Gianfranco Ricci - Psicologo

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LE FRAGOLE DI JUNGNella psicologia analitica di Carl Gustav Jung gli archetipi occupano un posto centrale. L’analista, n...
10/04/2026

LE FRAGOLE DI JUNG

Nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung gli archetipi occupano un posto centrale. L’analista, nella cura, pone grande attenzione su come gli archetipi si attivano nella relazione di transfert con il paziente.

Solitamente, come sottolinea la psicoanalista, Marie-Louise Von Franz, allieva diretta di Jung, l’azione dell’archetipo è inconscia per il soggetto.

Afferma Von Franz:
“se la donna si innamora o si interessa un uomo, il suo animo negativo emerge immediatamente lei induce a rovinare il rapporto. La donna non si rende conto di quanto le sta accadendo. Pensa di essere preda di una maledizione…se è vittima di una proiezione, la donna dirà: “si è comportato molto male””.

L’Animus, componente maschile dell’archetipo dell’anima, abita l’inconscio femminile, influenzando la donna senza che essa se ne renda coscientemente conto.

Continua Von Franz:
“In questo caso, l’Animus negativo si comporta come un vero e proprio amante geloso. Vuole tenersi la donna tutta per sé e la tiene lontana da tutti gli altri uomini. Ogni volta che la donna prova un sentimento d’amore verso un uomo, ecco che emerge questo Animus-“Non dovresti farlo” oppure viene proiettato”

L’archetipo nella nevrosi preme per emergere ed imporsi, rifiutando ogni forma di conciliazione con il mondo esterno. Una delle modalità tipiche di emersione di questo conflitto è il transfert.

Per dimostrarlo, Von Franz ricorda il caso di una paziente di Jung:
“durante la seduta, attaccò violentemente Jung con il suo Animus. Successivamente, quando ne parlarono, Jung le disse: “lei aggredisce ogni volta che sente di provare un sentimento”. Era accaduto che, lungo la strada che la portava allo studio di Jung, la donna aveva visto delle bellissime fragole. Il suo primo impulso era stato: “le compro e gliele porto”. Ma l’Animus era intervenuto dicendo: “Jung dirà che le fragole hanno un significato erotico e ti prenderà in giro”. Aveva perciò deciso di non comprare le fragole ed era arrivata da Jung in uno stato d’animo inferocito. Allora aveva attaccato Jung per l’intera seduta. E questo per non avere conquistato le fragole. Se le avesse comprate, tutto sarebbe andato liscio; la paziente, invece, aveva repressi i suoi sentimenti”

In questo episodio vediamo chiaramente il transfer t’mobilitarsi, venendo proiettato dalla dimensione intrapsichiche a quella reale del rapporto con l’analista. L’incontro con l’altro determina l’emergere del conflitto che tormenta la paziente.

Ecco perché conclude Von Franz:
“la cosa peggiore è che la donna sente la voce dell’Animus come se fosse lei stesse a pensare. È come se l’Animus pensasse: “Jung riderà delle fragole!”, e la donna crede di averlo pensato lei stessa. Questa è una delle maggiori difficoltà del lavoro analitico: rendere le donne capaci di distinguere ciò che esse stesse pensano da quell’entità che pensa dentro di loro”.

Compito dell’analisi e quindi di favorire la “divisione soggettiva”, cioè far emergere alla coscienza il conflitto che attraversa il soggetto.

Nell’ottica della psicologia analitica, questo si traduce nel distinguere tra il piano dell’io e il piano dell’archetipo. Il soggetto quindi può cogliere ciò che lo attraversa, distinguendo tra il proprio pensiero e l’influsso archetipico.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Marie-Luise Von Franz – “Il mondo dei sogni”;
-Carl Gustav Jung – “La dinamica dell’inconscio”;
-Romano Màdera – Carl Gustav Jung”.

AUGURI, DONALD WINNICOTT!7 aprile 1896 nasceva a Plymouth Donald Woods Winnicott, uno dei pensatori più originali e sens...
07/04/2026

AUGURI, DONALD WINNICOTT!

7 aprile 1896 nasceva a Plymouth Donald Woods Winnicott, uno dei pensatori più originali e sensibili della storia della psicoanalisi.

Pediatra prima ancora che analista, Winnicott ha saputo trasformare l’ascolto del bambino in una vera e propria filosofia dell’esistenza, ponendo al centro non l’istinto o il conflitto, ma la relazione, il gioco e la capacità di essere se stessi.

Come egli stesso scrisse con straordinaria lucidità:
«Non esiste una cosa come un bambino. Se si descrive un bambino, si descrive una coppia: un bambino e qualcuno.»

Questa frase, pronunciata nel 1960, resta una delle più potenti della psicoanalisi del Novecento.
Winnicott rifiuta l’idea di un soggetto isolato e afferma che l’essere umano nasce già dentro una relazione.

È la madre – o chi ne fa le veci – che, con la sua “preoccupazione primaria materna”, crea quell’ambiente di holding (sostegno) che permette al bambino di sentirsi “reale”.

E proprio alla madre dedica uno dei suoi concetti più celebri e amati:
«La madre sufficientemente buona non è perfetta. Inizia con un adattamento quasi totale ai bisogni del bambino e, mano a mano che il bambino cresce, si adatta sempre meno, lasciando spazio alla frustrazione necessaria perché egli possa scoprire il mondo e se stesso.»

Con questa idea Winnicott ha liberato generazioni di genitori dal mito della perfezione, restituendo dignità all’imperfezione umana come condizione stessa dello sviluppo psichico.

Per Winnicott il gioco è la terapia:
«È giocando, e solo giocando, che l’individuo – bambino o adulto – è in grado di essere creativo e di usare tutta la sua personalità, ed è solo essendo creativo che l’individuo scopre il Sé.»

Per lui il gioco non è un’attività secondaria: è lo spazio simbolico in cui nasce il vero Sé. E proprio da questa intuizione nasce il celebre concetto di oggetto transizionale:
«L’oggetto transizionale è il primo possesso “non-me” del bambino. È l’oggetto che sta tra il mondo interno e quello esterno, tra la fantasia e la realtà.»

Quel pezzetto di coperta, quel peluche logoro, quell’oggetto che il bambino non può perdere di vista: Winnicott lo ha elevato a simbolo della capacità di abitare contemporaneamente realtà e fantasia.

Nella Società Psicoanalitica Britannica, dove Anna Freud e Melanie Klein si contrapponevano, Winnicott scelse la “terza via”, quella del Middle Group (poi Independent Group).
Come scrisse:«Io non sono né kleiniano né annafreudiano. Io sono winicottiano.»

Oggi, a 130 anni dalla sua nascita, le sue idee continuano ad ispirare la clinica, la pedagogia, l’arte e la genitorialità. Winnicott non ha solo teorizzato il bambino: ha posto l’attenzione sull’essere umano nella sua fragilità e nella sua capacità di creare significato attraverso la relazione.
Per approfondire:
-Winnicott – “Colloqui terapeutici con i bambini”;
-Winnicott – “Sviluppo affettivo e ambiente”;
-Winnicott – “Il bambino deprivato”.

ANNA O. E LA NASCITA DELLA PSICOANALISIIl caso clinico di Anna O. (pseudonimo di Bertha Pappenheim, 1859-1936) rappresen...
07/04/2026

ANNA O. E LA NASCITA DELLA PSICOANALISI

Il caso clinico di Anna O. (pseudonimo di Bertha Pappenheim, 1859-1936) rappresenta il punto d’inizio della storia della psicoanalisi.

Anna è stata curata da Josef Breuer tra il 1880 e il 1882; questo caso fu descritto nel volume “Studi sull’isteria” (1895), scritto a quattro mani da Breuer e Sigmund Freud.

La paziente era una giovane donna, colta e intelligente, che sviluppò una grave isteria mentre assisteva il padre morente. Ernest Jones, biografo di Freud, descrive i sintomi di Anna come un “museo di sintomi”, per la loro varietà.

La paziente presentava infatti paralisi, anestesie, disturbi della vista e del linguaggio, afasia (arrivò a parlare solo in inglese o in modo confuso), tosse nervosa, allucinazioni e stati di assenza simili a ipnosi spontanea (i cosiddetti “stati ipnoidi”).

Questi sintomi non avevano una base organica evidente e si manifestavano con crisi drammatiche.

Durante il trattamento, Breuer osservò che i sintomi miglioravano quando la paziente, in stato di ipnosi, riusciva a raccontare l’evento traumatico o la situazione emotiva in cui quel sintomo era apparso. Anna O. stessa definì questo trattamento “talking cure” o, con una metafora più colorita, “chimney sweeping” (spazzare il camino).

Breuer definì il suo metodo “catartico”; esso si basava sull’abreazione: il rivivere e lo scaricare emotivamente il ricordo traumatico rimosso permetteva la risoluzione del sintomo.

Il caso dimostrò per la prima volta che molti sintomi isterici erano espressione di conflitti inconsci e che il recupero del ricordo e dell’emozione associata poteva avere un effetto terapeutico.

Il giovane Freud dovette insistere molto per inserire questo caso negli “Studi sull’isteria”, date le reticenze di Breuer.

In questo caso troviamo alcuni assunti fondamentali della psicoanalisi:
Il concetto di rimozione (o dissociazione) di affetti e ricordi;
L’importanza della parola come strumento terapeutico centrale;
L’emergere del fenomeno del transfert.

In particolare, sono proprio le dinamiche del transfert al centro di questo caso.

Dopo la scomparsa del padre, ad esempio, Anna produce un nuovo sintomo: la difficoltà di riconoscere i volti.
La paziente fatica infatti a collegare nomi e volti di chi incontra. Anna riferisce di vedere “figure di cera”. L’unica eccezione era il Dottor Breuer: "Io solo ero sempre riconosciuto – scrive – e rimaneva sempre presente e desta fintantoché parlavo con lei, salvo le assenze allucinatorie che intervenivano sempre in modo improvviso”.

Abbiamo un’altra prova del transfert verso Breuer nel fenomeno delle “allucinazioni negative”. Visitata da un medico, Anna non lo vede, e non ne coglie la presenza. Se ne accorge solo quando le soffia del fumo in faccia, e ciò provoca nella paziente un accesso d’angoscia e d’ira.

Per Breuer il caso fu un pieno successo, con la totale remissione dei sintomi.

Tuttavia, Breuer scrive che Anna lasciò Vienna per un viaggio, e “le ci volle tuttavia parecchio tempo prima di ritrovare del tutto il suo equilibrio psichico. Da allora gode perfetta salute".

Perché? Qui i conti non tornano.

Alcuni retroscena furono svelati da Freud solo nel 1932 in una lettera a Arthur Tansley, suo ex paziente. I dettagli della vicenda sono poi stati resi pubblici nel 1953 da Ernest Jones nella biografia di Freud.

Cosa accadde? Breuer non fu in grado di maneggiare adeguatamente il transfert e il contro transfert.

Il dottore abbandonò la paziente e i sintomi di Anna tornarono più forti di prima. La giovane restò a lungo ricoverata in una clinica in Svizzera, il Burghöltzli, l’istituto diretto da Eugen Bleuler.
Poi Breuer organizzò un secondo viaggio di nozze, per rinnovare l’amore per la moglie, o riversare su di lei l’effetto che Anna gli aveva suscitato.

Breuer è inciampato nella stessa difficoltà che Freud ha sperimentato con il caso di Dora, quando ha dovuto affrontare il problema della traslazione, ottenendo una “guarigione difettosa” (espressione coniata da Anna per descrivere l terapia con Breuer).

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Breuer e Freud – “Studi sull’isteria”;
-Freeman – “La storia di Anna O.”;
-Borch-Jacobsen – “Ricordi di Anna O.”.

Cari Amici di questa pagina, auguri di buona Pasqua a Voi e alle vostre famiglie!
05/04/2026

Cari Amici di questa pagina,

auguri di buona Pasqua a Voi e alle vostre famiglie!

LE MACCHIE DI HERMANN RORSCHACH“La realtà è creata da armonie che fisicamente si manifestano come uno specchio che rifle...
02/04/2026

LE MACCHIE DI HERMANN RORSCHACH

“La realtà è creata da armonie che fisicamente si manifestano come uno specchio che riflette l'anima”
(Hermann Rorschach)

Hermann Rorschach, nato a Zurigo l’8 novembre 1884, scomparve prematuramente il 2 aprile 1922, a soli 37 anni ad Herisau; ancora oggi è una delle figure più originali ed affascinanti della storia della psicologia.

Figlio di un insegnante di disegno, Rorschach univa rigore scientifico e sensibilità artistica. Questa doppia natura gli permise di trasformare un’intuizione – il ricorso a macchie simmetriche d’inchiostro – in uno degli strumenti più potenti per esplorare la psiche.

Con il suo libro “Psychodiagnostik” (1921), pubblicato appena un anno prima della morte, Rorschach presentò al mondo un metodo capace di rivelare le strutture della personalità, i meccanismi di difesa, le risorse creative e le fragilità psichiche dei pazienti, in gran parte inconsce.

Qual è lo scopo del suo test? Rorschach risponde:
“Il test permette di distinguere diversi tipi di personalità e di riconoscere certe forme di malattia mentale attraverso il modo in cui il soggetto percepisce e interpreta le macchie”

La sua vita venne interrotta bruscamente da una peritonite che lo stroncò proprio quando la sua opera stava cominciando a diffondersi.

Il suo test, pur tra critiche, revisioni e continui dibattiti, è sopravvissuto al suo ideatore e continua ancora oggi a essere utilizzato, studiato e discusso in tutto il mondo.

Gli psicoanalisti della prima generazione ignorarono o considerarono il test di Rorschach un «lontano cugino» della psicoanalisi, nonostante lo stesso Rorschach fosse membro attivo della Società Svizzera di Psicoanalisi e avesse pubblicato su riviste psicoanalitiche.

Rorschach era cauto circa i limiti di utilizzo del suo metodo:
“Il test non è uno strumento per scavare nell’inconscio profondo, ma un mezzo per studiare i processi percettivi e le strutture della personalità”

Solo in seguito (soprattutto negli USA con Klopfer, Beck, Rapaport e Schafer) il test venne pienamente integrato in un’ottica psicoanalitica.

Klopfer enfatizzava l’aspetto fenomenologico e flessibile del Rorschach, considerandolo uno strumento unico per esplorare la personalità attraverso l’approccio percettivo. Lo vedeva come un ponte tra pratica clinica e psicoanalisi.

David Rapaport integrò profondamente il Rorschach nella teoria psicoanalitica, considerandolo uno strumento essenziale per studiare i meccanismi di difesa, il processo primario e secondario e il funzionamento dell’Io. Le sue interpretazioni psicoanalitiche del test rimangono un classico; possiamo dire che Rapaport vedeva il Rorschach come una “via regia” per accedere all’inconscio attraverso la percezione.

I protocolli Rorschach più noti sono quelli realizzati durante il processo di Norimberga: Kelley e Gilbert somministrarono il test ai gerarchi prigionieri, così da verificare la loro capacità di intendere e di volere.

Molti clinici contemporanei ne fanno ricorso (secondo le procedere definite dalle molteplici Scuole Rorschach) proprio per la sua capacità di rivelare “come” la persona “percepisce” e “organizza” la realtà.

Il noto analista junghiano John Beebe ha contribuito a riconciliare concetti di Rorschach (come introversivo/extratensivo) con la tipologia junghiana di introversione/extraversione. Beebe sostiene che entrambi gli autori (Jung e Rorschach) si riferivano più a tipi di coscienza che a tipi di personalità rigidi.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Searls – “Macchie d’inchiostro”;
-Rorschach – “Psychodiagnostik”;
-Zizolfi/Nielsen – “Rorschach a Norimberga”.

BUON COMPLEANNO, MELANIE KLEIN!“Ogni bambino nei primi anni di vita attraversa un grado incommensurabile di sofferenza”M...
30/03/2026

BUON COMPLEANNO, MELANIE KLEIN!

“Ogni bambino nei primi anni di vita attraversa un grado incommensurabile di sofferenza”
Melanie Klein

Melanie Klein nacque il 30 marzo 1882 a Vienna. Oggi, a più di 140 anni dalla sua nascita, la sua opera continua a essere una delle più radicali, coraggiose e feconde della storia della psicoanalisi.

Attenta studiosa della vita psichica del neonato e del bambino, Melanie Klein è tra le principali esponenti della psicoanalisi delle relazioni oggettuali; le sue idee hanno influenzato profondamente la scuola tedesca, ungherese e francese, in aperta polemica con Anna Freud.

Mentre Sigmund Freud aveva illuminato l’universo del bambino grazie al mito di Edipo, Melanie Klein ha osato spingersi ancora più in profondità: le sue ricerche indagano il mondo preverbale, pre-edipico, il regno oscuro delle prime relazioni oggettuali, là dove il bambino non parla ancora, ma già ama, odia, divora, distrugge e ricostruisce.

Il bambino kleiniano radicalizza in modo deciso le idee freudiane: per Melanie Klein alla nascita l’essere umano è già attraversato dalle pulsioni di vita e di morte in conflitto.

Nel corso dei primi mesi il bambino attraversa la posizione schizoparanoide (primi 4-6 mesi) e la posizione depressiva (a partire dal sesto mese); essi non sono semplici stadi da superare, ma fasi che strutturano la vita psichica.

Per Melanie Klein occupa un posto privilegiato l’invidia primaria, intesa non come l’invidia di ciò che l’altro ha, bensì dell’essere stesso dell’altro.

Una funzione fondamentale è invece la capacità di “riparazione”; in continuità con la sublimazione, sarebbe la capacità più evoluta dell’essere umano, ciò che ci permette di trasformare la distruttività in creatività.

Secondo Klein, il mondo interno è popolato da oggetti parziali (l’esempio più celebre è il “seno buono” e il “seno cattivo”) che il bambino introietta e con i quali dialoga per tutta la vita, in un ciclo tra scissioni e riparazioni.

Afferma Melanie Klein:
“Nell’inconscio del bambino la madre è rivestita di un potere magico perché tutte le cose buone provengono dal seno. Soddisfazione o disagio, gioia o tristezza, amore o odio.”

La Klein ha definitivamente cancellato l’immagine stereotipata dell’infanzia come “tempo idilliaco”, senza conflitti, mostrando il peso radicale della scissione, dell’angoscia e della pulsione di morte nella vita psichica.

Costretta a fuggire dalla Germania, rifugiatasi in Inghilterra, le sue idee furono al centro delle “discussioni controverse”, che videro opporsi la sua concezione dell’analisi infantile con le idee di Anna Freud.

Tra i principali allievi di Melanie Klein abbiamo anche Jacques Lacan. Tra gli aneddoti più singolari che li lega, possiamo ricordare le numerose lettere, dal tono dispiaciuto e piccato, con le quali Melanie Klein rimprovera il giovane Lacan di non dedicarsi con sufficiente solerzia alla traduzione francese dei suoi articoli.

Il bambino è padre dell’uomo», diceva Wordsworth; Melanie Klein ha mostrato quanto sia vero… e quanto sia drammatico.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Melanie Klein – “La psicoanalisi dei bambini”;
-Melanie Klein – “Amore, odio e riparazione”;
-Melanie Klein – “Invidia e gratitudine”.

IL SOGNO DI GILGAMEŠL’Epopea di Gilgameš è forse l’opera più antica di cui abbiamo notizia. La prima versione di questo ...
26/03/2026

IL SOGNO DI GILGAMEŠ

L’Epopea di Gilgameš è forse l’opera più antica di cui abbiamo notizia. La prima versione di questo racconto si perde nelle nebbie del tempo e pare essere stata scritta nella città di Babilonia, nel 1800 a.C..

La storia di questo antico eroe è stata quindi codificata circa 4000 anni fa.

Il racconto del mitico eroe-sovrano è scritto in caratteri cuneiformi, nella lingua accadica, su tavolette d’argilla. Le avventure di Gilgameš hanno avuto enorme successo nel mondo antico e il loro eco è giunto fino al Medioevo.

La riscoperta dell’Epopea di Gilgameš avviene circa duecento anni fa, quando studiosi inglesi, assirologi ed esperti di scrittura cuneiforme, traducono le tavolette della “Biblioteca di Assurbanipal”, immenso archivio di 20.000 tavole possedute dall’antico imperatore degli Assiri.

Gilgameš era il Re della città di Uruk, membro della casata reale sumerica. Il suo nome è contenuto in un’antica lista di divinità, come figlio della dea Ninsun. È considerato un re divinizzato, elevato a divinità degli inferi.

“Il divino Gilgameš - suo padre è uno sconosciuto- signore di Kullab, regnò 126 anni”

Prima dell’avvento di Gilgameš, così raccontano le iscrizioni sulle tavolette, il mondo era stato devastato da un diluvio universale (elemento che ha avuto grande impatto sul pubblico europeo).

Tra i molti racconti contenuti nell’Epopea, sono presenti anche numerosi sogni.
Ecco uno dei sogni più celebri di Gilgameš:

“Nel mezzo della notte mi aggiravo con orgoglio tra la mia gente. Vi erano delle stelle in cielo. Improvvisamente, una delle stelle del dio del cielo Anu cadde su di me. Tentai di sollevarla, ma era troppo pesante per me. Tutta Uruk si raccolse intorno a questa stella e la gente ne baciò la base. La abbracciai e la amai come una moglie”

Il sovrano racconta alla propria madre, la dea Ninsun, il sogno; l’interpretazione della dea è la seguente: la stella nel cielo è in realtà un forte compagno, che lo seguirà nelle sue avventure.

Anche gli psicoanalisti si sono interessati a questo sogno, cercando di decifrare cosa si possa nascondere in questa formazione dell’inconscio.

La psicoanalista Marie-Louise Von Franz, allieva di Carl Gustav Jung, sostiene che in questo sogno sia possibile cogliere le tracce dell’“uomo collettivo”, colui che adempie ad un ruolo collettivo di potere. Nella stella invece sarebbe possibile cogliere il simbolo di unità della persona.

Fino all’apparizione della stella, Gilgameš sarebbe stato un re ordinario, senza imprese da poter vantare. La caduta della stella cambia le cose: un destino pesantissimo crolla sulle spalle del sovrano; Gilgameš deve farsi quindi carico del proprio destino individuale e unico, rimasto occultato dal ruolo di uomo collettivo, di sovrano.

Gilgameš deve quindi imprimere una svolta alla propria vita, facendosi carico del proprio destino, che appare nella forma di un grande fardello. La caduta della stella mette in crisi la sua fiducia nella forza e nella sua autorità. Il peso dell’astro lo piega e il popolo bacia la stella, non i piedi del sovrano.

Ecco, secondo Von Franz, il messaggio nascosto nel sogno: “Non prendere l’onore e le ovazioni del popolo tutte per te; è la stella che porti sulla schiena che esso venera. Bisogna che tu diventi un individuo unico. È questo che il popolo venera in te, non te. E questo costituisce il tuo fardello più pesante”.

Da quel momento, avrebbe avuto inizio il viaggio di Gilgameš alla ricerca dell’immortalità.

Ancora oggi si utilizza l’espressione “seguire la propria stella”: al costo di seguire un destino di isolamento e di solitudine, si tratta di lasciare il sentiero ordinario, per trovare il proprio.

La fatica di questo compito spinge molti, spiega Von Franz, a proiettare l’unicità e la grandiosità del proprio essere interiore su figure esterne, delegate a realizzare per il soggetto il proprio progetto, asservendosi ad esse.

Così avviene in analisi: l’analista si fa oggetto delle proiezioni del paziente, le contiene fino a restituirle al paziente stesso, così che possa integrarle nuovamente nella propria personalità.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Marie-Louise Von Franz – “Il mondo dei sogni”;
-Giorgia Fracca – “I figli di Gilgameš - Omogenitorialità e Psicoanalisi”;
-Dieter Bürgin – “Psychoanalytic and Anthropological Considerations of Gilgamesh. A Lost Illusion”.

ANALISI CON CARL GUSTAV JUNG“I sogni ci indicano come scoprire il senso della nostra vita, come vivere appieno il nostro...
23/03/2026

ANALISI CON CARL GUSTAV JUNG

“I sogni ci indicano come scoprire il senso della nostra vita, come vivere appieno il nostro personale destino, come realizzare il potenziale esistente presente in ciascuno di noi”
Marie-Louise Von Franz

Marie-Louise Von Franz è stata analizzata da Carl Gustav Jung e per oltre trent’anni è stata sua stretta collaboratrice. Insieme al suo Maestro, ha contribuito alla diffusione della psicologia analitica e allo sviluppo della tecnica di interpretazione dei sogni.

Cosa ha significato per lei fare l’analisi insieme a Jung?

Racconta Von Franz:
“La prima volta che incontrai Carl Gustav Jung, egli mi illustrò il caso di una donna che aveva avuto una visione, della quale mi fornì l’interpretazione. Ne fui sconvolta, perché improvvisamente mi ero resa conto che per lui gli eventi profondi, come le visioni o i sogni, erano la realtà”

In questo primo passaggio del racconto di Marie-Louise Von Franz vediamo due aspetti centrali: la molla del transfert a partire dalla supposizione di sapere (Jung le dimostra le sue capacità interpretative) e la scoperta della realtà psichica (anche i contenuti psicologici hanno il valore di realtà).

Questi due elementi segnano l’inizio dell’analisi con Jung.

Ecco il racconto di questo inizio:
“Fu una grande rivelazione. Lessi tutti i libri di Jung, scoprendo l’importanza che egli attribuiva ai sogni e sentii che non sarei mai stata in grado di giudicare se quello che egli sosteneva fosse vero o falso, giusto o sbagliato, se non fossi personalmente entrata in analisi. Presi il coraggio a due mani e gli chiesi di prendermi in analisi. Accettò. A partire da quel momento, ogni interpretazione di un sogno fu una rivelazione”

Nella propria pratica Jung faceva largo uso dell’interpretazione dei sogni. Già descritto da Freud come la “via regia per accedere all’inconscio”, il lavoro sui sogni è ancora oggi centrale in analisi.

Prosegue Von Franz:
“Jung sosteneva che i miei sogni erano particolarmente difficili e complessi e in effetti io non riuscivo a capirne nulla… Arrivavo da Jung con quella cosa priva di senso ed egli, con grande sforzo, ne sviscerava il significato. Talvolta, con un fazzoletto per tergersi il sudore, mi diceva: “Cosa faresti se non ci fosse Jung ad accompagnarti attraverso la complessità di questi sogni?”

Qui vediamo Jung all’opera, nella fatica quasi fisica di lavoro sul sogno. Il sogno infatti non nasce per essere decifrato, bensì per allontanare dalla coscienza un elemento conflittuale, rimosso; nel sogno il complesso inconscio trova una soddisfazione parziale e mascherata.

Lavorando contro corrente, il paziente e l’analista possono svelare il complesso inconscio celato nel sogno.

“Più in là nel tempo, smisi di raccontargli tutti questi sogni perché mi rendevo conto che lo stancavano… Nel corso dei primi anni di analisi, tuttavia, il lavoro consistette per lo più nel decifrare quelle cineserie notturne. Ricordo che arrivavo alla seduta tesa, spesso depressa, e che ne uscivo un’ora dopo con una sensazione del tipo: “Ah, ora so, ora vedo dove tutto va a parare”.”

Il “lavoro” durante la seduta produce un vero e proprio movimento psichico: Marie-Luise Von Franz descrive un vero e proprio “scarico” della tensione psichica, che si traduce nella riduzione del sintomo depressivo e nell’accrescimento della consapevolezza.

Anche l’analista sogna; l’analisi personale infatti ha lo scopo di rettificare il rapporto del soggetto con l’inconscio, non di abolire l’inconscio tout court.

Racconta Von Franz:
“Interpretare i sogni è un compito difficilissimo. per questa ragione Jung suggeriva agli analisti di recarsi di tanto in tanto da un collega per uno scambio di opinioni su sogni. Qualche volta si lamentava con amarezza: “Io non ho uno Jung che interpreti i miei sogni!”. Raccontava perciò i suoi sogni agli allievi, accettando le eventuali sciocchezze che questi potevano dire perché, in ogni caso, gli offrivano un nuovo spunto e gli permettevano di essere più obiettivo”.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Marie-Louise Von Franz – “Il mondo dei sogni”;
-Marie-Louise Von Franz – “Il mito Jung;
-Aniela Jaffé – “Il mito del senso nell’opera di Carl Gustav Jung.”

RICORDARE CESARE MUSATTI «Freud non ha inventato l’inconscio: ha semplicemente avuto il coraggio di guardarlo in faccia....
21/03/2026

RICORDARE CESARE MUSATTI

«Freud non ha inventato l’inconscio: ha semplicemente avuto il coraggio di guardarlo in faccia.»

Lo psicoanalista Cesare Musatti è scomparso il 21 marzo 1989.

A trentasette anni dalla sua scomparsa, resta una delle figure più limpide e insieme più inquiete della psicoanalisi italiana: grazie a lui Freud è entrato in aula magna, nei seminari universitari, nei caffè milanesi e nelle case di chi non si accontentava di curarsi, ma voleva capire.

Musatti si laureò in filosofia nel 1922 e l'anno successivo divenne assistente volontario del Laboratorio di psicologia sperimentale diretto da Vittorio Benussi. Nel 1927 Benussi si uccise con il cianuro a causa di una grave forma di disturbo bipolare, lasciando tutto nelle mani di Musatti e di Silvia De Marchi, anch'essa assistente volontaria, che poi divenne sua moglie.

“Il transfert non è un inganno, è l’ultima occasione che abbiamo di essere presi sul serio”

Primo cattedratico di Psicologia in Italia (Milano, 1947), è stato il traduttore della monumentale Opera Omnia freudiana (Bollati Boringhieri).

«Non si diventa psicoanalisti per guarire gli altri, ma per non impazzire del tutto.»

Per decenni è stato il didatta che ha formato generazioni di analisti e a lungo si è interrogato intorno al desiderio di “diventare psicoanalista”.

La vita di Musatti ha attraversato il Novecento e le molteplici evoluzioni della società italiana ed occidentale. Cesare Musatti è stato un uomo che non ha mai smesso di chiedersi cosa significhi davvero “essere umani” in un’epoca che produceva Auschwitz e poi il boom economico, la repressione e poi il ’68, la tv commerciale e i nuovi media.

“L’uomo non è un animale malato, è un animale che si ammala perché pensa”

Musatti non ha mai ridotto il freudismo ad una religione né ha pensato la psicoanalisi come una tecnica di adattamento sociale.
Ha difeso la radicalità di Freud contro ogni normalizzazione, e allo stesso tempo ha difeso la libertà di pensiero contro ogni settarismo.

Ha scritto pagine fondamentali per la psicoanalisi italiana sull’amore, sulla vergogna, sul denaro, sul fascismo come patologia collettiva, sul desiderio come motore e come tormento.

Nella sua vita ha sempre tenuto insieme la pratica clinica e la riflessione storica, il divano e la piazza, la metapsicologia e la cronaca quotidiana.

Per approfondire:
-Cesare Musatti – “Mia sorella gemella la psicoanalisi”;
-Cesare Musatti – “Trattato di psicoanalisi”;
-Cesare Musatti – “Curar nevrotici con la propria autoanalisi”.

NIETZSCHE E IL GREGGE SENZA MEMORIA“Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia o...
19/03/2026

NIETZSCHE E IL GREGGE SENZA MEMORIA

“Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi: salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell'attimo e perciò né triste né annoiato...

L'uomo chiese una volta all'animale: "Perché mi guardi soltanto senza parlarmi della felicità?" L'animale voleva rispondere e disse: "Ciò avviene perché dimentico subito quello che volevo dire" – ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l'uomo se ne meravigliò.
Ma egli si meravigliò anche di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di essere sempre accanto al passato: per quanto lontano egli vada e per quanto velocemente, la catena lo accompagna.

È un prodigio: l'attimo, in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo. Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via – e improvvisamente rivola indietro, in grembo all'uomo. Allora l'uomo dice "Mi ricordo".”

“Sull’utilità e il danno della storia per la vita”
(Considerazioni inattuali, 1874)

Nietzsche non descrive semplicemente una differenza tra “animale” e “uomo”; il filosofo mette in scena una vera e propria frattura ontologica che attraversa l’esistenza.

Cosa osserviamo nella scena descritta da Nietzsche?
Il gregge pascola, salta, mangia, digerisce, salta di nuovo – e in questo “ciclo elementare” non c’è ieri né oggi, solo l’attimo presente come unico orizzonte reale.

L’animale non è “felice” in senso riflessivo; è felice perché non sa di esserlo, perché la domanda sulla felicità non ha ancora aperto in lui la ferita del tempo.
L’uomo, invece, interroga l’animale proprio perché avverte in sé l’assenza della beatitudine immediata.

“Perché mi guardi soltanto senza parlarmi della felicità?”
Nella domanda troviamo una confessione: l’uomo non può più essere felice senza confronto con ciò che non è più o con ciò che potrebbe essere.

L’animale inizia a rispondere – “perché dimentico subito quello che volevo dire” – ma dimentica anche la risposta stessa. Il silenzio che segue non è vuoto: è la felicità che si sottrae al linguaggio, al ricordo e alla catena.

Nietzsche non propone un ritorno al mitico paradiso pre-umano. Il centro della diagnosi è il prodigio che descrive subito dopo – l’attimo che “in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente” eppure “torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo”.

L’uomo è l’essere che non riesce a lasciar cadere il foglio del tempo.

La catena che accompagna l’uomo “per quanto lontano egli vada e per quanto velocemente” non è solo il peso del passato. Il rischio è di cadere nella “malattia della storia”.

Senza oblio attivo, non c’è azione possibile. È questa la proposta di Nietzsche.
L’oblio nietzschiano non è semplice amnesia: è una forza plastica, una capacità di aprire selettivamente la memoria per lasciare spazio al nuovo.

L’animale dimentica per natura.
L’uomo invece è incatenato al “Mi ricordo”, formula con cui trasforma ogni attimo in fantasma del passato.

Che posto dare al passato?

Qui troviamo una questione chiave della psicoanalisi. Da una parte, vediamo il rischio paventato da Nietzsche per l’uomo: rimanere incastrato nella propria storia, in un racconto già scritto, destinato a ripetersi senza aprire al nuovo; davanti a questa prospettiva non resta che la dimenticanza come oblio della pena eterna di un’esistenza meccanica. Dall’altra abbiamo la scommessa dell’analisi: riscrivere il passato per aprire una nuova possibilità.

L’analisi, infatti, punta ad una riscrittura inedita dello stesso per trovare il nuovo, come se fosse una piega del già saputo; nel sapere infatti si tratta di determinare una torsione, facendo emergere l’inedito, l’inconscio dal conscio.

Per questo è usuale nell’esperienza analitica, scoprire proprio nel sintomo la radice del talento, proprio nella sofferenza il punto di partenza per la piena realizzazione di sé.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Friedrich Nietzsche –“Considerazioni inattuali”;
-Friedrich Nietzsche – “Ecce Homo”;
-Susanna Mati – “Friedrich Nietzsche”.

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