05/01/2026
La necessità di giudicare prende forma quando la realtà fa troppo rumore.
Di fronte alle immagini dei ragazzi di Crans-Montana che, durante l’incendio, riprendono col telefono invece di allontanarsi subito, compaiono un sacco di commenti di adulti che si focalizzano su questo dettaglio, arrivando a disprezzare apertamente e colpevolizzare le vittime di questa tragedia.
Da psicologa, ritengo doveroso aumentare la consapevolezza, che ritengo uno dei più potenti antidoti all'ignoranza, sia rispetto alle possibili cause del comportamento delle vittime, sia di cosa ci sia dietro questo apparentemente irresistibile impulso al victim blaming, cioè all'addossare la responsabilità e la colpa alle vittime, piuttosto che ai responsabili REALI.
Partiamo dagli adolescenti. In adolescenza la corteccia prefrontale – quella parte del cervello che ci permette di valutare i rischi, inibire gli impulsi, prevedere le conseguenze e pianificare un’azione efficace – non è ancora pienamente maturata. Al contrario, i sistemi limbici, legati all’emozione, alla ricerca di stimoli intensi e alla rilevanza sociale dell’esperienza, sono particolarmente attivi. Questo squilibrio rende i ragazzi meno capaci di integrare rapidamente le informazioni e più inclini a sottostimare il pericolo reale.
Non solo, una delle distorsioni UNIVERSALI che mette in atto il cervello di un adolescente collegate a questa sottostima FISIOLOGICA del pericolo, è l'illusione di invulnerabilità. Non per nulla l'adolescenza è il periodo in cui la quasi totalità delle persone nel corso della loro intera vita si espone in generale maggiormente a comportamenti rischiosi, illudendosi di non poter morire o subire gravi danni.
Se a questo assetto neuropsicologico aggiungiamo l’alcol, che di per sé ha un effetto anestetizzante, disinibitorio e agisce direttamente sulla corteccia prefrontale rendendola meno efficiente IN CHIUNQUE, non solo negli adolescenti, possiamo capire ancora di più come mai la prima risposta di MOLTI (non tutti) i ragazzi che erano nel bar in quel momento, sia stato di sottostima del pericolo, ma anzi, di eccitazione, come fosse un evento straordinario al quale dedicare un contenuto, piuttosto che verso il quale reagire proteggendosi.
In aggiunta a ciò, In situazioni di emergenza improvvisa entrano in gioco bias cognitivi comuni non solo negli adolescenti, ma anche negli adulti: il bias di normalità (“non può essere davvero così grave”), il bias ottimistico (“capita agli altri, non a me”), la tendenza a guardare cosa fanno gli altri prima di agire (il bias di riprova sociale). Il risultato può essere una sorta di rallentamento cognitivo nell'adattarsi alla situazione, in cui il cervello resta agganciato a una risposta non adattiva semplicemente perché è l’unica immediatamente disponibile.
Arriviamo ai commenti di colpevolizzazione delle vittime.
Uno dei meccanismi principali dietro il comportamento di queste persone è il bias del senno di poi. Una volta che conosciamo l’esito dell’evento, il cervello riscrive la storia come se fosse stata ovvia fin dall’inizio.
Per un attimo abbandono il ruolo da psicologa e come semplice "Francesca" mi permetto di commentare "grazie al ca**o".
Tornando al mio ruolo di psicologa e recuperando neutralità, aggiungo che le informazioni che allora erano confuse, frammentarie, emotivamente travolgenti diventano, a posteriori, “chiare”. Questo produce l’illusione che la scelta giusta fosse evidente, cancellando completamente la complessità del momento vissuto.
A questo si aggiunge una convinzione che è profondamente radicata nel cervello di qualsiasi essere umano, che garantisce il poter viviere giorno dopo giorno senza cadere nel terrore di morire da un momento all'altro semplicemente perché inciampiamo camminando per strada e veniamo prontamente investiti da un autobus: il bisogno profondo di credere che il mondo sia fondamentalmente giusto e prevedibile. Se qualcosa di grave accade, allora qualcuno deve aver sbagliato ed è possibile proteggersi trovando il colpevole. Attribuire la colpa alle vittime serve a proteggere una credenza rassicurante: “se io mi comporto correttamente, a me non succederà. IO ho il controllo, sempre, di ogni soituazione”. Ma questa è una difesa contro l’angoscia, non un’analisi oggettiva.
Il victim blaming risponde sempre a un bisogno psicologico di controllo. Condannare i ragazzi permette di prendere distanza emotiva dalla loro vulnerabilità e, indirettamente, dalla nostra. È un modo per dire: “io sono diverso, io saprei gestirla” "i miei figli sono diversi, a loro non sarebbe capitato". Ma questa sensazione di controllo è in gran parte illusoria. Ignora quanto il comportamento umano, in condizioni di pericolo reale, sia limitato, automatico e profondamente influenzato dal contesto. E pure tu avessi reagito prontamente, questo non necessariamente ti avrebbe salvato da un edificio in fiamme.
Il problema è che questa narrazione non aiuta nessuno. Non aumenta la sicurezza, non promuove prevenzione, non favorisce consapevolezza. Al contrario, rafforza una cultura colpevolizzante che nega i limiti dello sviluppo psicologico e delle risposte umane allo stress.
Una posizione più matura non è negare l’errore, ma comprenderlo. Non per giustificare, bensì per prevenire. Chiedersi non “come hanno potuto essere così stupidi”, ma “come funziona il cervello umano in queste condizioni e cosa possiamo fare, come adulti e come società, perché situazioni simili vengano affrontate meglio”.
E se non si ha voglia di fare i conti con la propria, umana, paura della morte, se si sceglie di non mettere in discussione prima di tutto noi stessi invece che gli altri, almeno si abbia il rispetto di tacere affiché chi resta, i sopravvissuti da questa tragedia, siano gli amici o i familiari, non si trovino a dover fare i conti, oltre che con la disperazione, anche con la vergogna e la colpevolizzazione che questi atteggiamenti da Leoni da tastiera aggiungono a questa tragedia.