28/03/2024
LA TRAPPOLA DELL'AMBIVALENZA NELLA DIPENDENZA AFFETTIVA, UN'ALCHIMIA VENEFICA.
Le storie di dipendenza affettiva sono sempre sconcertanti perché invischiano i loro protagonisti in un vortice autodistruttivo dal quale non sembrano volersi ritrarre malgrado l’escalation di dolore che infligge.
La logica porterebbe a pensare che i tradimenti, le menzogne, l’abuso psicologico, a volte velato, debbano spingere la vittima a interrompere il rapporto, ma da un punto di vista psicologico accade spesso l’inverso. Infatti, ogni mancanza e ogni attacco del membro “forte” della coppia sortisce l’effetto apparentemente inspiegabile di rafforzare il legame mentre erode la capacità reattiva della controparte, che finisce per abbandonarsi al proprio amore esasperante.
Le persone intrappolate nella dipendenza affettiva vivono soggiogate dall’ambivalenza: l’altro è affascinante, unico e speciale a tratti … ma anche bugiardo, manipolatore e traditore.
Senza soluzione di continuità, l’oggetto dell’amore dipendente presenta due facce contrapposte ma fuse in una alchimia venefica. Di qui l’impossibilità di stabilire se sia del tutto buono o del tutto cattivo diventa PARALIZZANTE.
Un'identità duplice, ed è proprio questa dualità a costituire il perno della dipendenza relazionale: la “vittima” si innamora del volto buono del partner, dei suoi aspetti sentimentali e della sua transitoria sensibilità, lo idealizza e vi si dedica interamente, mentre minimizza o nega la “faccia cattiva”, la scinde dall’oggetto d’amore perché illogica e incongruente con i propri bisogni affettivi coscienti e con L'IMMAGINE SPECCHIATA DELL'AMORE ROMANTICO.
La persona che incatena, manipola, sfrutta è così in salvo, sotto la tutela della sua prigioniera che é disposta a perdonare tutto, a transigere su tutto pur di intravedere una volta ancora quel fugace sprazzo di luce di un'immagine idealizzata che non esiste se non nella sua contrapposizione paralizzante.
I mostri non esistono, o almeno, non esistono nella forma stereotipata e lampante in cui pretendiamo di riconoscerli. Sono persone dotate di quella capacità mimetica che li rende come gli altri e, anzi, li fa apparire migliori degli altri: più affascinanti, più intelligenti e più dotati. Il loro segreto consiste nello scindere e isolare quanto più possibile da sé le parti “negative”: la paura dell’abbandono, la vulnerabilità, il timore di soccombere all’angoscia di essere perfettamente umani.
La “vittima” si innamora di un'immagine dorata ed intrigante e considera le incursioni del mostro umano sulla scena della relazione come manifestazioni dovute alla propria indegnità. Si lascia colpevolizzare, soggiace alla menzogna più bieca e al tradimento palese nell’illusione di conquistare il volto buono del partner e di sollevarlo dal male oscuro che lo ammorba.
Come può la vittima spezzare questa catena?
L' unica strada possibile è quella del Perdono. Perdono di sé e dell'altro.
Il perdono è un atto liberatorio, è la forma più alta dell'amore umano.
Chi perdona è già altrove. Significa riconoscere l'altro come diverso, assolutamente separato.
Il perdono pone fine a un'illusione, la scoperta della mancata integrazione tra le parti positive e negative della persona amata e la consapevolezza liberatoria che non compete alla vittima doverle coniugare.
E allora c'è una ripartenza possibile, lenta, dura, faticosa. Partire da sé, da quella capacità di stare nella solitudine.
La condizione mentale che rende possibile un amore autentico è proprio la capacità di sopportare la nostra solitudine.
Apre la strada della libertà, e diventa un dono.