29/04/2026
Un libro bello, ricco di punti di vista, frutto del lavoro di una cara collega e realizzato insieme ad un gruppo di studenti e studentesse del Seminario Psicologia del Ciclo di Vita. Di seguito qualche riflessione. «Non ti ricordi? Non ti ricordi di me?» Questa domanda, che ricorre tagliente tra i capitoli, racchiude tutto il dolore e lo smarrimento che l'Alzheimer scatena quando, come un ospite sgradito, irrompe in una casa. Attraverso la voce e lo sguardo di ogni membro della famiglia Marchigiani, la malattia di nonno Mario viene narrata durante il pranzo della domenica: un rito da sempre conviviale, generatore di memorie.
Gabriel García Márquez scriveva che la vita non è quella vissuta, ma quella che si ricorda per poterla raccontare. Ma cosa accade quando la memoria svanisce e non veniamo più riconosciuti? Se tu non mi riconosci, io chi sono? E tu, chi diventi?
Il paradosso è che il dolore sembra trovare conforto proprio nel luogo in cui si è generato: nel ricordo. Se il malato dimentica, chi resta può scegliere di ricordare per entrambi, mantenendo viva la persona al di là della patologia. Dostoevskij scriveva: “Educare significa lasciare buoni ricordi ai figli. Questi ricordi, al momento opportuno, si accenderanno come lampade e illumineranno il cammino”. Nonno Mario ne ha creati molti: nella moglie, nei figli, nei nipoti, nel fratello.
Da qui nasce l'intuizione della piccola Sofia: se il nonno non dovesse più riconoscerla, lei continuerà a presentarsi come "la ballerina", certa che quel ricordo gli regalerà, ogni volta, un sorriso. Accanto a lei, la moglie gli stringe la mano: è il tocco che nutre, l'unico contatto che non si perde nemmeno quando tutto si fa confuso e incerto.
I protagonisti attingono all'amore ricevuto per colmare il vuoto della dimenticanza; danno ciò che possono e persino ciò che non hanno, tra impotenza, tristezza e rabbia, ma uniti da un’intenzione benevola. Resta, però, un interrogativo sospeso: cosa accade quando il vissuto familiare è fragile e mancano i "buoni ricordi" a fare da bussola? Cosa succede quando il passato è un deserto, segnato dai traumi del disamore, e il profumo del ragù non ha mai rallegrato le stanze?
In quei casi, restare diventa ancora più faticoso. Le istituzioni dovrebbero sostenere le famiglie come i Marchigiani, esauste per la cura quotidiana, e intervenire laddove una famiglia, di fatto, non c’è. Perché oltre la malattia resta la persona, con il suo passato, le sue abitudini e le sue fragilità. Quando siamo spaventati e persi, di cosa abbiamo davvero bisogno? Forse solo di una rassicurazione: di qualcuno che, con voce gentile, ci ricordi che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Che ci mantenga, nel senso etimologico di tenerci per mano. E per mantenere servono risorse ed energie, per poter dire sono qui per te. Siamo a casa.