Dott.ssa Alice Tranfo Psicologa Psicoterapeuta emdr

Dott.ssa Alice Tranfo Psicologa Psicoterapeuta emdr Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Dott.ssa Alice Tranfo Psicologa Psicoterapeuta emdr, Terapeuta, Via Giovanni Amendola 2, Cittanova.

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Oggi sempre più persone cercano un terapeuta EMDR.E spesso nasce una domanda comprensibile:“Come faccio a capire se una ...
20/01/2026

Oggi sempre più persone cercano un terapeuta EMDR.
E spesso nasce una domanda comprensibile:

“Come faccio a capire se una persona è davvero formata in EMDR?”

Online, infatti, si incontrano spesso definizioni diverse come
“approccio EMDR”, “operatore EMDR”, “tecniche EMDR”.
Termini che, purtroppo, possono creare confusione in chi sta cercando aiuto.

Senza entrare nel merito dei percorsi formativi, c’è però un’informazione importante da conoscere.

In Italia l’unico elenco ufficiale, riconosciuto e consultabile da tutti, che permette di verificare se un professionista è formato in modo ufficiale in EMDR, è l’elenco di EMDR Italia.

Si tratta di un elenco pubblico, accessibile online, pensato proprio per offrire trasparenza e tutela a chi cerca un terapeuta EMDR.

➡️https://emdr.it/terapeuti/

Condivido queste informazioni solo con un obiettivo:
aiutare le persone a orientarsi con maggiore chiarezza, in un momento spesso delicato.

Perché quando si chiede aiuto, sapere a chi ci si sta affidando è fondamentale


Dott.ssa Alice Tranfo
Psicologa Psicoterapeuta
Practitioner EMDR

L’amore grande di una bambina 💛💚❤️💜💙🧡🩷🩵💛
18/01/2026

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14/01/2026

Oggi voglio presentarmi, credo di non averlo mai fatto davvero 😅

Mi chiamo Alice Tranfo e sono una psicologa e psicoterapeuta.
Lavoro con bambini, adolescenti e adulti da oltre 25 anni.

Ho vissuto e studiato a Roma per 23 anni, dove mi sono formata.
Mi sono laureata in Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione presso l’Università La Sapienza e ho conseguito la specializzazione quadriennale in Psicoterapia Sistemico-Relazionale.
Nel tempo ho approfondito anche l’ambito della sessuologia, frequentando la Scuola di Sessuologia Clinica di Roma, per integrare una visione più completa del funzionamento relazionale.

Da oltre 10 anni utilizzo l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) nella mia pratica clinica, sia in studio sia in contesti emergenziali.
Mi sono formata con EMDR Italia, ottenendo il livello di Practitioner, e ho fatto parte della task force impegnata ad Amatrice, dove ho lavorato con bambini e adulti sopravvissuti al sisma.

Lavorare con bambini, adolescenti e famiglie mi ha portata, negli anni, ad approfondire in modo specifico la teoria dell’attaccamento e i sistemi motivazionali, completando la formazione AIMIT.

Sono anche formata all’utilizzo e alla codifica della Manchester Child Attachment Story Task (MCAST), una valutazione clinica dedicata ai bambini dai 4 agli 8 anni che permette di comprendere con maggiore precisione come il bambino vive le sue relazioni di attaccamento, quali emozioni emergono nelle situazioni di stress e quali aspetti possono essere alla base di alcune difficoltà comportamentali o scolastiche.
Utilizzarla mi consente, come professionista esperta dell’attaccamento, di ottenere una lettura più chiara del mondo interno del bambino e di orientare interventi educativi o terapeutici in modo mirato.

Sono facilitatore Mindfullness, sia per bambini che per adulti .

Durante la specializzazione post laurea ho svolto il tirocinio presso la Comunità Terapeutica Maieusis (RM), lavorando con pazienti con disturbi psichiatrici complessi e diventando operatrice di riferimento. In quel contesto ho acquisito esperienza nella conduzione e organizzazione di gruppi terapeutici e laboratori espressivi.

Le mie aree di intervento

• Ansia e attacchi di panico
* Depressione
• Traumi e esperienze difficili
• Lutti e separazioni
• Dipendenze affettive e dinamiche relazionali disfunzionali
• Difficoltà genitori–figli e supporto alla genitorialità
• Gestione della rabbia e dell’impulsività
• Autostima
• Disturbi del comportamento e difficoltà scolastiche
• Stress, blocchi decisionali e momenti di transizione
• Difficoltà di coppia
• Disturbi alimentari


📍 Dove ricevo

Cittanova – Via Giovanni Amendola 2

Cinquefrondi – Studio ODOS, Contrada Pizzicato (accanto al Centro Peguy)

📞 Contatti 3282294301

💛 Vi aspetto

09/01/2026

La fiducia non è una scelta razionale.
È una sensazione di sicurezza che si costruisce nel tempo.

Quando è difficile fidarsi, non è un limite:
è una forma di protezione.

La necessità di giudicare prende forma quando la realtà fa troppo rumore.
05/01/2026

La necessità di giudicare prende forma quando la realtà fa troppo rumore.

Di fronte alle immagini dei ragazzi di Crans-Montana che, durante l’incendio, riprendono col telefono invece di allontanarsi subito, compaiono un sacco di commenti di adulti che si focalizzano su questo dettaglio, arrivando a disprezzare apertamente e colpevolizzare le vittime di questa tragedia.

Da psicologa, ritengo doveroso aumentare la consapevolezza, che ritengo uno dei più potenti antidoti all'ignoranza, sia rispetto alle possibili cause del comportamento delle vittime, sia di cosa ci sia dietro questo apparentemente irresistibile impulso al victim blaming, cioè all'addossare la responsabilità e la colpa alle vittime, piuttosto che ai responsabili REALI.

Partiamo dagli adolescenti. In adolescenza la corteccia prefrontale – quella parte del cervello che ci permette di valutare i rischi, inibire gli impulsi, prevedere le conseguenze e pianificare un’azione efficace – non è ancora pienamente maturata. Al contrario, i sistemi limbici, legati all’emozione, alla ricerca di stimoli intensi e alla rilevanza sociale dell’esperienza, sono particolarmente attivi. Questo squilibrio rende i ragazzi meno capaci di integrare rapidamente le informazioni e più inclini a sottostimare il pericolo reale.
Non solo, una delle distorsioni UNIVERSALI che mette in atto il cervello di un adolescente collegate a questa sottostima FISIOLOGICA del pericolo, è l'illusione di invulnerabilità. Non per nulla l'adolescenza è il periodo in cui la quasi totalità delle persone nel corso della loro intera vita si espone in generale maggiormente a comportamenti rischiosi, illudendosi di non poter morire o subire gravi danni.

Se a questo assetto neuropsicologico aggiungiamo l’alcol, che di per sé ha un effetto anestetizzante, disinibitorio e agisce direttamente sulla corteccia prefrontale rendendola meno efficiente IN CHIUNQUE, non solo negli adolescenti, possiamo capire ancora di più come mai la prima risposta di MOLTI (non tutti) i ragazzi che erano nel bar in quel momento, sia stato di sottostima del pericolo, ma anzi, di eccitazione, come fosse un evento straordinario al quale dedicare un contenuto, piuttosto che verso il quale reagire proteggendosi.

In aggiunta a ciò, In situazioni di emergenza improvvisa entrano in gioco bias cognitivi comuni non solo negli adolescenti, ma anche negli adulti: il bias di normalità (“non può essere davvero così grave”), il bias ottimistico (“capita agli altri, non a me”), la tendenza a guardare cosa fanno gli altri prima di agire (il bias di riprova sociale). Il risultato può essere una sorta di rallentamento cognitivo nell'adattarsi alla situazione, in cui il cervello resta agganciato a una risposta non adattiva semplicemente perché è l’unica immediatamente disponibile.

Arriviamo ai commenti di colpevolizzazione delle vittime.

Uno dei meccanismi principali dietro il comportamento di queste persone è il bias del senno di poi. Una volta che conosciamo l’esito dell’evento, il cervello riscrive la storia come se fosse stata ovvia fin dall’inizio.

Per un attimo abbandono il ruolo da psicologa e come semplice "Francesca" mi permetto di commentare "grazie al ca**o".

Tornando al mio ruolo di psicologa e recuperando neutralità, aggiungo che le informazioni che allora erano confuse, frammentarie, emotivamente travolgenti diventano, a posteriori, “chiare”. Questo produce l’illusione che la scelta giusta fosse evidente, cancellando completamente la complessità del momento vissuto.

A questo si aggiunge una convinzione che è profondamente radicata nel cervello di qualsiasi essere umano, che garantisce il poter viviere giorno dopo giorno senza cadere nel terrore di morire da un momento all'altro semplicemente perché inciampiamo camminando per strada e veniamo prontamente investiti da un autobus: il bisogno profondo di credere che il mondo sia fondamentalmente giusto e prevedibile. Se qualcosa di grave accade, allora qualcuno deve aver sbagliato ed è possibile proteggersi trovando il colpevole. Attribuire la colpa alle vittime serve a proteggere una credenza rassicurante: “se io mi comporto correttamente, a me non succederà. IO ho il controllo, sempre, di ogni soituazione”. Ma questa è una difesa contro l’angoscia, non un’analisi oggettiva.

Il victim blaming risponde sempre a un bisogno psicologico di controllo. Condannare i ragazzi permette di prendere distanza emotiva dalla loro vulnerabilità e, indirettamente, dalla nostra. È un modo per dire: “io sono diverso, io saprei gestirla” "i miei figli sono diversi, a loro non sarebbe capitato". Ma questa sensazione di controllo è in gran parte illusoria. Ignora quanto il comportamento umano, in condizioni di pericolo reale, sia limitato, automatico e profondamente influenzato dal contesto. E pure tu avessi reagito prontamente, questo non necessariamente ti avrebbe salvato da un edificio in fiamme.

Il problema è che questa narrazione non aiuta nessuno. Non aumenta la sicurezza, non promuove prevenzione, non favorisce consapevolezza. Al contrario, rafforza una cultura colpevolizzante che nega i limiti dello sviluppo psicologico e delle risposte umane allo stress.

Una posizione più matura non è negare l’errore, ma comprenderlo. Non per giustificare, bensì per prevenire. Chiedersi non “come hanno potuto essere così stupidi”, ma “come funziona il cervello umano in queste condizioni e cosa possiamo fare, come adulti e come società, perché situazioni simili vengano affrontate meglio”.

E se non si ha voglia di fare i conti con la propria, umana, paura della morte, se si sceglie di non mettere in discussione prima di tutto noi stessi invece che gli altri, almeno si abbia il rispetto di tacere affiché chi resta, i sopravvissuti da questa tragedia, siano gli amici o i familiari, non si trovino a dover fare i conti, oltre che con la disperazione, anche con la vergogna e la colpevolizzazione che questi atteggiamenti da Leoni da tastiera aggiungono a questa tragedia.

04/01/2026
03/01/2026

Ci sono eventi che cambiano il modo in cui guardiamo il mondo.

Ci sono eventi che arrivano come uno strappo netto nella continuità della vita. Un prima che esiste ancora nella memoria e un dopo che nessuno aveva scelto.

L’incendio avvenuto in Svizzera la notte di Capodanno è una di quelle tragedie che non restano fuori da noi. Entrano, nel pensiero, nel corpo, nel modo in cui guardiamo il mondo il giorno dopo.

Il trauma non è solo ciò che accade. È lo smarrimento che resta quando tutto si ferma all’improvviso. È il tempo che si spezza, la difficoltà a comprendere come la vita possa cambiare così, in un istante.

Lo dico con onestà: la prima reazione, anche per me, è stata quella di domandarmi come sia possibile, in un momento simile, fermarsi a filmare invece di scappare. È un pensiero istintivo, che arriva prima della riflessione.

Poi emerge un altro livello di comprensione, quello che riconosce che, davanti a uno shock improvviso, le persone non reagiscono tutte allo stesso modo. C’è chi corre, chi resta immobile, chi si dissocia, chi agisce in automatico, come se il corpo prendesse il controllo quando la mente non riesce più a farlo.

Il trauma non rende “logici”. Rende umani, fragili, disorganizzati. E spesso lascia azioni che, viste da fuori, facciamo fatica a comprendere.

Il dolore che segue non è ordinato, non è lineare. Può essere silenzioso, confuso, travolgente. E spesso non trova parole adeguate.

Davanti a perdite così improvvise non esistono risposte che consolano davvero. C’è solo la necessità di rallentare, di fare spazio, di riconoscere che alcune ferite non chiedono spiegazioni immediate.

C’è chi deve imparare a convivere con un’assenza enorme, chi porta dentro immagini e sensazioni difficili da lasciare andare, e una comunità intera che, anche da lontano, sente il peso di ciò che è accaduto.

In momenti come questi emerge quanto sia immediato criticare, anche quando la critica arriva di istinto. Anche quando il primo pensiero è: come si fa a filmare invece di scappare? come si fa a mandare un sedicenne da solo a Capodanno?

Lo dico anche per me. Quel pensiero è arrivato, non per mancanza di empatia, ma perché il dolore spaventa.

A volte criticare serve solo a questo: a prendere distanza da qualcosa che fa troppo male sentire, a illuderci che esistano scelte giuste capaci di proteggerci da tutto.

Poi resta il silenzio e la consapevolezza che non sempre c’è una spiegazione che consola. C’è una tragedia enorme e tante vite che ne portano il peso.

Ci sono eventi che non chiedono di essere risolti. Chiedono tempo, presenza e rispetto per ciò che non ha risposte immediate.

Fine anno: questo è il periodo dell’anno in cui tutto sembra chiedere un bilancio.Cosa ho fatto.Cosa non ho fatto.Cosa a...
31/12/2025

Fine anno: questo è il periodo dell’anno in cui tutto sembra chiedere un bilancio.
Cosa ho fatto.
Cosa non ho fatto.
Cosa avrei voluto gestire diversamente.

Eppure, più passano gli anni, più sento che il vero lavoro non è ti**re le somme, ma ascoltare ciò che resta.

Resta la fatica, a volte.
Resta qualche ferita che ha bussato più forte del previsto.
Resta la consapevolezza che non sempre si può aggiustare tutto, e che non tutto dipende da noi.

Ma restano anche cose preziose.

Restano gli incontri.
Quelli che arrivano in punta di piedi, quelli che scombinano, quelli che chiedono fiducia.
Restano le storie condivise, le lacrime trattenute e quelle finalmente lasciate andare.
Restano i momenti in cui qualcuno, davanti a me, ha trovato parole nuove per raccontarsi po il coraggio di stare in silenzio.

Quest’anno mi ha ricordato, ancora una volta, che la crescita non è lineare.
Che si può andare avanti anche mentre si torna indietro.
Che si può essere forti e fragili nello stesso giorno.
Che chiedere aiuto non è un passo indietro, ma un atto di rispetto verso se stessi.

Come persona, ho imparato a rallentare un po’ di più.
A non confondere il fare con il valore.
A concedermi margini di imperfezione senza sentirmi in colpa.

Come terapeuta, continuo a credere profondamente che il cambiamento non sia mai un colpo di scena, ma una costruzione lenta, fatta di piccoli spostamenti interni, spesso invisibili agli altri, ma enormi per chi li vive.

Se questo anno ti ha lasciato stanco, confuso, deluso o semplicemente “pieno”, voglio dirti questo:
non sei in ritardo.
non sei sbagliato.
non devi chiudere tutto in un pacchetto ordinato per poter andare avanti.

A volte basta restare.
Restare con ciò che c’è.
Dare un nome alle emozioni.
Fare spazio.

Il nuovo anno non chiede promesse perfette.
Chiede ascolto, gentilezza, un passo possibile alla volta.

Io porto con me gratitudine, rispetto per i percorsi che incrocio, e la certezza che ogni storia merita tempo, cura e dignità.

Buon fine anno.
Che il prossimo non sia “migliore” a tutti i costi,
ma più vero.

29/12/2025

Dire no sembra semplice, finché non lo devi fare davvero.

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Via Giovanni Amendola 2
Cittanova
89022

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