17/11/2025
Toronto, 1922. Una stanza d’ospedale gremita di letti. Su ognuno di essi, un bambino immobile, immerso in un coma profondo. Accanto a ogni letto, una madre, un padre, lo sguardo vuoto, le mani intrecciate nella preghiera disperata di chi sa che il tempo sta finendo.
Diagnosi: acidosi diabetica. Una sentenza di morte, senza appello, senza domani.
Ma in quell’angolo di mondo dove la speranza si era spenta, accade qualcosa. La porta si apre, e un gruppo di uomini entra. Indossano camici, portano con sé delle siringhe. Ma ciò che davvero tengono stretto è qualcosa di più potente: la possibilità di un miracolo.
Li guida un giovane medico, Frederick Banting. Con lui, i suoi collaboratori. Sono lì per provare una sostanza nuova, mai usata prima su esseri umani: insulina. Un estratto ancora sperimentale, ma l’unica cosa che può cambiare il destino di quei piccoli corpi.
Si avvicinano a ogni letto. Un’iniezione per volta, un respiro trattenuto per ogni gesto. Alcune mani tremano. Nessuno sa davvero cosa aspettarsi. I genitori osservano in silenzio, incapaci di comprendere del tutto, ma aggrappati con tutte le forze a quel gesto inaspettato.
Poi accade. Quando l’ultima siringa è stata usata, il primo bambino apre gli occhi.
Poi un altro.
E un altro ancora.
Finché, uno dopo l’altro, tutti iniziano a svegliarsi.
Quel luogo che odorava di addii si trasforma in un’esplosione di pianto – ma questa volta è pianto di gioia, di incredulità, di rinascita.
Quel giorno, l’umanità non scoprì soltanto un farmaco. Quel giorno capimmo che la scienza può ridare la vita. Può trasformare la fine in un nuovo inizio.
E Frederick Banting, insieme al suo coraggioso team, scrisse con l’insulina una delle pagine più luminose della storia della medicina.