11/02/2026
Aveva solo tre anni quando suo padre capì che sua figlia sapeva fare qualcosa che nessun essere umano avrebbe mai dovuto saper fare.
Bangalore, India, 1932. Shakuntala Devi stava giocando a carte con suo padre. Un passatempo qualunque, apparentemente innocuo. Ma c’era qualcosa di diverso: Shakuntala non guardava davvero le carte. Le assorbiva. Dopo un solo sguardo, era in grado di elencare tutte le carte che lui aveva in mano.
Suo padre pensò a una coincidenza. Poi a un trucco. Così iniziò a metterla alla prova: somme, moltiplicazioni, numeri sempre più grandi. Lei rispondeva prima che lui finisse di parlare. Non rifletteva. Non esitava.
Aveva tre anni.
E calcolava come una macchina, quando le macchine ancora non esistevano davvero.
A cinque anni risolveva problemi che lasciavano senza parole gli adulti. Suo padre, artista di circo, iniziò a portarla con sé negli spettacoli. Il pubblico restava senza fiato. Lei no. Non sapeva spiegare come facesse. Per Shakuntala i numeri non erano un esercizio: erano una lingua madre. Li comprendeva come si comprende il proprio nome.
Il ricercatore Arthur Jensen dell’Università di Berkeley disse di lei:
«Per Shakuntala, i numeri sembrano essere una lingua nativa. Per il resto di noi, la matematica è al massimo una lingua straniera imparata a scuola».
Mentre la maggior parte delle persone fatica a calcolare una percentuale a mente, lei moltiplicava numeri di tredici cifre più velocemente di quanto chiunque riuscisse a leggerli.
Nel 1977, a Dallas, le diedero un numero di 201 cifre e le chiesero di estrarne la radice ventitré. Un compito considerato quasi assurdo. Un supercomputer era pronto a verificare il risultato. Shakuntala osservò il numero. Cinquanta secondi dopo, pronunciò la risposta. Il computer impiegò più tempo. E quando concluse… confermò che lei aveva ragione.
Tre anni dopo, a Londra, le chiesero di moltiplicare:
7.686.369.774.870 × 2.465.099.745.779
Shakuntala chiuse gli occhi.
Dopo ventotto secondi, recitò il risultato completo:
18.947.668.177.995.426.462.773.730
Perfetto.
Un calcolo che richiederebbe ore anche con strumenti moderni, risolto in meno di mezzo minuto, senza carta, senza penna, senza calcolatrice.
Nel 1982 il Guinness World Records la consacrò come “la calcolatrice umana”. Ma definirla così è riduttivo.
Shakuntala Devi era molto di più. Era una donna indiana che, negli anni Cinquanta e Sessanta, viaggiava da sola per il mondo dimostrando cosa può fare la mente umana. Scrisse libri per rendere la matematica accessibile a tutti. Difese apertamente i diritti LGBTQ+ in India, quando quasi nessuno osava farlo. Si candidò persino al parlamento. Visse libera, indipendente, fuori da ogni schema imposto alle donne del suo tempo.
Morì nel 2013, nella stessa città in cui era nata. Nel frattempo, i computer erano diventati miliardi di volte più potenti. Eppure, ancora oggi, nessuno riesce a spiegare davvero come facesse ciò che faceva lei.
Perché le macchine seguono algoritmi.
Shakuntala sentiva i numeri.
Li intuiva. Li viveva.
Nel 1977 sconfisse un computer. Ma la sua vera vittoria fu ricordarci che l’intelligenza umana, nella sua forma più pura, non è replicabile.
La prossima volta che qualcuno dirà che non possiamo competere con le macchine, pensa a lei.
Pensa a Shakuntala Devi.
La donna che fece ciò che nemmeno i computer sanno spiegare.
La donna che ci ha ricordato quanto può essere profondamente umano… essere diversi.
Piccole Storie.