05/02/2026
L'INGANNO DELLA PERFEZIONE
“Dove c’è imperfezione, c’è qualcosa che accade, un evento, un processo, un mutamento, una relazione. Al contrario la perfezione è, per definizione, compiutezza atemporale. Dove c’è perfezione, è già successo tutto. L’ingranaggio non fa gioco. Le alternative sono finite. Non rimane più nulla da narrare.” (T.Pievani)
La parola “perfezione” deriva dal latino “perfectio” che a sua volta proviene dal verbo “perficere” cioè portare a termine, completare. Si collega a qualcosa di compiuto, qualcosa oltre il quale non si può più andare. Ed ecco qua il grande inganno della vita. Alcune persone passano la loro esistenza inseguendo la perfezione, ambendo ad essere perfetti, cioè cercando qualcosa che di fatto, se sei un essere umano vivente, non potrai mai raggiungere. Perché la vita è un processo, è una linea che va avanti, mentre invece qualcosa di compiuto dà l’idea di un concetto circolare (c’è anche l’espressione idiomatica: “si è chiuso un cerchio”) …quindi come puoi pensare di attuare qualcosa di circolare mentre stai facendo qualcosa di lineare?
Quello che possiamo fare è raggiungere piccole perfezioni contestuali, non assolute. Un’atleta di ginnastica artistica potrà pensare: “in questo momento, alla mia età, in questa gara, in questa giornata, dopo questi allentamenti, ho eseguito un esercizio perfetto.” Ma questo non è sufficiente per essere persone perfette in assoluto, infatti ogni anno alle gare vincono persone diverse (perché nel frattempo l’atleta è cambiato, è invecchiato, ecc…) … E comunque anche se vincesse sempre la stessa persona, non vuol dire che questa persona sia perfetta in tutti gli altri ambiti della sua vita. Sì, anche perché non dimentichiamoci che noi non possiamo controllare tutte le variabili. Ci sono cose che non possiamo prevedere e gestire, come per esempio le altre persone con i loro gusti e le loro reazioni. Ciò vuol dire che un atleta può compiere un esercizio perfetto perché assolve a tutti gli standard, ma magari ad un giudice comunque non è piaciuto. E quindi chi/cosa stabilisce che ho raggiunto la perfezione?
Perfino la nostra evoluzione ci insegna questo: noi siamo il frutto di tante imperfezioni. Non siamo stati creati così da zero, ma nel corso del tempo le nostre strutture sono state aggiustate, cambiate, modellate, riutilizzate, trasformate… ed il nostro cervello e il nostro corpo non sono macchine perfette, sono macchine che si sono adattate con flessibilità a cambiamenti ambientali, al tempo, al contesto, ecc… sono “macchine” che hanno saputo arrangiarsi pian piano, passando in rassegna un pezzo alla volta e rimodellandolo. Perché ciò che prima va bene, magari poi non va più. Il nostro cervello è plastico, e la duttilità nell’adeguarsi alle sollecitazioni ambientali rimane la sua qualità adattiva centrale. Esso è dipendente dall’apprendimento esperienziale, cioè NOI CAMBIAMO OGNI VOLTA CHE CI ACCADE QUALCOSA.
Ed inoltre “perfezione ed eleganza” non sono criteri della natura. Piuttosto vale il “basta che funzioni”. In un’epoca dove l’estetica sembra essere tutto, a livello di evoluzione non conta. Cioè chi rimane vivo non è il più bello, ma il più flessibile. E per “vivo” intendo non solo chi rimane in vita, ma chi è più felice, realizzato, soddisfatto, non è chi è esteticamente più bello, ma chi riesce ad adattarsi a ciò che gli accade.
Il biologo Wilson diceva: “il vero problema dell’umanità è che abbiamo emozioni paleolitiche, istituzioni medievali e tecnologie futuristiche”. Sì perché quando l’ambiente corre più veloce di noi ci ritroviamo evolutivamente sfasati, e dunque potremmo sentirci un po’ inadatti, inadeguati. L’evoluzione è un tira e molla tra il materiale a disposizione e l’ambiente che cambia intorno a noi. Va da sé che qualche compromesso ci vuole, con i relativi “pro” e “contro”. La causa di alcuni disturbi mentali che ci affliggono oggi deriva proprio da questo.
Io scelgo di essere imperfetta ma viva, perché ho capito che solo chi ha completato la vita (è morto) può ambire alla compiutezza assoluta (la perfezione assoluta).