Dott.ssa Samantha Corzani Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Samantha Corzani Psicologa Psicoterapeuta Laurea in psicologia clinica specializzazione in psicoterapia sistemico relazionale Psicologa Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale.

Ho conseguito un master breve in ADHD e DOP e ho molta esperienza in DSA. Sono stata relatrice in diversi corsi di formazione e informazione per docenti e genitori presso il CDE, AFI di Cesena e 3° Circolo di Cesena. Ricevo presso il Poliambulatorio Columbus Medical Central a Cesena e presso il Poliambulatorio Il Gelso a Bellaria Igea Marina

03/02/2026

Le nostre parole sono lo specchio in cui gli adolescenti costruiscono la loro immagine.
Come Osservatorio, abbiamo incontrato migliaia di adolescenti.

Le frasi che sentiamo e che abbiamo sentito ripetere più spesso non sono sfoghi di ribellione, ma ferite spesso ancora aperte:
• “Non crede in me.”
• “Vede solo i miei difetti.”
• “Tanto pensa che io non sia capace di fare nulla.”

⚠️ Questo, spesso, è il peso di ciò che diamo per scontato.

Oggi, poi, lo chiedono alle chat di intelligenza artificiale che sono programmate per tenerli lì, per rispondere con le modalità che piacciono al nostro cervello.

Attenzione alle parole che usate con i più piccoli. Diamo troppe cose per scontate: anche quando sembra che le critiche gli rimbalzino addosso, vengono feriti emotivamente. Questo vale anche per noi adulti, ovviamente.

Gli adolescenti sono in una fase di estrema vulnerabilità neurobiologica. L'identità è in costruzione. Il loro senso di sé non è ancora solido e si definiscono (anche) attraverso lo sguardo di chi riconoscono come persona di riferimento affettivo.

Oltre a vedere i loro difetti, perché altrimenti finiranno per identificarsi solo con quelli, iniziate anche a trovare dei punti di forza sui quali lavorare e da valorizzare.

Educare significa scegliere con cura le parole e le azioni con le quali costruiranno la loro identità. Abbiamo un potere enorme.

Ecco perché facciamo tanti laboratori pratici con strategie da usare nel quotidiano anche con i genitori e gli insegnanti. Perché dobbiamo imparare a usare le nostre risorse interne per tirar fuori le loro.

Credi nel potere trasformativo delle parole e delle nostre azioni? Condividi questo post per aiutarci a diffondere una nuova narrazione per i nostri ragazzi e una rete solida per sostenere gli adolescenti 👇🏻

Il ruolo del genitore è molto complesso, soprattutto nella società di oggi così veloce e improntata sul successo, non co...
17/01/2026

Il ruolo del genitore è molto complesso, soprattutto nella società di oggi così veloce e improntata sul successo, non come valore personale, ma come vetrina.

Se vogliamo prevenire le patologie dei figli, curiamo prima i genitori. È un titolo provocatorio che deve far riflettere.

Stiamo assistendo ad un fallimento del ruolo genitoriale di massa che indirettamente grava sulla salute mentale dei figli. Se mancano i punti di riferimento, i figli cresceranno senza una direzione e ci sarà chi compenserà e chi devierà. I disturbi psicopatologici di bambini e adolescenti si stanno aggravando in termini di intensità e di frequenza e non possiamo stare inermi a guardare questa lenta e inesorabile distruzione di massa. Se vogliamo fare prevenzione, dobbiamo accettare questa condizione e cambiare ciò che non funziona. Se prima di fare i cambiamenti non aggiustiamo ciò che non funziona (le fondamenta), prima o poi i cerotti si staccheranno.

La prima infanzia è una fase estremamente delicata in cui si pongono le basi solide su cui si costruirà una identità stabile, una personalità forte, la capacità di adattamento del bambino, poi adolescente e poi adulto. È un periodo di plasticità neuronale e muscolare in cui il bambino è fortemente condizionabile in termini positivi e negativi, anche e soprattutto dall’apprendimento indiretto, dall'esempio delle figure che lo accudiscono e dalle esperienze di vita che caratterizzeranno la sua vita.
I bambini hanno bisogno di legami, del confronto con il genitore, delle relazioni sociali, dell’attività fisica, di esprimersi da un punto di vista emotivo e fisico, sentendosi contenuti da un adulto in grado da fungere da guida, di dargli la mano quando serve e di dire "vai, ce la puoi fare da solo" quando serve. C’è bisogno di chi non fa da paracadute solo per un egoismo personale, perché si fa prima, perchè è meno faticoso o perché non si ha voglia di discutere. Se il figlio cresce con la consapevolezza che avrà sempre e comunque un paracadute, non spiegherà mai le sue ali. Il figlio deve crescere con la consapevolezza di un legame stabile, di essere riconosciuto e accettato, di avere un porto sicuro che gli permetterà di partire, di osare, di sperimentarsi perchè sa che avrà dei pilastri su cui contare.
Ciò che invece vedo, tristemente, è che non si prende più in braccio un figlio per calmarlo, né ci si siede più con lui per farlo ragionare e capire cosa sta accadendo e di cosa ha bisogno. Si preferisce dare uno smartphone, un tablet, una sorta di ciuccio digitale che serve da calmante e da ansiolitico. È più facile, è più rapido. I bambini vengono anestetizzati davanti agli schermi e il genitore può fare i benemeriti affari suoi in santa pace. Posso comprendere i casi straordinari di necessità, ma ciò che distrugge un figlio è la continuità, la sistematicità, non l'occasionalità. Oggi siamo arrivati anche al punto di non far camminare più i figli, a non insegnargli neanche dove mettere i piedi.

I bambini hanno bisogno di sporcarsi le mani e di sbucciarsi le ginocchia; di confrontarsi con gli altri coetanei non solo con la tecnologia e con gli adulti. Non devono solo di competere a chi si mostra più bravo, bello o talentoso, o a chi si mettere meglio in posa, fa i video e i selfie più belli e ottiene tanti like sui social. Hanno bisogno di litigare e fare pace, di capire i propri limiti, il senso dell'amicizia reale (che non è un cuore su WhatsApp), le distanze, l'empatia e il rispetto. Devono crescere sviluppando le capacità di problem solving e tutte le capacità intellettive attraverso la sperimentazione e le prove e l’errore.

Maura Manca
Presidente Osservatorio Adolescenza

La prevenzione inizia dall'esempio, non dallo schermo. Sei d'accordo? Scrivi nei commenti cosa ne pensi, e se credi che possa far riflettere altri genitori o educatori, condividilo con loro.

Buoni propositi per l’anno che verrà o, forse, è meglio dire per gli anni che verrannoConcediamoci di vivere viverci
29/12/2025

Buoni propositi per l’anno che verrà o, forse, è meglio dire per gli anni che verranno
Concediamoci di vivere viverci

Non chiedete troppo all’anno nuovo.
Non trattatelo come una prova.
È solo un tempo che arriva,
con le tasche vuote,
pronto a riempirsi di vita.

Concedetevi il tempo
di non essere pronti,
di cambiare idea,
di tornare indietro,
di ricominciare senza spiegazioni.

Siate gentili con voi.
Siete la casa in cui abitate,
ogni giorno.

Accettate di non capire tutto,
subito.
Alcune verità arrivano
solo quando smettete di inseguirle.

Allenatevi alla leggerezza,
che non è fuga
ma coraggio:
di togliere peso
a ciò che pesa solo per abitudine.

Datevi tempo,
datevi ascolto,
datevi tregua.
La vita
sa essere gentile
quando smettete di rincorrerla.

Ricordatevi
che non siete in ritardo.
State solo vivendo.
Non è una gara;
è un attraversamento.

Scegliete dove mettere il cuore.
Non tutto merita la stessa energia.
Non tutte le battaglie
sono da combattere.
Non tutte le porte da forzare.

Lasciate andare
le versioni di voi
che non vi assomigliano più.
Ringraziatele,
vi hanno portato fin qui.

Non misuratevi
con le vite degli altri.
Ognuno ha il suo tempo,
i suoi inciampi,
i suoi miracoli privati.

Scegliete con cura
dove mettete l’attenzione.
L’attenzione è energia,
e l’energia
diventa vita.

Inchinatevi a qualcosa,
non per debolezza
ma per gratitudine.
C’è una forza enorme
nel riconoscere
che non siamo tutto.

Tornate a guardare
ciò che avete dato per scontato:
le mani,
il respiro,
le persone che restano lì
dove non faceva notizia.

Siate attenti,
ma non duri.
La cura
è una forma di intelligenza
quando non dimentica
la dolcezza.

Affidatevi a qualcosa di più grande di voi.
Chiamatelo Dio,
destino,
amore,
senso.
L’importante è sapere
che non siamo soli.

Siate gentili
anche quando nessuno guarda.
La gentilezza
è una pratica,
non uno spettacolo.

Tenetevi lontani
da ciò che vi svuota.
La stanchezza,
a volte,
è un messaggio.

Non abbiate paura
di essere semplici.
La semplicità
è una forma alta
di verità.

Concedetevi silenzio ogni giorno.
Non per spiritualità,
ma per igiene dell’anima.

Continuate
con quello che avete,
con quello che siete,
con quello che sentite oggi.
Il resto verrà da sé.

Una storia meglio formata è la storia del nostro passato,lontano e vicino, che ci permette di vedere da una prospettiva ...
22/12/2025

Una storia meglio formata è la storia del nostro passato,lontano e vicino, che ci permette di vedere da una prospettiva diversa ciò che è stato: il passato è sempre quello, ma gli occhi con cui lo guardiamo sono diversi, sono occhi che ci permettono di accettarlo e di accoglierlo così com’è, riconoscendo la parte buona, la forza, il vero

Caro me del 2025,
mettiti seduto:
che dobbiamo parlare.

Ti ho visto fare cose
che non avresti mai chiamato forza,
e invece lo erano,
solo che non facevano rumore.

Hai imparato
che il silenzio non è vuoto:
è solo pieno
di cose che non chiedono palco.

Ti ho visto capire
che non tutto si supera;
alcune cose si attraversano,
come si attraversa la vita:
a volte sognando
a volte morendo.

Hai smesso di voler sistemare tutto
e hai iniziato a scegliere
cosa valeva davvero:
la tua energia.

Hai imparato
che vincere non è arrivare,
ma smettere di tornare indietro
a chiederti se potevi fare meglio.

E che il passato
non va riscritto:
va smesso di consultare
come fosse un giudice.

Che crescere,
a volte, significa deludere
l’idea che avevi di te
per far spazio a quello che sei diventato.

Hai capito
che non sei qui
per essere come volevi,
ma come puoi.

Hai perso tempo,
hai perso pazienza,
hai perso persone;
ma non ti sei perso,
e non è poco.

Hai perso anche
l’urgenza di piacere,
e con quella
un sacco di stanchezza inutile.

Hai smesso di spiegarti troppo,
di giustificarti sempre,
di chiamare fallimento
ogni cambio di rotta.

Hai capito
che cambiare direzione
non è incoerenza:
è ascolto.

Hai capito
che la sensibilità non è un difetto:
è solo una lingua
che non tutti parlano.

E finalmente
hai smesso di tradurti
per chi non voleva capire.

E se oggi sei più lento,
più selettivo,
meno disposto,
è perché hai imparato
dove vale la pena restare.

E soprattutto
dove no,
senza più sentirti in colpa.

Caro me del 2025,
non sei uscito vincitore:
sei uscito vero.

E la differenza
è enorme

26/11/2025

🌲 La famiglia nel bosco non è il punto.
Questa storia della "famiglia nel bosco" ha generato opinioni di ogni tipo.
Una gamma che va dai romantici del ritorno alla natura ai complottisti dei giudici cattivoni che vogliono toglierci i figli.
Un dibattito che, lo ammetto, mi pareva tra i meno interessanti: la solita miscela in cui l’emotività è talmente densa da rendere impossibile qualsiasi confronto sensato.
Ma da ieri mi arrivano segnali di alert, inizia a esserci preoccupazione.
Mi avvertono che se non dico niente sulla faccenda rischio non solo l’abilitazione alla professione, ma soprattutto la mia preziosissima reputazione da psicologa influencer.
E allora mi tocca.
Partiamo da una cosa semplice, giusto per togliere l’ambiguità di mezzo: non ho alcuna intenzione di difendere la scelta di vivere isolati con dei minori in una capanna fatiscente, senza servizi, senza rete, senza garanzie minime per dei bambini.
Il punto però è un altro, ed è l’ipocrisia gigantesca che ci scivola davanti agli occhi.
Un’ipocrisia che non riguarda la scelta — legittima e francamente condivisibile a chiunque abbia letto le carte e non solo guardato i servizi delle Iene — dei giudici e degli assistenti sociali che hanno fatto il loro lavoro.
Riguarda tutto ciò che abbiamo normalizzato come società e come politica (compresi quelli che in questi giorni si stracciano le vesti davanti alle telecamere. Si Salvini, parlo di te).
Abbiamo normalizzato case rese “abitabili” anche se hanno la metratura di uno sgabuzzino, dove sì, il bagno ce l’hai, ma appoggiato alla testiera del letto.
Abbiamo normalizzato lavori che ti rendono quasi più povero dell’essere disoccupato, con stipendi che scompaiono prima ancora di arrivare sul conto.
Abbiamo normalizzato bambini lasciati con un telefono in mano, perché un/a babysitter costa quanto un rene e i congedi familiari sono un miraggio.
E no, non possiamo “semplicemente restare a casa a crescerli”, perché nel frattempo dobbiamo pagare l’affitto dello sgabuzzino di cui sopra.
E allora sì: io più che prendermela con i giudici, avrei dell'irritazione per questo disegno politico di una società che è uno scarabocchio sotto acidi.
Anni di retorica su famiglia, tradizioni, infanzia… senza mettere un euro dove servirebbe davvero.
Anni dove abbiamo normalizzato la precarietà come “colpa individuale”.
La "famiglia nel bosco" — o meglio, l’archetipo grottesco che è diventata nella narrazione collettiva — non è il segnale di una società che “vuole tornare alla natura”.
È il segnale di una società che ti lascia così solo, così stretto, così senza alternative, che perfino la natura — quella vera, dura, senza romanticismi e senza cesso — ti sembra un piano migliore.
Ed è lì che dovremmo guardare.
Tutto il resto è campagna elettorale.

L’educazione affettiva è imparare ad amare, ad amarsi. È imparare ad ascoltarsi, a riconoscere le proprie emozioni, è sa...
21/10/2025

L’educazione affettiva è imparare ad amare, ad amarsi. È imparare ad ascoltarsi, a riconoscere le proprie emozioni, è saper dare loro un nome, è saperci stare dentro anche se fa male. È imparare a vivere pienamente e profondamente la vita

Il 23 maggio 2025 il Ministro dell’Istruzione e del Merito, On. Giuseppe Valditara, ha presentato il Disegno di Legge dal titolo “Disposizioni in materia di consenso […]

19/10/2025

🔴 Comunicato stampa congiunto sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole

Le Presidenti e i Presidenti degli Ordini degli Psicologi di Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Puglia, Sicilia e Veneto prendono una posizione chiara e netta in merito al DDL del 23 maggio 2025 del Ministro Valditara.

🎓 L’educazione sessuo-affettiva è una risorsa, non un rischio. Limitare o escludere la possibilità di promuovere da parte dei professionisti della salute attività educative su questi temi significa privare bambini e adolescenti di strumenti fondamentali per comprendere e gestire i cambiamenti fisici ed emotivi legati alla crescita.

🧠 L’educazione sessuo-affettiva, quando è adeguata all’età e scientificamente fondata, contribuisce a relazioni sane, alla prevenzione di bullismo e violenza di genere, e al benessere psicologico delle giovani generazioni.

👥 Gli Ordini regionali sopra menzionati esprimono profonda preoccupazione per le implicazioni culturali e sociali derivanti dalle limitazioni previste nel DDL “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico”.

Chiediamo che la voce degli psicologi e delle psicologhe venga ascoltata nelle sedi parlamentari competenti, per ribadire l’importanza di un’educazione affettiva e sessuale tempestiva, continuativa e basata sulle evidenze scientifiche.

📢 La tutela dei minori passa anche — e soprattutto — attraverso la conoscenza, l’ascolto e la costruzione di contesti educativi sicuri e consapevoli.

L’educazione affettiva e sessuale è oggi, più che mai, fondamentale!A partire dall’infanzia con esperti e competenti che...
18/10/2025

L’educazione affettiva e sessuale è oggi, più che mai, fondamentale!
A partire dall’infanzia con esperti e competenti che si sappiano relazionare in base all’età

𝗩𝗜𝗘𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗘𝗗𝗨𝗖𝗔𝗥𝗘 (𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔) - di Enrico Galiano
Proprio ieri mi è successo:
Due ragazzi litigavano perché uno non la finiva di toccare i capelli all’altro, che non voleva essere toccato – ebbene sì: alle medie ti devi sorbire questo genere di casus belli, e vi assicuro che queste cose possono poi degenerare in minirisse molto difficili da sedare – e io, che passavo di lì, assisto alla formazione di un piccolo capannello di spettatori.
Mi faccio strada per capire cosa sta succedendo, quando uno dei due litiganti se ne esce con questo ignominioso affronto: “Frocio!”. Attonita, la folla all’insulto stava.
Mi avvicino, cerco di capire: chiedo all’insultante come mai consideri quel sostantivo un’offesa. E la risposta è di quelle che fanno cadere le braccia: “Perché sì!”.
Basterebbe questo piccolo racconto di vita vera, con il termine omosessuale usato come affronto e con l’incapacità perfino di verbalizzare perché, per non avere dubbi di sorta: a scuola, l’educazione sessuo-affettiva non è qualcosa di accessorio. No: oggi sta diventando una vera emergenza nazionale.

Perché uno potrebbe pensare che di ragazzi che considerano il dare dell’omosessuale a un altro siano ormai una minoranza. Vi sbagliate, purtroppo. Come non sono una minoranza quelli che non capiscono cosa ci sia di male a fischiare a una donna, o a farle dei complimenti espliciti sul suo corpo, o addirittura a provarci in modo insistente senza il suo consenso. Come non lo sono quelli che confondono la gelosia con il possesso, l’amore con l’ossessione, la violenza con la passione.
Con questo quadro sconfortante, chiunque con un po’ di lucidità direbbe: be’, meno male che c’è la scuola a riparare i danni di una mancata educazione!
Chiunque, sì. Ma non in Italia. Qui andiamo leggermente controcorrente. [...]

Nel 2025, nell’epoca in cui un dodicenne può accedere a qualunque contenuto sullo smartphone, lo Stato italiano decide che l’argomento “sessualità” è troppo delicato per essere affrontato a scuola. È come vietare la geografia perché qualcuno teme che i ragazzi scoprano che la Terra è rotonda.
E questa non è un’iperbole: basta fare due chiacchiere coi dodicenni di oggi per constatare che, nell’ambito delle emozioni, del consenso e della sessualità molti di loro sono ancora dei terrapiattisti. Ma la tragedia si consuma quando i terrapiattisti dell’educazione affettiva hanno potere decisionale.
Altrove, nel frattempo, l’educazione sessuale si fa da decenni. In Svezia la insegnano dal 1955. In Finlandia è parte del programma scolastico, accanto alla matematica. In Olanda la chiamano “educazione alle relazioni”: non serve a spingere i ragazzi verso nulla, ma a dare loro le parole per capire ciò che già vivono.
E no, non è successo il temuto disastro morale. È successo che sanno rispettarsi di più, che le gravidanze indesiderate sono calate, che la parola “consenso” è entrata nel vocabolario di tutti. Da noi invece si preferisce una cura un po’ originale: silenzio, rimozione, tabù.

È l’idea che “non parlarne” significhi proteggere. Come se ignorare qualcosa l’avesse mai fatto sparire. Abbiamo paura che dare nomi alle cose voglia dire sporcarle. O addirittura: indottrinare i ragazzi verso spaventose derive gender, qualsiasi cosa voglia dire. Così finiamo per consegnare i nostri figli a un’educazione parallela fatta di pornografia, pregiudizi e miti tossici — quella che non chiede consenso, non parla di rispetto, non conosce limiti né emozioni.
A scuola si insegna il ciclo dell’acqua, la fotosintesi, la storia del mondo. Ma il ciclo del corpo e delle emozioni, quello no. Meglio che resti misterioso, magari anche un po’ sporco, qualcosa che si scopre da soli o con gli amici, ridendo.

Sono proprio curioso: ma di cosa avete paura? Cosa pensate possa succedere, se in classe parliamo di rispetto, se insegniamo a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome?
E allora ecco il risultato: un Paese che parla ogni giorno di femminicidi, violenza di genere, abusi, ma poi decide di non fornire ai ragazzi gli strumenti per prevenirli. Un Paese che dice di voler proteggere i giovani, ma in realtà protegge solo le proprie paure.
Ci illudiamo di salvaguardare la purezza, e invece stiamo coltivando l’ignoranza. Così non stiamo proteggendo i bambini dai pericoli del mondo. Stiamo solo proteggendo gli adulti dal dover ammettere che il mondo è cambiato.

fonte: https://www.illibraio.it/news/scuola/educazione-sessuo-affettiva-medie-1479051/

La complicità va oltre l’amore
18/09/2025

La complicità va oltre l’amore

Non confondere la complicità
con l’Amore.

La complicità è molto di più.

È sedersi nudi
non nel corpo
ma nelle parole.
È aprire il cassetto delle paure
e non sentire giudizio
ma un respiro che ti accoglie.

È sapere che nel mondo
esiste una persona che sa tutto di te.
E ti fa sentire libero.

Io so che la complicità è il buio condiviso:
quel pezzo di strada che non mostri a nessuno
e che a volte fa tremare anche te.
Non ci porti il primo che arriva
a passeggiare nel tuo buio.
E prima lo capisci
e prima sei salvo.

È guardarsi e non avere più bisogno
di spiegare niente.
È quel piccolo miracolo
che ti fa dire:
“Sei la mia tana,
sei il mio rifugio,
sei il posto dove torno intero”.

Io so che la complicità è questo:
non è per tutti,
non è per sempre,
ma quando la incontri
ti cambia la geografia del cuore.

Non è semplicemente Amore.
Non è un contratto,
non è un giuramento.
È una vertigine che ti cambia i confini,
è l’anima che si ridisegna
quando trova la sua eco.

La complicità
è l’unica cosa che assomiglia alla salvezza.

La complicità è la bellezza del non dover fingere mai.

La complicità è riconoscersi nei difetti e amarsi di più per questo.

La complicità è sapere che puoi raccontare la parte peggiore di te senza perderti.

La complicità è la poesia che nasce quando la pelle non basta.

La complicità è essere accolti nel disordine come fosse bellezza.

La complicità è la sacralità dell’essere visti.

La complicità è avere un testimone dentro la tua notte.

La complicità è la certezza che l’altro sa reggere le tue ombre.

La complicità è stare tra gli altri e avere l’improvviso bisogno, di toccarsi.

La complicità è sapere che nessuno capirà quella risata, tranne voi.

È il miracolo di sentirsi al sicuro
senza mura,
senza scudi,
solo con una presenza accanto.

Selezione di Andrew Faber

13/09/2025

Nelle famiglie disfunzionali, spesso compare una figura centrale ma invisibile: il cosiddetto portatore del sintomo. È il membro della famiglia che porta su di sé il peso del malessere collettivo e diventa, di fatto, il capro espiatorio.
Si tratta quasi sempre di una persona, spesso un bambino, che posside una sensibilità particolare, una fragilità, una difficoltà di adattamento, oppure semplicemente un modo di essere che risulta disturbante per i genitori. Proprio per questa diversità, il gruppo familiare lo identifica come la causa dei propri problemi. È lui che riceve critiche, denigrazioni e colpe, anche in situazioni che non dipendono realmente da lui.
In questo modo il bambino, senza saperlo né volerlo, diventa funzionale alla sopravvivenza del sistema familiare in quanto concentra su di sé tensioni, conflitti e disagi che altrimenti emergerebbero tra i genitori o tra gli altri membri. La sua sofferenza stabilizza il gruppo, evitando un confronto diretto tra gli adulti, tutto viene scaricato su di lui.
Il prezzo, però, è altissimo. Questo bambino cresce senza punti di riferimento stabili, privo di protezione, costantemente esposto a rimproveri. L’esperienza dell’abbandono si ripete sotto forma di assenza fisica o psicologica da parte dei genitori e di una costante svalutazione. Non sorprende che, riproducendo all’esterno ciò che vive in casa, finisca spesso coinvolto in contesti di violenza, esclusione o ulteriore umiliazione.
Dove si trova il portatore del sintomo?
Il portatore del sintomo si trova proprio al centro della dinamica familiare: è il bambino che “porta fuori” il malessere del sistema, diventando il bersaglio di colpe e proiezioni. È lui che paga con la sua sofferenza l’apparente equilibrio della famiglia.
Il lavoro psicoterapeutico, in questi casi, ha il compito di restituire voce e dignità al portatore del sintomo, aiutandolo a riconoscere che il suo dolore non è il segno di una colpa personale, ma l’effetto di un meccanismo familiare disfunzionale.

10/09/2025

Indirizzo

Cesena
47521

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00
Sabato 09:00 - 12:00

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