19/12/2025
Buona giornata a tutti con questa saggia riflessione💓🎄
Le persone non si svelano nel repertorio delle frasi giuste. Si svelano nel motivo che le muove e nel modo in cui si muovono: nella direzione che scelgono quando nessuno guarda, e nella postura con cui attraversano la giornata.
Il “si dovrebbe” è un copione pulito, ordinato, spesso anche elegante. Ma resta un copione: dice come apparire, non come esistere. È la grammatica sociale della rispettabilità, quella che mette in fila le azioni e le rende presentabili. Il problema non è che sia falso: è che è incompleto. Perché la vita vera non si recita. La vita vera inciampa, ripete, negozia, tenta.
Il perché è la radice. È ciò che rende un gesto un gesto e non solo un movimento: fame, paura, cura, vendetta, bisogno di pace, desiderio di essere visti, ricerca di controllo, speranza minuscola, rabbia antica. Il come è la firma. Due persone possono fare “la stessa cosa” e raccontare due storie opposte: c’è chi si prende cura per amare, e chi si prende cura per non essere abbandonato; chi dice la verità per liberare, e chi dice la verità per ferire; chi lavora per costruire, e chi lavora per non sentire.
Ma non siamo altro che noi noi: tendini e sangue, esseri sgangherati che provano a tenere insieme un corpo, una memoria, una reputazione, un futuro. “Fare del proprio meglio” non è una medaglia: è spesso un compromesso tra risorse limitate e richieste infinite. A volte il meglio è resistere senza diventare crudeli. A volte è chiedere scusa prima che l’orgoglio faccia danni. A volte è non scrivere quel messaggio. A volte è alzarsi, lavarsi la faccia, mettere un confine, fare una telefonata, andare via.
Quindi sì: chi obietta che non sempre si agisce per stare bene, ma anche per interesse o per potere, ha ragione. Ma proprio per questo la riflessione iniziale regge: non idealizza l’umano, lo descrive. Dice che il senso sta dietro e dentro l’azione, non nell’etichetta morale che le appiccichiamo sopra. Il perché e il come sono una radiografia: mostrano le fratture e anche i tentativi di saldatura.
Il copione del “si dovrebbe” promette una cosa: approvazione. Il prezzo, però, è alto: ci educa a sostituire il contatto con la performance. Quando viviamo per “come appare”, perdiamo l’accesso a “cosa sto davvero facendo” e “perché lo sto facendo”. E senza quel contatto, diventiamo facili prede delle scorciatoie: ripetiamo gesti che danno sollievo rapido, anche se ci impoveriscono dopo. Ci attacchiamo a ciò che calma subito, anche se poi chiede interessi. Chiamiamo “carattere” quello che spesso è una strategia. Chiamiamo “destino” quello che spesso è un automatismo.
La domanda è più onesta, e più utile: che cosa stai cercando davvero, con questo gesto? E che tipo di persona diventi mentre lo fai?
Non è facile farsela nel momento giusto: spesso ci arriviamo dopo, a mente fredda, quando il corpo si è calmato e l’ego ha abbassato la voce. Va bene così: anche a posteriori, quelle domande rimettono ordine nel perché e nel come. Perché è lì che ci raccontiamo: non nello “si dovrebbe”, ma in quel punto fragile in cui scegliamo come restare umani, anche quando siamo sgangherati.