Dott.ssa Samantha Corzani Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Samantha Corzani Psicologa Psicoterapeuta Laurea in psicologia clinica specializzazione in psicoterapia sistemico relazionale Psicologa Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale.

Ho conseguito un master breve in ADHD e DOP e ho molta esperienza in DSA. Sono stata relatrice in diversi corsi di formazione e informazione per docenti e genitori presso il CDE, AFI di Cesena e 3° Circolo di Cesena. Ricevo presso il Poliambulatorio Columbus Medical Central a Cesena e presso il Poliambulatorio Il Gelso a Bellaria Igea Marina

09/03/2026

🌿 𝟖 𝐦𝐚𝐫𝐳𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟔, 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐞̀ 𝐝’𝐨𝐛𝐛𝐥𝐢𝐠𝐨: 𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥’𝐮𝐠𝐮𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐧𝐳𝐚?

E, purtroppo, la risposta è ovvia: siamo ancora molto lontani.
La parità è un dato giuridicamente acquisito, ma non coincide sempre con quello reale.

👨‍👩‍👧In Italia, la genitorialità continua a pesare in modo molto diverso su donne e uomini. A chiedere il congedo parentale è circa l’84% delle madri e poco più del 15% dei padri, continuando a considerare la cura come un “destino prevalentemente femminile”.

Questo, però, non dipende solo dalle scelte individuali: il congedo di paternità obbligatorio, a oggi, è ancora limitato a 10 giorni. Siamo ben lontani dagli standard di molti Paesi europei, e continuiamo a esserlo dopo l’affossamento della proposta di congedo paritario.

Il risultato è che il lavoro di cura continua a ricadere soprattutto sulle donne, con effetti diretti su carriera, reddito, stabilità lavorativa. E non solo: anche il carico mentale ed emotivo diventano sempre più pesanti.

🧠Organizzare la vita familiare, pianificare le attività quotidiane, coordinare i bisogni di figli e familiari è un lavoro cognitivo ed emotivo che ricade ancora prevalentemente sulle donne. E questo si traduce in maggiore stress, affaticamento psicologico e difficoltà di conciliazione vita-lavoro, con effetti sul benessere mentale, relazionale, sociale.

💰Perché siamo ancora lontani dall’aver raggiunto l’uguaglianza lo si vede anche nel divario retributivo. Stesso lavoro, riconoscimento economico diverso: in Italia le donne guadagnano mediamente circa il 10,7% in meno degli uomini, con differenze che possono arrivare oltre il 27% nei ruoli dirigenziali.

📈Esiste poi un fenomeno meno visibile, ma tangibile per alcune: il cosiddetto glass ceiling, il “soffitto di cristallo”, che rende più difficili per le donne raggiungere posizioni decisionali. In Italia, salendo nella gerarchia organizzativa, la presenza femminile diminuisce: nel settore privato solo il 19% dei dirigenti è donna. Ma qui non si tratta solo di equità, si tratta anche di cultura e di conoscenza: sappiamo che quando le organizzazioni diventano più inclusive, migliorano anche innovazione, qualità delle decisioni e benessere nei contesti lavorativi.

🌍La parità riguarda tutta la comunità, non solo le donne. E perché si possano fare passi avanti verso questo obiettivo, serve cultura, ascolto, e azioni concrete. E la nostra professione, in questo, può dare una grande mano.

A tutte le nostre iscritte e a tutte le donne, e a tutti gli uomini che vogliono raggiungere l’obiettivo dell’uguaglianza, buona giornata internazionale della donna!

16/02/2026

Oggi si parla tanto di amore, ma per noi che camminiamo accanto agli adolescenti, l’amore ha un nome diverso: si chiama CURA.

L’amore di un genitore o di un educatore è fatto di due pilastri fondamentali: PRESENZA e ATTENZIONE.

Non basta la vicinanza fisica per dire "io ci sono". Esserci significa sintonizzazione emotiva. È quella presenza consapevole, senza "se" e senza "ma", che permette a un ragazzo di sentirsi al sicuro anche nel mezzo di una tempesta emotiva.

L’attenzione è una delle espressioni più belle dell’amore: vedi per comprendere. Non è controllo; è interesse, condivisione, valore.
Significa:
Vedere chi hai davanti, oltre i voti o i comportamenti difficili.
Riconoscere la sua unicità, anche quando sfida le tue aspettative.
Conoscere con curiosità, ogni giorno, chi è e chi sta diventando.

Tutto ciò che si fa quando si ama una persona non si chiama SACRIFICIO, si chiama AMORE.

Quando si agisce per amore, lo si fa per scelta, perché si vuole, non perché si deve. Non si vive annullandosi, si vive CON loro, in uno scambio che nutre entrambi.

Educare è un atto d’amore costante. Questa riflessione è dedicata a chi ama educando e a chi, ogni giorno, sceglie di "esserci" davvero.

Se anche tu credi che educare sia un atto d'amore, condividi questa riflessione con un genitore o un educatore che "c'è davvero" e diffondi con noi la cultura di una adolescenza e di a genitorialità consapevole.

Maura Manca
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza

13/02/2026

È inutile chiedersi se vietare i telefoni sotto i 16 anni sia la soluzione se non si rimuovono le radici del problema. La prevenzione inizia dall’esempio, non dallo schermo. Non esiste app che possa sostituire il valore di un genitore che si prende cura di sé e delle proprie relazioni nel mondo reale.

L’educazione non si basa sulla delega, ma sulla presenza. I nostri figli non imparano solo da ciò che diciamo, ma da ciò che ci vedono fare. Il cervello umano è cablato per l’imitazione: la coerenza batte la teoria. 🧠
Ricordalo (questo non significa che non vadano attivate anche tutte le altre misure di contenimento e prevenzione).

Fai un check delle tue abitudini:

🚫 Telefono a tavola? Toglilo dallo spazio visivo. Se non è nel tuo raggio visivo, il tuo cervello smette di monitorare le notifiche e torna a monitorare le persone davanti a te.

🤝 Lo usi mentre qualcuno ti parla? Posa il telefono e girati fisicamente verso di lui. Dimostri che la relazione umana ha la priorità assoluta sull'urgenza digitale. L’ascolto è un atto di rispetto.

🏃‍♂️ Cura te stesso. Quando i ragazzi vedono che ti prendi cura del tuo corpo con serenità, imparano che il benessere fisico è rispetto per se stessi, non un canone estetico da raggiungere su Instagram.

“Le parole insegnano, gli esempi trascinano.”

Meno schermi, più presenza. Salva questo post per ricordartelo al prossimo "controllo rapido" delle notifiche.

L’articolo completo lo troverai nel sito di AdoleScienza.it

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11/02/2026

Il genitore non dovrebbe programmare un figlio, né tantomeno la sua vita. Dovrebbe insegnargli l’autonomia e la responsabilità, giorno dopo giorno, per poi dargli il timone e lasciarlo guidare verso le proprie mete, con i propri tempi.

Troppo spesso, per amore o per paura, cadiamo nell’errore di voler tracciare ogni singola rotta per i nostri figli. Ma un figlio non ha bisogno di un programma predefinito: ha bisogno di strumenti, di fiducia e di quella consapevolezza che si conquista solo un passo alla volta.

Insegnare l’autonomia significa:

- Accettare che i loro tempi non siano i nostri.
- Lasciare che prendano il timone, anche se la rotta non è quella che avremmo scelto noi.
- Trasmettere la responsabilità delle proprie scelte.

Solo così potranno diventare i veri capitani della propria vita, pronti a raggiungere quelle mete che troppo spesso sognano, ma che non raggiungono per paura di fallire.

La paura si supera con l’azione. Troppi ragazzi mollano perché non sanno come usare le proprie risorse e preferiscono rinunciare. Lo vediamo all'università quando si bloccano, lo vediamo nei primi lavori quando non riescono a gestire le pressioni sociali e professionali. Dobbiamo lavorare d'anticipo, potenziando le loro risorse interiori.

Basta "aggiustare" tutto al posto loro: i ragazzi devono viversi e sperimentarsi, altrimenti questa pandemia di blocchi e abbandoni continuerà a dilagare.

Se credi che l'autonomia sia il regalo più grande che possiamo fare ai nostri ragazzi, condividi questo post. Aiutaci a diffondere una nuova cultura dell'educazione

Respira…
09/02/2026

Respira…

Sono immersi in un vortice di tossicità sociale che ci chiede di essere ovunque, tranne che dentro noi stessi. Ci stiamo anche noi adulti in questo vortice di rumore, giudizio, schermi, aspettative.

Quando siamo in un ambiente tossico, il sistema nervoso è in costante stato di allerta (attacco o fuga). Ma c’è una via d’uscita semplice e troppo sottovalutata. Si trova nel:
- respiro che calma il battito;
- movimento che scioglie le tensioni accumulate;
-gesto creativo che dà forma a ciò che non sappiamo dire a parole.

Insegnare ai nostri ragazzi (e a noi stessi) a respirare, a muoversi con intenzione e a creare senza la paura del giudizio non è un "hobby". È una sorta di autodifesa emotiva di cui oggi hanno più bisogno che mai.

La potenza di questi tre elementi è sottovalutata. Quando la usiamo nei nostri laboratori vediamo reazioni immediate.

Quando creiamo usando il corpo (scrivere, disegnare, ballare, modellare qualcosa), stimoliamo il sistema nervoso parasimpatico ad attivarsi.
Si riduce la produzione di cortisolo (l'ormone dello stress) e aumentano dopamina ed endorfine. La creazione in quel momento diventa un atto di "scarico" delle tossine emotive e aiuta a gestire tensioni e ansia.

La tossicità sociale ci fa sentire impotenti, come se fossimo vittime delle circostanze e creare è decidere, ricordo.

Davanti a un foglio bianco o a uno spazio vuoto, tu, tuo figlio o il tuo alunno diventate creatori. Ogni scelta (un colore, una parola, un passo di danza) è un esercizio che contrasta direttamente il senso di impotenza appresa che genera l'ansia cronica.

Strategia pratica e veloce

Il grafico dell’anima
Fagli prendere (vale anche per te) un foglio e scarabocchia senza pensare. Non deve essere "bello", deve essere VERO. Traccia linee, segni o macchie di colore seguendo il ritmo del tuo respiro attuale. Non pensare al risultato, concentrati sull'atto di fare.

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03/02/2026

Le nostre parole sono lo specchio in cui gli adolescenti costruiscono la loro immagine.
Come Osservatorio, abbiamo incontrato migliaia di adolescenti.

Le frasi che sentiamo e che abbiamo sentito ripetere più spesso non sono sfoghi di ribellione, ma ferite spesso ancora aperte:
• “Non crede in me.”
• “Vede solo i miei difetti.”
• “Tanto pensa che io non sia capace di fare nulla.”

⚠️ Questo, spesso, è il peso di ciò che diamo per scontato.

Oggi, poi, lo chiedono alle chat di intelligenza artificiale che sono programmate per tenerli lì, per rispondere con le modalità che piacciono al nostro cervello.

Attenzione alle parole che usate con i più piccoli. Diamo troppe cose per scontate: anche quando sembra che le critiche gli rimbalzino addosso, vengono feriti emotivamente. Questo vale anche per noi adulti, ovviamente.

Gli adolescenti sono in una fase di estrema vulnerabilità neurobiologica. L'identità è in costruzione. Il loro senso di sé non è ancora solido e si definiscono (anche) attraverso lo sguardo di chi riconoscono come persona di riferimento affettivo.

Oltre a vedere i loro difetti, perché altrimenti finiranno per identificarsi solo con quelli, iniziate anche a trovare dei punti di forza sui quali lavorare e da valorizzare.

Educare significa scegliere con cura le parole e le azioni con le quali costruiranno la loro identità. Abbiamo un potere enorme.

Ecco perché facciamo tanti laboratori pratici con strategie da usare nel quotidiano anche con i genitori e gli insegnanti. Perché dobbiamo imparare a usare le nostre risorse interne per tirar fuori le loro.

Credi nel potere trasformativo delle parole e delle nostre azioni? Condividi questo post per aiutarci a diffondere una nuova narrazione per i nostri ragazzi e una rete solida per sostenere gli adolescenti 👇🏻

Il ruolo del genitore è molto complesso, soprattutto nella società di oggi così veloce e improntata sul successo, non co...
17/01/2026

Il ruolo del genitore è molto complesso, soprattutto nella società di oggi così veloce e improntata sul successo, non come valore personale, ma come vetrina.

Se vogliamo prevenire le patologie dei figli, curiamo prima i genitori. È un titolo provocatorio che deve far riflettere.

Stiamo assistendo ad un fallimento del ruolo genitoriale di massa che indirettamente grava sulla salute mentale dei figli. Se mancano i punti di riferimento, i figli cresceranno senza una direzione e ci sarà chi compenserà e chi devierà. I disturbi psicopatologici di bambini e adolescenti si stanno aggravando in termini di intensità e di frequenza e non possiamo stare inermi a guardare questa lenta e inesorabile distruzione di massa. Se vogliamo fare prevenzione, dobbiamo accettare questa condizione e cambiare ciò che non funziona. Se prima di fare i cambiamenti non aggiustiamo ciò che non funziona (le fondamenta), prima o poi i cerotti si staccheranno.

La prima infanzia è una fase estremamente delicata in cui si pongono le basi solide su cui si costruirà una identità stabile, una personalità forte, la capacità di adattamento del bambino, poi adolescente e poi adulto. È un periodo di plasticità neuronale e muscolare in cui il bambino è fortemente condizionabile in termini positivi e negativi, anche e soprattutto dall’apprendimento indiretto, dall'esempio delle figure che lo accudiscono e dalle esperienze di vita che caratterizzeranno la sua vita.
I bambini hanno bisogno di legami, del confronto con il genitore, delle relazioni sociali, dell’attività fisica, di esprimersi da un punto di vista emotivo e fisico, sentendosi contenuti da un adulto in grado da fungere da guida, di dargli la mano quando serve e di dire "vai, ce la puoi fare da solo" quando serve. C’è bisogno di chi non fa da paracadute solo per un egoismo personale, perché si fa prima, perchè è meno faticoso o perché non si ha voglia di discutere. Se il figlio cresce con la consapevolezza che avrà sempre e comunque un paracadute, non spiegherà mai le sue ali. Il figlio deve crescere con la consapevolezza di un legame stabile, di essere riconosciuto e accettato, di avere un porto sicuro che gli permetterà di partire, di osare, di sperimentarsi perchè sa che avrà dei pilastri su cui contare.
Ciò che invece vedo, tristemente, è che non si prende più in braccio un figlio per calmarlo, né ci si siede più con lui per farlo ragionare e capire cosa sta accadendo e di cosa ha bisogno. Si preferisce dare uno smartphone, un tablet, una sorta di ciuccio digitale che serve da calmante e da ansiolitico. È più facile, è più rapido. I bambini vengono anestetizzati davanti agli schermi e il genitore può fare i benemeriti affari suoi in santa pace. Posso comprendere i casi straordinari di necessità, ma ciò che distrugge un figlio è la continuità, la sistematicità, non l'occasionalità. Oggi siamo arrivati anche al punto di non far camminare più i figli, a non insegnargli neanche dove mettere i piedi.

I bambini hanno bisogno di sporcarsi le mani e di sbucciarsi le ginocchia; di confrontarsi con gli altri coetanei non solo con la tecnologia e con gli adulti. Non devono solo di competere a chi si mostra più bravo, bello o talentoso, o a chi si mettere meglio in posa, fa i video e i selfie più belli e ottiene tanti like sui social. Hanno bisogno di litigare e fare pace, di capire i propri limiti, il senso dell'amicizia reale (che non è un cuore su WhatsApp), le distanze, l'empatia e il rispetto. Devono crescere sviluppando le capacità di problem solving e tutte le capacità intellettive attraverso la sperimentazione e le prove e l’errore.

Maura Manca
Presidente Osservatorio Adolescenza

La prevenzione inizia dall'esempio, non dallo schermo. Sei d'accordo? Scrivi nei commenti cosa ne pensi, e se credi che possa far riflettere altri genitori o educatori, condividilo con loro.

Buoni propositi per l’anno che verrà o, forse, è meglio dire per gli anni che verrannoConcediamoci di vivere viverci
29/12/2025

Buoni propositi per l’anno che verrà o, forse, è meglio dire per gli anni che verranno
Concediamoci di vivere viverci

Non chiedete troppo all’anno nuovo.
Non trattatelo come una prova.
È solo un tempo che arriva,
con le tasche vuote,
pronto a riempirsi di vita.

Concedetevi il tempo
di non essere pronti,
di cambiare idea,
di tornare indietro,
di ricominciare senza spiegazioni.

Siate gentili con voi.
Siete la casa in cui abitate,
ogni giorno.

Accettate di non capire tutto,
subito.
Alcune verità arrivano
solo quando smettete di inseguirle.

Allenatevi alla leggerezza,
che non è fuga
ma coraggio:
di togliere peso
a ciò che pesa solo per abitudine.

Datevi tempo,
datevi ascolto,
datevi tregua.
La vita
sa essere gentile
quando smettete di rincorrerla.

Ricordatevi
che non siete in ritardo.
State solo vivendo.
Non è una gara;
è un attraversamento.

Scegliete dove mettere il cuore.
Non tutto merita la stessa energia.
Non tutte le battaglie
sono da combattere.
Non tutte le porte da forzare.

Lasciate andare
le versioni di voi
che non vi assomigliano più.
Ringraziatele,
vi hanno portato fin qui.

Non misuratevi
con le vite degli altri.
Ognuno ha il suo tempo,
i suoi inciampi,
i suoi miracoli privati.

Scegliete con cura
dove mettete l’attenzione.
L’attenzione è energia,
e l’energia
diventa vita.

Inchinatevi a qualcosa,
non per debolezza
ma per gratitudine.
C’è una forza enorme
nel riconoscere
che non siamo tutto.

Tornate a guardare
ciò che avete dato per scontato:
le mani,
il respiro,
le persone che restano lì
dove non faceva notizia.

Siate attenti,
ma non duri.
La cura
è una forma di intelligenza
quando non dimentica
la dolcezza.

Affidatevi a qualcosa di più grande di voi.
Chiamatelo Dio,
destino,
amore,
senso.
L’importante è sapere
che non siamo soli.

Siate gentili
anche quando nessuno guarda.
La gentilezza
è una pratica,
non uno spettacolo.

Tenetevi lontani
da ciò che vi svuota.
La stanchezza,
a volte,
è un messaggio.

Non abbiate paura
di essere semplici.
La semplicità
è una forma alta
di verità.

Concedetevi silenzio ogni giorno.
Non per spiritualità,
ma per igiene dell’anima.

Continuate
con quello che avete,
con quello che siete,
con quello che sentite oggi.
Il resto verrà da sé.

Una storia meglio formata è la storia del nostro passato,lontano e vicino, che ci permette di vedere da una prospettiva ...
22/12/2025

Una storia meglio formata è la storia del nostro passato,lontano e vicino, che ci permette di vedere da una prospettiva diversa ciò che è stato: il passato è sempre quello, ma gli occhi con cui lo guardiamo sono diversi, sono occhi che ci permettono di accettarlo e di accoglierlo così com’è, riconoscendo la parte buona, la forza, il vero

Caro me del 2025,
mettiti seduto:
che dobbiamo parlare.

Ti ho visto fare cose
che non avresti mai chiamato forza,
e invece lo erano,
solo che non facevano rumore.

Hai imparato
che il silenzio non è vuoto:
è solo pieno
di cose che non chiedono palco.

Ti ho visto capire
che non tutto si supera;
alcune cose si attraversano,
come si attraversa la vita:
a volte sognando
a volte morendo.

Hai smesso di voler sistemare tutto
e hai iniziato a scegliere
cosa valeva davvero:
la tua energia.

Hai imparato
che vincere non è arrivare,
ma smettere di tornare indietro
a chiederti se potevi fare meglio.

E che il passato
non va riscritto:
va smesso di consultare
come fosse un giudice.

Che crescere,
a volte, significa deludere
l’idea che avevi di te
per far spazio a quello che sei diventato.

Hai capito
che non sei qui
per essere come volevi,
ma come puoi.

Hai perso tempo,
hai perso pazienza,
hai perso persone;
ma non ti sei perso,
e non è poco.

Hai perso anche
l’urgenza di piacere,
e con quella
un sacco di stanchezza inutile.

Hai smesso di spiegarti troppo,
di giustificarti sempre,
di chiamare fallimento
ogni cambio di rotta.

Hai capito
che cambiare direzione
non è incoerenza:
è ascolto.

Hai capito
che la sensibilità non è un difetto:
è solo una lingua
che non tutti parlano.

E finalmente
hai smesso di tradurti
per chi non voleva capire.

E se oggi sei più lento,
più selettivo,
meno disposto,
è perché hai imparato
dove vale la pena restare.

E soprattutto
dove no,
senza più sentirti in colpa.

Caro me del 2025,
non sei uscito vincitore:
sei uscito vero.

E la differenza
è enorme

26/11/2025

🌲 La famiglia nel bosco non è il punto.
Questa storia della "famiglia nel bosco" ha generato opinioni di ogni tipo.
Una gamma che va dai romantici del ritorno alla natura ai complottisti dei giudici cattivoni che vogliono toglierci i figli.
Un dibattito che, lo ammetto, mi pareva tra i meno interessanti: la solita miscela in cui l’emotività è talmente densa da rendere impossibile qualsiasi confronto sensato.
Ma da ieri mi arrivano segnali di alert, inizia a esserci preoccupazione.
Mi avvertono che se non dico niente sulla faccenda rischio non solo l’abilitazione alla professione, ma soprattutto la mia preziosissima reputazione da psicologa influencer.
E allora mi tocca.
Partiamo da una cosa semplice, giusto per togliere l’ambiguità di mezzo: non ho alcuna intenzione di difendere la scelta di vivere isolati con dei minori in una capanna fatiscente, senza servizi, senza rete, senza garanzie minime per dei bambini.
Il punto però è un altro, ed è l’ipocrisia gigantesca che ci scivola davanti agli occhi.
Un’ipocrisia che non riguarda la scelta — legittima e francamente condivisibile a chiunque abbia letto le carte e non solo guardato i servizi delle Iene — dei giudici e degli assistenti sociali che hanno fatto il loro lavoro.
Riguarda tutto ciò che abbiamo normalizzato come società e come politica (compresi quelli che in questi giorni si stracciano le vesti davanti alle telecamere. Si Salvini, parlo di te).
Abbiamo normalizzato case rese “abitabili” anche se hanno la metratura di uno sgabuzzino, dove sì, il bagno ce l’hai, ma appoggiato alla testiera del letto.
Abbiamo normalizzato lavori che ti rendono quasi più povero dell’essere disoccupato, con stipendi che scompaiono prima ancora di arrivare sul conto.
Abbiamo normalizzato bambini lasciati con un telefono in mano, perché un/a babysitter costa quanto un rene e i congedi familiari sono un miraggio.
E no, non possiamo “semplicemente restare a casa a crescerli”, perché nel frattempo dobbiamo pagare l’affitto dello sgabuzzino di cui sopra.
E allora sì: io più che prendermela con i giudici, avrei dell'irritazione per questo disegno politico di una società che è uno scarabocchio sotto acidi.
Anni di retorica su famiglia, tradizioni, infanzia… senza mettere un euro dove servirebbe davvero.
Anni dove abbiamo normalizzato la precarietà come “colpa individuale”.
La "famiglia nel bosco" — o meglio, l’archetipo grottesco che è diventata nella narrazione collettiva — non è il segnale di una società che “vuole tornare alla natura”.
È il segnale di una società che ti lascia così solo, così stretto, così senza alternative, che perfino la natura — quella vera, dura, senza romanticismi e senza cesso — ti sembra un piano migliore.
Ed è lì che dovremmo guardare.
Tutto il resto è campagna elettorale.

L’educazione affettiva è imparare ad amare, ad amarsi. È imparare ad ascoltarsi, a riconoscere le proprie emozioni, è sa...
21/10/2025

L’educazione affettiva è imparare ad amare, ad amarsi. È imparare ad ascoltarsi, a riconoscere le proprie emozioni, è saper dare loro un nome, è saperci stare dentro anche se fa male. È imparare a vivere pienamente e profondamente la vita

Il 23 maggio 2025 il Ministro dell’Istruzione e del Merito, On. Giuseppe Valditara, ha presentato il Disegno di Legge dal titolo “Disposizioni in materia di consenso […]

Indirizzo

Cesena
47521

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Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00
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