Psicologa Psicoterapeuta Francesca R. D'Angelo

Psicologa Psicoterapeuta Francesca R. D'Angelo Psicoterapia individuale, di coppia e sostegno alla genitorialità sia in presenza che online.

Sono una Psicologa Psicoterapeuta ad indirizzo sistemico relazionale. Il mio percorso formativo si è nutrito di numerose esperienze professionali all'interno del servizio pubblico e degli istituti scolastici, dandomi modo di specializzarmi sia nel campo delle problematiche adolescenziali che dell'età adulta. Il mio approccio terapeutico parte dal presupposto che il modo di essere di ciascun indivi

duo sia fortemente condizionato dalle circostanze affettive sperimentate nel corso della propria vita con le varie figure significative (famiglia, amici, rapporti sentimentali). Avere beneficiato di sicurezza e sostegno emotivo da parte dell'ambiente esterno incide sensibilmente sul modo di vedere se stessi e gli altri, mentre, al contrario, la mancanza di rinforzi sociali e interpersonali può provocare sfiducia e negatività nel modo di vivere il proprio percorso esistenziale. La psicoterapia è finalizzata a recuperare consapevolezza di chi si è e dei propri reali bisogni, delle proprie risorse e dei propri limiti, allo scopo di raggiungere una visione positiva della propria persona e del mondo circostante. La capacità di focalizzare e tutelare le proprie esigenze affettive costituisce infatti la premessa indispensabile per costruire un rapporto pieno e armonico dentro e fuori di sè.

10/05/2026

MAMMA.

Essere madre è una di quelle esperienze trasformative della vita, a mio avviso in assoluto la più rivoluzionaria.

È quella avventura esistenziale in cui si scopre un altro Sè, una dimensione del proprio essere prima sconosciuta.

Quella in cui le domande superano quasi sempre le risposte che magari arrivano pure lentamente e con fatica.

È quella relazione con l’altro in cui non conta il patrimonio genetico ma la presenza affettiva, la capacità di donare amore in modo incondizionato, ovvero a prescindere dalle criticità e dalle sfide concrete ed emotive.

È quel dono immenso di confrontarsi e scontrarsi ogni giorno con la consapevolezza di non poter essere impeccabili ma provare semplicemente ad essere “sufficientemente buoni”.

È la possibilità di tentare di utilizzare le mancanze subite dai propri genitori per fare meglio pur accettando che si faranno comunque altri errori.

È quanto di più vicino al sentirsi fragili, imperfetti, impreparati e al tempo stesso desiderosi di buono, perseveranti e costruttivi.

È quel percorso in cui cambiano priorità e significati perché la sostanza della vita diventa il sorriso di qualcun altro.

È quel momento in cui si è guida, esempio, punto di riferimento ma al tempo stesso si diventa apprendisti di autenticità che solo i bambini sanno insegnare.

Come per esempio che l’amore è semplice e complesso allo stesso tempo.

Auguri a tutte le mamme❤️

06/05/2026

Il CNOP celebra il 6 maggio 2026 la Giornata mondiale della salute mentale materna, che ricorre ogni anno il primo mercoledì di maggio, con l’obiettivo di sensibilizzare sull’importanza del benessere psicologico in gravidanza e nel post-partum, promuovendo prevenzione, diagnosi e cura dei disturbi psichici perinatali. Istituita nel 2016, questa giornata invita a superare stigma e tabù, sostenendo le madri e il nuovo nucleo familiare.

Diventare genitori è un processo complesso e trasformativo, spesso accompagnato da emozioni contrastanti, stress e cambiamenti profondi. L’idea di una maternità sempre serena non riflette la realtà: secondo l’OMS, circa 1 donna su 5 sperimenta ansia o depressione nel periodo perinatale, con possibili conseguenze anche gravi per la salute della madre e per lo sviluppo del bambino.

Nonostante ciò, il disagio psichico perinatale è ancora poco riconosciuto, anche a causa di condizionamenti culturali e aspettative idealizzate che rendono difficile chiedere aiuto. I sintomi possono emergere durante la gravidanza e nei primi anni dopo il parto e riguardano donne di ogni età, cultura e condizione sociale.

Riconoscere precocemente i segnali, promuovere una cultura del supporto e rafforzare le reti di sostegno, a partire dal ruolo dei partner, è fondamentale per intervenire in modo efficace. Allo stesso tempo, è necessario un impegno delle istituzioni per garantire servizi adeguati e accessibili, aumentando la consapevolezza e il sostegno alla salute mentale materna, che riguarda l’intera famiglia e la comunità.

“𝑃𝑒𝑟 𝑐𝑟𝑒𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑐𝑖 𝑣𝑢𝑜𝑙𝑒 𝑢𝑛 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑣𝑖𝑙𝑙𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜.”
𝐸̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑎𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒𝑑𝑢𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑣𝑒𝑑𝑎 𝑙𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑣𝑖𝑑𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑡𝑒𝑟𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑒 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎 𝑚𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑎 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑜𝑛𝑠𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑣𝑜𝑙𝑔𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎, 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑒 𝑒 𝑎𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑙𝑎 𝑣𝑎𝑠𝑡𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑒 𝑙’𝑖𝑛𝑡𝑟𝑒𝑐𝑐𝑖𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑣𝑖𝑠𝑠𝑢𝑡𝑖.
𝑅𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 “𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑒” 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑒 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑎𝑙 𝑔𝑟𝑖𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑠𝑖𝑙𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑛𝑒𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑜.

25/04/2026

🇮🇹 𝟮𝟱 𝗔𝗽𝗿𝗶𝗹𝗲: 𝗹𝗮 𝗟𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮𝘁𝗼 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼 𝗲 𝗰𝗶𝘃𝗶𝗹𝗲

La Festa della Liberazione non è soltanto una data nel calendario civile. È, per chi esercita la professione psicologica, un'occasione di rilettura del proprio mandato: perché 𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁à è 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗮 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲, senza la quale l'integrità della persona e la sua autodeterminazione non possono esistere.

Guardando agli scenari di guerra che attraversano il mondo in questo momento, la nostra comunità professionale non può restare in silenzio.

I conflitti armati non distruggono soltanto le infrastrutture fisiche: frammentano il tessuto relazionale e mentale delle popolazioni, generano 𝘁𝗿𝗮𝘂𝗺𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶 𝗲 𝘁𝗿𝗮𝗻𝘀𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶 che richiedono decenni per essere elaborati, annientano quella capacità empatica che è il fondamento di ogni convivenza civile.

🎙️«In questo delicato frangente storico globale, celebrare la Liberazione richiede una presa di coscienza attiva da parte della nostra comunità» sottolinea il 𝗣𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗢𝗿𝗱𝗶𝗻𝗲, 𝗶𝗹 𝗣𝗿𝗼𝗳. 𝗘𝗻𝗿𝗶𝗰𝗼 𝗣𝗲𝗿𝗶𝗹𝗹𝗶.

«Il nostro compito professionale non si esaurisce nella stanza di consultazione, ma si estende alla tutela dei diritti umani e alla ricostruzione del tessuto collettivo. Dobbiamo essere costruttori quotidiani di una 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲, contrastando la frammentazione emotiva e riaffermando il valore dell'empatia contro ogni forma di annientamento dell'individuo.»

Celebrare il 25 Aprile significa allora rinnovare il nostro impegno etico e deontologico: promuovere, nei luoghi di cura, nelle scuole e nei servizi territoriali, una 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲, 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗮𝘀𝗰𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗹𝗶𝘁𝘁𝗶.

La pace collettiva si tutela anche attraverso la cura della salute mentale e la difesa instancabile della dignità umana. Questo, oggi come sempre, è il nostro compito.

29/03/2026

L’INADEGUATEZZA: LA TRAPPOLA MORTALE

Essere cresciuti in un contesto familiare privo di un’atmosfera emotiva fatta di calore sincero e costante significa tante cose.
In primis significa sentirsi sbagliati.
Sentirsi sbagliati è una delle ferite più deleterie che possano innescarsi nell’animo di un bambino. È la ferita dell’inadeguatezza che comporta, spesso e volentieri, la tendenza a un perfezionismo assolutamente tossico.
Perfezionismo inteso come “non è mai abbastanza”.
Non è mai abbastanza quello che faccio,
non è mai abbastanza quello che penso,
non è mai abbastanza quello che realizzo,
non è mai abbastanza quello che dimostro,
non è mai abbastanza chi sono,
non è mai abbastanza ciò che provo.
Questo non abbastanza genera a sua volta una rincorsa continua all’approvazione dell’altro, un’omologazione agli standard socialmente desiderabili del proprio momento storico, una rimuginazione corrosiva su quanto si sia stati in grado di agire “bene” o “male”.
Non è più un atteggiamento costruttivo di riflessione su di sè e sul proprio comportamento, diventa un esame a ribasso, una “valutazione per difetto” come sguardo usuale verso il proprio essere.
E così non solo non va bene ciò che sento e che sono ma rischia di non andare bene neanche la persona che amo e la mia relazione, il lavoro piuttosto che il mio essere madre o padre.
Si smette di guardare le cose con consapevolezza perché non ci si fida di sè e quindi il mio rapporto di coppia va bene, è adeguato, è meritevole di “passare l’esame” se è la versione patinata dell’idillio romanzato privo di criticità, se è anch’esso la “perfezione”, dicasi lo stesso del proprio lavoro e del proprio essere persone amabili.
Il criterio per analizzare ciò che mi corrisponde non è più “come mi fa sentire” perché il proprio sentire è stato da tempo squalificato come “inadatto” e quindi messo fuori uso.
Il criterio per capire se qualcosa mi fa bene diventa quanto aderisce a ciò che dicono gli altri, la moda, gli stereotipi ecc..
L’esterno prevarica completamente l’interno.
L’Io soccombe sfinito da un “non bastarsi” logorante dove ogni conquista è sempre secondaria rispetto ad ogni mancanza, in una spirale di colpevolezza e di vergogna.
Il perfezionismo è quindi la tomba della serenità.
E l’inadeguatezza da cui esso, appunto, proviene, va riparato con l’unico antidoto possibile: riconoscere la sua esistenza e come si manifesta, cercando di riapprendere pazientemente l’arte dell’amore per se stessi.

19/02/2026

A COSA SERVE LA PSICOTERAPIA?

Utilizzare le cadute per capire se stessi: è questo lo scopo della psicoterapia. Non vedere solo la frustrazione in quanto tale ma anche ciò che può insegnarci.
Saper dare significato alle ferite e saperle convertire in scelte più attente ai propri bisogni. Custodirle per riconoscere cosa è importante per me.
Saper ascoltare i propri sintomi invece che giudicarli.
Saper trasformare i momenti difficili in consapevolezze, in strumenti per evolvere.
Nel rapporto con se stessi, con gli altri, nella coppia, come genitori.
E saper dire basta quando è troppo.

19/02/2026

📌𝟭𝟴 𝗳𝗲𝗯𝗯𝗿𝗮𝗶𝗼 𝟭𝟵𝟴𝟵 - 𝗟𝗲𝗴𝗴𝗲 𝟱𝟲

Dietro ogni percorso di terapia, ogni intervento nelle scuole e ogni supporto in azienda, c’è una base solida che oggi compie gli anni.

Il 18 febbraio 1989 veniva approvata la Legge 56, l'atto di nascita della nostra professione.

Un riconoscimento che ha trasformato l'ascolto in una disciplina tutelata e regolamentata, a garanzia di ogni cittadino.

SEI TE STESSO O CIÒ CHE ERA PIÙ FUNZIONALE DENTRO CASA?Dall’infanzia impariamo a stare in allerta o ad essere spontanei ...
16/02/2026

SEI TE STESSO O CIÒ CHE ERA PIÙ FUNZIONALE DENTRO CASA?

Dall’infanzia impariamo a stare in allerta o ad essere spontanei in base a quanto l’ambiente che ci ha circondato è stato tensivo o rassicurante.
Genitori facilmente irritabili insegnano ai figli a non potersi esprimere nelle proprie parti più vulnerabili, insegnano ad avere paura delle reazioni dell’altro e quindi a trattenersi, a limitarsi nella propria spontaneità.
Genitori suscettibili insegnano al bambino che è meglio evitare di piangere, lamentarsi, arrabbiarsi, perché le conseguenze potrebbero essere negative e i comportamenti di quegli adulti potrebbero ripercuotersi sul bambino stesso, aumentandone la frustrazione.
Tradotto: se ho bisogno non posso chiedere.
Ciò significa che un momento di tristezza va silenziato perché qualora manifestato porterebbe essere motivo di fastidio e quindi ricevere giudizio o essere banalizzato,
che una delusione va repressa perché, se condivisa con l’adulto di riferimento, comporterebbe un essere lasciato solo,
che un timore va ignorato perché altrimenti la risposta sarebbe di indifferenza o di colpevolizzazione.
Dall’infanzia si impara, cioè, a rispettare le proprie emozioni o a vergognarsene.
Ma c’è una buona notizia: nell’età adulta si può imparare a cambiare rotta, si può iniziare ad ascoltarsi e ad agire di conseguenza.
Con la psicoterapia si può recuperare se stessi se si sceglie di ricontattare ed abbracciare il proprio bambino interiore.

IMPARARE A LITIGARESpesso una delle cose più difficili di una relazione di coppia è la capacità di litigare.Il litigio v...
13/02/2026

IMPARARE A LITIGARE

Spesso una delle cose più difficili di una relazione di coppia è la capacità di litigare.
Il litigio viene frequentemente demonizzato come qualcosa di “brutto e cattivo” ovvero una dinamica distruttiva che mina la dignità dell’uno o dell’altro o di entrambi.
Ma quello non è litigio, è farsi del male.
E spesso ha a che fare con i significati che si associano al litigio fin quando si era piccoli.
Si litigava?
E come si litigava?
Il litigio, il contrasto, il contraddittorio può essere motore di crescita, dell’individuo e della coppia, se serve a cacciare fuori delle parti vitalistiche, se aiuta a esprimere gli aspetti più autentici di se stessi, se mi permette di mostrarmi limpido e vero, se diventa strumento per mettere limiti sani che vanno verso il rispetto di chi si è e di ciò che si prova.
Se attraverso quello scontro posso dare voce ai miei sentimenti e ai miei bisogni, se è facilitatore della propria vulnerabilità, se anche quando non la vediamo allo stesso modo possiamo imparare ad incontrarci, se attraverso la diversità ci si può aprire a un nuovo punto di vista.
Il litigio serve a mobilitare energie psichiche, non a demolirle.
Il litigio aiuta a ritrovare il baricentro con se stessi e con l’altro, se non si trasforma in una lotta di potere, se non bisogna vincere o perdere a tutti i costi.
Litigare ha senso nella misura in cui permette di sciogliere dei nodi piuttosto che crearli.
Al contrario, quando si litiga come modo per riversare sull’altro degli irrisolti che hanno a che fare con se stessi, si utilizza l’altro come se fosse un oggetto, lo si reifica, gli si toglie umanità. Quando si scade nella violenza verbale quello non è litigio quello è malessere, e lì bisogna scappare.

“SONO BLOCCATO IN AMORE”“Dottoressa vivo sempre rapporti sentimentali fallimentari.. può essere che capitano tutti a me?...
11/02/2026

“SONO BLOCCATO IN AMORE”

“Dottoressa vivo sempre rapporti sentimentali fallimentari.. può essere che capitano tutti a me?”.
E se invece la domanda fosse: “Potrebbe essere che mi metto nella condizione inconsapevole di sabotare relazioni affidabili”?
A volte succede. Involontariamente.
Non per mancanza di bisogni affettivi, non perché non si desidera amare o essere amati, ma perché, PROFONDAMENTE, si ha paura.
Paura di ciò che il rapporto con l’altro rappresenta. Paura di ciò che il rapporto con l’altro può comportare.
La scelta del partner, infatti, non è casuale.
È legata a meccanismi emotivi interiorizzati che hanno a che fare con le proprie esperienze affettive primordiali.
Ad esempio, se da piccolo ho imparato che vicinanza vuol dire “pericolo” invece di aver associato questa esperienza a qualcosa di “protettivo”, facilmente farò naufragare, senza rendermene conto, le situazioni interpersonali dove c’è probabilità di coinvolgimento.
Perché la convinzione di fondo è: “più rischio di essere coinvolto/a più rischio di soffrire”; quindi evito a priori in modo tale da risparmiarmi una sicura delusione.
Nello specifico, delusione può significare “abbandono” ma anche “invadenza”. Magari ho paura dei rapporti sentimentali nella misura in cui, inconsapevolmente, temo di rivivere una perdita, oppure perché, al contrario, temo di sperimentare nuovamente un’intrusione.
In entrambi i casi sviluppo “un’allergia” all’intimità emotiva ovvero alla possibilità di lasciarmi andare davvero e fino in fondo con l’altro.
Alla base ci sono aspettative assorbite da piccolo, quando si formavano i cosiddetti “modelli operativi interni”, quegli schemi di riferimento su me e sull’altro ma anche su di me in relazione all’altro che oggi mi portano a funzionare allontanando le esperienze sentimentali.
Si evita di appartenere per paura, non per “carattere”.

27/01/2026

CRESCERE BAMBINI SICURI

“Dottoressa come faccio a far diventare sicuro mio figlio?”
“Qual è il segreto per educare all’autostima il proprio bambino/a?”
Spesso mi vengono poste domande del genere.
E la risposta che utilizzo come occasione di riflessione è essa stessa una domanda all’adulto. Una domanda che possa innescare spontaneamente la risposta e cioè: “quand’è che tu mamma o tu papà ti senti al sicuro con qualcun altro?”
Così viene fuori che ci si sente al sicuro quando non si viene giudicati, quando si possono mostrare le proprie ferite senza perdere la presenza dell’altro, quando c’è qualcuno accanto di fronte alla difficoltà, quando ci si può sentire fragili senza risultare “sbagliati”.
Ecco, per un bambino vale esattamente la stessa cosa: un bambino impara ad essere sicuro di sè quando non si sente solo a vivere una frustrazione, una delusione, un fallimento, un limite.
Un bambino impara a diventare sicuro quando può essere vulnerabile e incerto, spaventato, triste, arrabbiato o affaticato senza che questo faccia rima con inadeguato.
Un bambino diventa un adulto che sa fidarsi di se stesso e dell’altro quando non deve dimostrare di essere sempre forte ma impara che lui o lei è amabile, cadute comprese.
E quando da quelle cadute impara a ricavare degli insegnamenti. Che possano renderlo sempre più capace di rispettare i suoi bisogni e quelli dell’altro.
Per cui va bene se oggi non sei ok, sto vicino a te, ti parlo con amorevolezza comunque, ti faccio sentire amato comunque, e mentre ti educo ponendoti dei limiti, ti faccio arrivare con tutto ciò che va oltre le parole, che IO CI SONO PER TE.
Limiti e amorevolezza possono convivere.
Così un bambino impara cos’è la sicurezza.

16/01/2026

LA MASCHERA STRETTA PORTA AI SINTOMI, ASCOLTALI!

Mi capita spesso di incontrare persone il cui malessere è legato alle idee di adeguatezza o di inadeguatezza che si portano dietro.
Gli hanno detto che per andare bene bisogna essere sempre “tutti d’un pezzo”: sempre lucidi, incrollabili, imperturbabili, convinti di sapere ciò che è giusto e che è sbagliato che tradotto vuol dire anestetizzati. E arriva l’attacco di panico.
Gli hanno detto che è necessario fare, dimostrare, performare, concretizzare, dimostrare con i dati, senza mai fermarsi. Che la propria vulnerabilità o le proprie o insicurezze sono indice di debolezza o di non valere. E arriva la depressione.
Oppure che non è ammissibile arrabbiarsi, sentirsi contrariati, che bisogna incarnare la calma fatta persona, che non si può mai dire “no, non sono d’accordo”, che bisogna adeguarsi a qualunque comportamento dell’altro perché non si può rischiare di perderlo. Che l’approvazione è irrinunciabile. E arriva l’insonnia.
Sono queste idee ad essere sbagliate, dannose, distruttive, non le emozioni che ci stanno dietro.
Sono queste idee malsane a reprimere ciò che sentiamo davvero dentro, chi siamo, ciò che proviamo, ciò che desideriamo. A distruggere la bellezza di chi si è.
Idee che derivano dal proprio passato, dalla propria infanzia, idee che si sono assorbite nel tempo per adattarsi al contesto affettivo e non sentirsi rifiutati (spesso dalle proprie figure di riferimento).
Perché sentirsi rifiutati è una ferita enorme per un bambino.
E così anche oggi da adulti si continua a credere che quelle idee siano inconfutabili, a imporsi una maschera antica perchè si è ancora convinti che non si possa funzionare diversamente e che senza quella maschera le conseguenze saranno catastrofiche.
Anche se la maschera sta troppo stretta.
La maschera dell’essere ciò che immagino possa garantirmi più sicurezza, più consenso, più riconoscimento.
La psicoterapia funziona se aiuta a togliersi la maschera, e a ritrovare chi si è davvero, a riaccendere il proprio sentire.
E se questo comporta perdere qualcuno ben venga, la cosa più importante è non perdere se stessi.
La maschera stretta porta ai sintomi.
Il sintomo ti dice che ti stai perdendo.
Non che sei sbagliato, che hai bisogno di ritrovarti, ANCHE correndo il rischio di non piacere.
Perché la vera libertà è poter essere.

Indirizzo

Chieti
66100

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

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