Paola Ferrari-Psicologa Psicoterapeuta

Paola Ferrari-Psicologa Psicoterapeuta Psicologa
Psicoterapeuta
Sessuologa clinica
terapeuta EMDR
Operatore psicologico in PMA
Insegnante d

04/03/2026
28/02/2026

È una domanda che non arriva mai per caso. Arriva dopo un titolo visto di sfuggita.
Dopo una parola ascoltata mentre la TV era accesa.
Dopo un silenzio improvviso degli adulti.

Per noi la guerra è una notizia.
Per un bambino è una frattura.

Nella testa di un bambino la guerra non è geopolitica, non è strategia, non è storia.
È paura pura. È l’idea che il mondo, improvvisamente, non sia più un posto affidabile.

Il bambino non pensa: “succede lontano”. Pensa: “può succedere”.

E allora iniziano le domande che non sempre fa ad alta voce:
– Può succedere anche qui?
– Se succede, tu mi proteggi?
– Se succede di notte?
– Se non fai in tempo?
Quando un bambino sente parlare di guerra, il suo cervello non cerca spiegazioni. Cerca sicurezza.

I bambini non hanno ancora gli strumenti per separare il “lontano” dal “possibile”. Vivono nel presente emotivo.
E la guerra, per loro, è la prova che gli adulti non controllano tutto.
E questo fa più paura delle bombe.

Frasi come: “Non ti preoccupare”
“Non pensarci” “È lontano” non li tranquillizzano.
Li fanno sentire soli con la paura.
Meglio provare con:
“Capisco che questa cosa faccia paura.”
“È vero, succedono cose brutte nel mondo.”
“Ma io sono qui. E il mio compito è proteggerti.”

La protezione, per un bambino, non è l’assenza del pericolo.
È la presenza dell’adulto.
Hanno bisogno di adulti che non si spaventano delle loro domande.Perché quando un bambino chiede della guerra,
non sta chiedendo cosa succede nel mondo.
Sta chiedendo: “Se il mondo fa paura, tu resti con me?”


22/02/2026
17/02/2026

C’è una parola che negli ultimi anni è diventata una scorciatoia comoda: hikikomori.
La usiamo per indicare ragazzi che non escono, che si chiudono, che spariscono. La usiamo come se spiegasse tutto. In realtà spesso serve solo a tranquillizzarci: se ha un nome, allora è “un problema loro”.

I numeri oggi dicono che in Italia i giovani in ritiro sociale sono molti di più di quanto si pensasse. Ma fermarsi ai numeri è l’ennesimo modo per non guardare la questione vera. Perché il punto non è quanti sono. Il punto è perché restare in casa, per tanti ragazzi, è diventata l’opzione meno dolorosa.

Nel mio lavoro incontro adolescenti che non escono più da mesi, a volte da anni. Non li incontro spaventati dal mondo. Li incontro stanchi. Stanchi di sentirsi costantemente inadeguati, osservati, valutati. Stanchi di dover dimostrare qualcosa prima ancora di capire chi sono. Quando raccontano il loro ritiro non parlano di paura, parlano di sollievo. Ed è questo il dato che dovrebbe preoccuparci.

Restare in casa non è una scelta contro la vita sociale. È una scelta contro una vita sociale percepita come ostile. Fuori c’è una pressione continua: essere performanti, interessanti, pronti, resilienti. A scuola, nelle relazioni, online. Ogni errore resta, ogni inciampo diventa pubblico, ogni fragilità rischia di essere ridicolizzata. In questo contesto il ritiro non è follia. È una strategia di contenimento del dolore.

Noi adulti tendiamo a chiederci come “farli uscire”. Molto meno spesso ci chiediamo che tipo di mondo trovano fuori. Un mondo che parla di benessere ma vive di urgenze. Che invita all’espressione ma tollera poco la lentezza. Che chiede autenticità ma punisce chi non regge il confronto.

C’è poi un altro elemento che sta emergendo con forza: il legame emotivo con strumenti che non giudicano. Non perché siano migliori, ma perché non sospirano, non interrompono, non correggono. È inquietante, certo. Ma prima di demonizzarlo dovremmo avere l’onestà di chiederci che tipo di ascolto umano stiamo offrendo. Perché se un ragazzo trova più accoglienza in qualcosa che non è vivo, il problema non è solo tecnologico.

Il ritiro sociale non nasce nel vuoto. Nasce dentro un patto educativo fragile. Chiediamo ai ragazzi di essere forti, ma mostriamo poco come si attraversa una difficoltà. Diciamo “parlane”, ma poi siamo i primi a minimizzare, correggere, aggiustare.

Gli hikikomori non sono un’anomalia da correggere. Sono un segnale. Ci stanno dicendo che per una parte delle nuove generazioni vivere è diventato troppo costoso emotivamente. E che, tra soffrire fuori o soffrire meno dentro, scelgono la seconda opzione.

Continuare a leggerli come fragili serve solo a salvare la nostra coscienza.
La domanda vera, quella scomoda, è un’altra: che tipo di adulti siamo diventati, se crescere nel nostro mondo porta così spesso a desiderare di sparire in silenzio?

15/02/2026

VUOI SALVARE LA SALUTE MENTALE DI UN ADOLESCENTE? FAGLI LEGGERE QUESTO POST

Se siete genitori, docenti o educatori prendetevi il tempo di leggere questo post. E’ lungo, ma può aiutarvi a comprendere aspetti di importanza fondamentale per la salute mentale dei vostri figli e studenti.

Meta e il mondo dei social media in questo momento, negli Stati Uniti, devono rispondere – davanti ai giudici – di aver deliberatamente esposto minorenni ad un ambiente tossico, che ha concretamente minato la salute mentale di preadolescenti e adolescenti. Le famiglie che si sono costituite in class action contro le multinazionali del digitale sono al tempo stesso eroiche e consapevoli. Eroiche perché la loro è la battaglia di Davide contro il gigante Golia. Consapevoli perché nella loro famiglia c’è stato un figlio che ha avuto un problema di salute mentale molto impattante che, in alcuni casi, ha portato anche al suicidio del minore stesso. Im questi giorni, di fronte alla sede del tribunale statunitense dove si svolge il processo contro i social media, è stata allestita una sorta di “camera mortuaria” con le immagini di ragazzi e ragazze la cui traiettoria di vita e di crescita è cambiata dopo essere entrati nel mondo dei social media e poi si è interrotta, perché ciò che stava accadendo nelle loro vite online era incompatibile con la loro capacità di sopravvivervi nella vita reale.

Dal punto di vista della sanità pubblica ciò che sta accadendo negli Stati Uniti è di importanza fondamentale. La correlazione tra ingresso precoce e intenso in un social media e salute mentale in età evolutiva è fortissima e ben dimostrata dall’epidemiologia comportamentale e clinica dell’età evolutiva. Il tema portante di questo dibattito è la “consapevolezza” che le multinazionali hanno del loro approccio verso i nostri figli: ovvero il danno arrecato alla loro salute mentale non è il risultato del caso, ma la conseguenza di un disegno strategico, realizzato a scopo di profitto, per cui i grandi designer delle piattaforme digitali sapendo quanto fragile è la capacità della mente preadolescente di resistere all’ingaggio dopaminergico (ovvero all’effetto prodotto dalla produzione di dopamina nella nostra mente conseguente ad uno stimolo che produce gratificazione istantanea) hanno deciso di sfruttarlo in modo deliberato per ottenere maggiori profitti. La stessa cosa avevano fatto le multinazionali del tabacco quando avevano addizionato il contenuto delle si*****te con sostanze chimiche che ne aumentavano il potere additivo, obbligando i fumatori a comprare sempre più tabacco.

Oggi molti specialisti della mente sentono che finalmente si attribuisce una responsabilità oggettiva a chi ha sfruttato il funzionamento mentale in età evolutiva e la sua vulnerabilità solo ed esclusivamente a scopo di profitto, disinteressandosi del danno prodotto sull’utente finale. Altri specialisti della mente invece continuano a dire che è tutta colpa di noi genitori che non sappiamo gestire l’accesso al mondo online dei nostri figli. Vi propongo questa immagine: immaginate che il cervello dei nostri figli sia un pezzetto di ferro. Immaginate che nel mondo, un grande dittatore decida di generare un campo magnetico potentissimo che ha il potere di spostare i pezzetti di ferro (ovvero i cervelli dei nostri figli) verso di sé. Quel campo magnetico agisce dappertutto: a scuola, a casa , in camera da letto, fuori nelle strade della comunità. Ora dite ai genitori che loro devono blindare ogni singolo locale e spazio di vita dei loro figli per garantirne una buona crescita. Se non ne sono capaci, la responsabilità dei danni prodotti dal campo magnetico è loro, non di chi lo ha collocato al centro del mondo, allontanando quel “cervello/pezzetto di ferro” da tutte le altre traiettorie di vita.

Forse è arrivato il tempo di attribuire a chi ha prodotto il campo magnetico la sua responsabilità oggettive, di togliere quel campo magnetico dal mondo e di chiedere di pagare il conto dei danni prodotti. Il processo contro i social media negli Stati Uniti sta facendo comprendere tutto questo. E tutti noi dovremmo seguirlo col fiato sospeso. Perché dal suo esito dipende la salute mentale dei nostri figli di oggi e di domani. Sono così stanco di sentire che è tutta colpa di noi genitori. E ho letto addirittura che c’è chi spera che vinca Meta, perché sarebbe la cosa migliore per i nostri figli e per noi genitori. No, io non ci sto.

E spero che questo testo lo rendiate virale il più possibile. Perché sarà certamente penalizzato dall’algoritmo che non ha mai premiato questo genere di contenuti. Spero anche che domani venga letto a scuola da più docenti possibili ai loro studenti. Magari cominciando ad interessarli al processo contro i social media.

Questa sarebbe davvero l’educazione digitale che oggi serve a loro. Un’educazione digitale che gli insegni che i loro cervelli sono molto più che un pezzettino di ferro.

11/02/2026
03/02/2026

Assolutamente d’accordo

31/01/2026

Un bambino di dieci anni non ha le parole per una cosa così. Quando una madre viene uccisa dal padre, il mondo non si rompe solo fuori. Si rompe dentro. Chi doveva proteggere diventa pericoloso, chi accudiva scompare, e la mente di un bambino resta lì, sospesa, a cercare un punto fermo che non trova.

A quell’età il dolore raramente esce come pianto. Più spesso si ritira.
Può diventare silenzio. Può diventare controllo.
Può diventare una maturità che non è crescita, ma difesa.

Molti bambini in queste situazioni sembrano andare avanti. Fanno quello che devono fare. Non creano problemi. È facile scambiarlo per forza. In realtà è spesso il modo che trovano per non sentire troppo.

C’è poi un pensiero che arriva senza essere chiamato. Non è razionale, non è detto ad alta voce, ma pesa: se è successo nella mia famiglia, forse c’entro anch’io. I bambini molto spesso funzionano così. Cercano un senso, anche quando il senso non c’è.

E quando, oltre alla madre, si perdono anche i nonni paterni, il messaggio emotivo può diventare ancora più confuso: il dolore non si attraversa, fa crollare gli adulti. Non si regge.

Il trauma infantile non sempre urla.
A volte si organizza in silenzio.
Può diventare distanza emotiva, paura di legarsi, bisogno di controllo, difficoltà a fidarsi.

Per questo non basta togliere un bambino da una situazione pericolosa. Serve qualcuno che resti. Che sappia stare davanti alle sue domande senza affrettare risposte.
Che non lo definisca per ciò che è accaduto, ma per ciò che può ancora diventare.

Perché un bambino non è quello che ha vissuto.
È quello che gli adulti riescono a fare dopo.

Indirizzo

Via Alcide De Gasperi 14
Cerro Maggiore
20023

Orario di apertura

Lunedì 08:30 - 19:30
Martedì 08:30 - 19:30
Mercoledì 08:30 - 19:30
Giovedì 08:30 - 19:30
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