno dimostra possibile e giusto.
Silvia Salis, con semplicità e coraggio istituzionale, ha compiuto un atto di civiltà. Ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. Ha scelto di mettere al centro le persone, non i dogmi. E ogni volta che un’istituzione sceglie la libertà invece del controllo, i diritti invece della paura, l’Italia fa un passo avanti verso una democrazia più matura, più giusta, più libera.