03/03/2026
Edoardo si sente in ansia; non sa neanche lui perché, ma da qualche settimana quando si sente così agitato lo fa sentire meglio mettere in un certo ordine le sue matite o dire certe frasi. La mamma, nell’osservare questi comportamenti, si sente invadere prima dal timore che sia colpa sua e poi dall’irritazione; con tono infastidito dice «Smettila subito, che mi fai sentire male!» (messaggio: ciò che fai fa sentire sbagliata mamma).
Anche se vorremmo tutti dei figli sempre felici e in salute, come osserviamo in questa scena quando questo non accade il problema non è solo il dispiacere per il bambino che soffre: le emozioni dei bambini, e i comportamenti a essi associati, possono rappresentare una MINACCIA per il genitore.
Il problema, infatti, è come risuonano dentro di noi le emozioni, i pensieri, le sensazioni del bambino: «Ho sbagliato qualcosa»; «Sarà che è successo qualcosa e non me ne sono accorta? Oddio, non sono una buona mamma!»; «Mia figlia sta soffrendo troppo, è insopportabile per me». Quante volte ci capita di avere un dialogo interno di questo tipo? La risposta e il modo di gestire le emozioni e i comportamenti del bambino da parte del genitore, dunque, sono mediati dalle proprie reazioni a quelle emozioni o comportamenti. Questo è vero sia in positivo che in negativo. In positivo, le nostre reazioni alle emozioni del bambino ci rendono più recettivi, più attenti a quello che gli succede; come dire: se una mamma non si allarmasse un po’ nel vedere la tristezza del figlio, forse avrebbe bisogno di più tempo per accorgersi che c’è qualcosa che non va. L’altra faccia della medaglia, però, è che il genitore rischia di essere regolato più dal desiderio di non provare lui stesso un dispiacere, sentimenti di colpa o un’altra forma di disagio emotivo che dai bisogni del bambino. È quello che osserviamo nelle scene iniziali: le mamme sembrano focalizzate più che sul bambino sul trovare dei modi per non sentirsi tristi, rifiutate o in colpa. Quanto più il genitore si sente minacciato, tanto più tenderà a mettere in atto comportamenti tesi a prevenire o inibire le emozioni dei bambini, anche magari quando ci sono evidenti effetti controproducenti, con il risultato che il messaggio rischia di essere «Se tu sei triste, io sto male» o «Non voglio che provi ciò che provi»; questo attraverso comportamenti diversi: • come la mamma di Barbara, il genitore può dispiacersi empaticamente per il figlio, provare lui stesso un intenso dolore nel vederlo soffrire e cercare dunque di «cancellare» o distrarlo da una sofferenza, che in vero è inevitabile e normale.Come la mamma di Edoardo, il genitore può vivere il comportamento o l’emozione del figlio come la prova di un proprio errore nella capacità di proteggerlo e preservarlo, viverlo con sentimenti di colpa; colpa che a sua volta può alimentare anche irritazione verso il figlio, che quindi viene colpevolizzato per quello che prova.
Da "Il linguaggio del cuore".