Gianfranco Ricci - Psicologo

  • Home
  • Gianfranco Ricci - Psicologo

Gianfranco Ricci - Psicologo Benvenuta/o nella mia pagina. Qui potrai trovare contenuti sulla psicologia e la psicoanalisi

“DIVENTARE PSICOANALISTA” SECONDO GABBARD E OGDEN«Solo dopo esserti qualificato [come analista] hai la possibilità di di...
25/05/2026

“DIVENTARE PSICOANALISTA” SECONDO GABBARD E OGDEN

«Solo dopo esserti qualificato [come analista] hai la possibilità di diventare un analista. L'analista che diventi sei tu e solo tu; devi rispettare l'unicità della tua personalità: è quella che usi, non tutte queste interpretazioni [queste teorie che usi per combattere la sensazione di non essere veramente un analista e di non sapere come diventarlo].»
(Bion, 1987)

Cosa significa “divenire psicoanalista”? Potremmo chiederci, per prima cosa, se sia un’espressione “adeguata” per descrivere la figura dello psicoanalista. Quella dell’analista, infatti, è una funzione simbolica, una posizione, più che una questione dell’“essere”.

Per Glen Gabbard e Thomas Ogden, due tra i più influenti psicoanalisti contemporanei, il processo che porta a “divenire psicoanalista” assomiglia a quello della maturazione psichica.

Con il processo di “maturazione psichica” il percorso per divenire psicoanalista condivide ad esempio l’importanza di “pensare” e “sognare” la propria esperienza di vita, tanto a livello individuale quanto nel rapporto con l’altro.
In questo senso, nei due processi trova un posto centrale il valore dell’identificazione proiettiva come strumento per rendere “pensabile” ciò che sarebbe “impensabile”.

Tutto questo avviene in un processo di costante oscillazione tra rapporto con l’altro e rifiuto del rapporto.

Come osserva Winnicott:
«Esiste una fase intermedia nello sviluppo sano in cui l'esperienza più importante del paziente in relazione all'oggetto buono o potenzialmente soddisfacente è il suo rifiuto.»

La maturazione della funzione analitica si tradurrebbe poi in un nuovo modo di “sognare”, come forma di “rêverie”; viene infatti descritta una modalità di elaborazione psichica non lineare, che mescola processo primario e secondario.

Scrivono Gabbard e Ogden;
“Il lavoro del sognare è il lavoro psicologico attraverso il quale creiamo un significato personale e simbolico, diventando così noi stessi.”

Vi è poi la dimensione “contenitore – contenuto”: da una parte la capacità di entrare in contatto con i propri pensieri più disturbanti, contenendoli e lavorandoli; dall’altra l’esperienza di rottura e riparazione, di contatto e di relazione con l’altro e il suo sentire psicologico ed emotivo.

Quali sono gli aspetti che Ogden e Gabbard hanno osservato nel “divenire analisti”?

I due autori colgono l’emergere di una “voce autentica” nel loro lavoro, diversa da quella delle figure per loro significative del loro passato. Se a lungo, nella loro funzione, hanno fatto ricorso ad espressioni, gesti, elementi di stile dei loro analisti, maestri e di coloro che li hanno orientati, la maturazione dell’analista passerebbe per la rinuncia a questi elementi di identificazione, per lasciare pieno spazio al proprio stile.

Scrivono:
“Nel processo di diventare analista, si deve essere in grado di commettere atti di parricidio nei confronti dei propri genitori analitici, espiando al contempo il parricidio nell'atto di interiorizzare una versione trasformata di loro”.

Un altro tassello centrale della maturazione della funzione analitica è legato al lavoro di controllo / supervisione: per Gabbard e Ogden questa esperienza porta a maturare la consapevolezza di quanto il lavoro analitico sia di per sé inesauribile. Questa costatazione richiede di abbandonare ogni fantasia narcisistica di completezza, per lasciare spazio alla curiosità, all’accettazione di non essere perfetti ma, come sottolinea Winnicott, “sufficientemente buoni”.

Proseguono poi i due autori:
“Ogni analisi è incompleta… il transfert è interminabile, il controtransfert è interminabile, il conflitto è interminabile. Un'esperienza generativa in analisi mette in moto un processo che continuerà per tutta la vita dell'analista.”

L’autoanalisi diviene allora un processo fondamentale anche se non sostitutivo dell’analisi vera e propria. La propria autosservazione fa parte del lavoro psichico che ogni soggetto continua a fare nel corso della sua vita. In quest’ottica, la fine dell’analisi è “solo” la conclusione di una parte del lavoro psichico che impegna l’analista nel corso della sua vita.

La scrittura diviene un campo di creatività e di espressione dell’inconscio dell’analista come soggetto. Essa diviene un vero e proprio parallelo del processo psichico che porta alla maturazione e all’espressione di idee, concetti e fantasie. Ad esempio, pensare alle possibili risposte dell’altro al proprio lavoro scritto diviene parte del processo di autoanalisi, perché mette in scena il proprio mondo interiore, al di là di quanto si scrive: piacerà? Sarò rifiutato? Sarò criticato?

Maturare il proprio stile, scrivono Gabbard e Ogden, ha a che fare con la crescente capacità di cogliere il “ritmo” della seduta, facendo i conti con creatività dell’impossibilità di essere pronti a quello che emergerà dalle parole del paziente.

Sottolineano i due autori:
“La misura in cui l’analisi è ‘viva’ può dipendere dalla volontà e dalla capacità dell’analista di improvvisare, e di essere improvvisato dall’inconscio della relazione analitica.”

“Divenire analisti” sarebbe quindi possibile solo a partire dall’esperienza che ogni soggetto fa del proprio inconscio e dell’essere “umano”;

Possiamo riassumerlo così: a partire dalle fantasie di immortalità, fare i conti con l’essere mortali; dal desiderio di padronanza, accettare di “non essere padroni in casa nostra”; dalla brama di grandezza e completezza, assumere la necessità di essere in rapporto con l’altro;

L’articolo complete è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Glen O. Gabbard – “Il disagio del narcisismo”;
-Thomas Ogden – “Vite non vissute”;
-Gabbard e Ogden – “Diventare psicoanalisti”.

LA CONCLUSIONE DELLA PSICOANALISILa conclusione del trattamento analitico è un argomento di grande interesse e dibattito...
20/05/2026

LA CONCLUSIONE DELLA PSICOANALISI

La conclusione del trattamento analitico è un argomento di grande interesse e dibattito: quando possiamo dire che un’analisi è “conclusa”?

Abbiamo un primo elemento, di natura clinica, che possiamo indicare: ad un certo punto del trattamento, di fatto il paziente termina il trattamento, non domandando di proseguire oltre. Perché accade?

Possiamo dire che questo movimento, quando non dettato dalla sfiducia nei confronti del trattamento o dell’analista (drop-out), indica il raggiungimento di un certo equilibrio, ritenuto soddisfacente dall’analizzante.

Insomma, il paziente legittimamente può dire: “va bene così, mi fermo”.

Si tratta di un criterio “clinico”, che può avere (o meno) a che fare con, ad esempio, il superamento del sintomo o delle ragioni di sofferenza che hanno portato il paziente in analisi. Tuttavia, sappiamo che una delle scansioni fondamentali del trattamento è il passaggio dalla “domanda d’aiuto” alla “domanda di sapere” circa il proprio inconscio.

L’analisi “vera e propria” inizierebbe a seguito di questo passaggio.

La domanda di aiuto si esaurisce con il venir meno della sofferenza. La domanda di sapere è invece alimentata dall’incontro con l’enigma metaforico del sintomo che conduce in analisi.

Esiste quindi una conclusione dell’analisi che abbia a che fare con il sapere inconscio?

Già Sigmund Freud si era interrogato su questo tema, nel saggio intitolato “analisi terminale e interminabile” (1937).

Freud era consapevole della presenza di alcuni fattori che potevano rendere l’analisi “interminabile”. Tra questi, il padre della psicoanalisi indica la natura insuperabile del conflitto tra le tre istanze psichiche (Io, Es e Super Io), la “viscosità della libido” (cioè la tendenza psichica a mantenere vivi quei legami affettivi fonte di sofferenza) e l’azione inestirpabile della “pulsione di morte”.

Questi tre fattori determinerebbero l’allungamento indeterminato del trattamento. Nonostante questi ostacoli, Freud ipotizzava una possibile conclusione dell’analisi nel raggiungimento della cosiddetta “roccia della castrazione”, il punto oltre il quale diverrebbe impossibile procedere nell’analisi a causa della forza delle resistenze psichiche.

Anche Jacques Lacan, nel corso del suo insegnamento, ha cercato di individuare la fine del trattamento. Lacan desiderava individuare la “logica” del fine analisi in modo che fosse coerente con la struttura stessa dell’inconscio.

Negli anni, Lacan ha individuato diverse possibili “conclusioni dell’analisi”.

Il primo Lacan sottolineerà il “disinvestimento immaginario” a profitto della “posizione simbolica” del soggetto come possibile fine analisi. Cosa significa?

Il “Lacan classico” mette al centro della propria teoria la centralità del simbolico rispetto all’immaginario narcisistico. La rinuncia all’attaccamento all’immagine ideale dell’Io permetterebbe di assumere la posizione simbolica, come quella dell’analista.
Con l’esaurirsi dell’apparato significante, emerge la posizione di scarto (“sicut palea” – “come letame” dice San Tommaso d’Aquino dei propri scritti alla fine della sua vita, ), con lo svuotamento narcisistico dell’Io.

Nel testo intitolato “La direzione della cura”, Lacan indica nel passaggio dall’essere oggetto di desiderio a soggetto desiderante la chiave della fine dell’analisi. In gioco abbiamo quindi una scansione: da oggetto desiderato e bramato dall’Altro, a soggetto che si assume la piena responsabilità circa il proprio desiderio.

Frutto dell’analisi portata fino in fondo, sottolinea Lacan, sarebbe l’emergere del “desiderio dell’analista”, inteso come il desiderio di “fare emergere la differenza assoluto” da ogni altro che abita il soggetto in analisi. Un altro frutto della fine analisi sarebbe il “più di vita”, il pieno dispiegarsi del potenziale generativo del desiderio.

La fine dell’analisi sarebbe, in conclusione, il momento in cui il soggetto si identifica con la propria unicità; Lacan definisce questo passaggio “identificazione al sintomo”.

Per testimoniare degli effetti dell’analisi, Lacan ha ideato un dispositivo, tanto discusso quanto affascinante, denominato “passe”.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Analisi terminabile e interminabile”;
-Massimo Recalcati – “Jacques Lacan;
-Fausta Ferraro e Alessandra Garella – “In-fine”.

"Nelle parole dell'adolescenza"Progetto della Regione Campania di prevenzione e promozione della salute mentale18 maggio...
19/05/2026

"Nelle parole dell'adolescenza"

Progetto della Regione Campania di prevenzione e promozione della salute mentale
18 maggio 2026, Istituto "Sacro Cuore" di Posillipo.

Sempre insieme al Team di Jonas Napoli

Con il contributo super di Michele Angelo Rugo

MARCEL DUCHAMP E JACQUES LACANCome Pablo Picasso e Salvador Dalí, Marcel Duchamp fu tra gli artisti con cui Jacques Laca...
18/05/2026

MARCEL DUCHAMP E JACQUES LACAN

Come Pablo Picasso e Salvador Dalí, Marcel Duchamp fu tra gli artisti con cui Jacques Lacan ebbe rapporti personali di scambio e di reciproca influenza.

Duchamp venne invitato da Robert Lebel, autore della prima monografia sull’artista, nel 1958, al Seminario che il suo caro amico Jacques Lacan teneva all'ospedale di Sainte-Anne. Si trattava del quinto seminario, quell'anno dedicato alle “Formazioni dell'inconscio”.

In quello stesso anno, all'inizio di settembre, Lacan e Duchamp si incontrarono nuovamente a Barcellona. Poche settimane dopo, il 21 settembre, Teeny e Marcel Duchamp pranzarono a "La Prévôté", la casa di Lacan a Guitrancourt, dove lo psicoanalista si recava ogni domenica.

In quest'occasione, Duchamp vide “L'Origine du monde” di Gustave Courbet, opera che Lacan aveva acquistato nel 1955. L'inquadratura del dipinto avrebbe avuto un'influenza decisiva sulla composizione e la disposizione di “Étant donnés”, l'opera che l'artista stava sviluppando da oltre dieci anni nel suo studio di New York.

Lo stile visivo di Duchamp viene spesso richiamato dallo psicoanalista nei suoi Seminari e nelle sue lezioni. Lacan era particolarmente interessato alla questione del “ready-made”.

Durante una delle sessioni dedicate al quadro “Las Meninas” di Diego Velázquez nel suo Seminario XIII, “L'oggetto della psicoanalisi”, nel maggio 1966, Lacan si riferisce esplicitamente al contributo decisivo di Duchamp all’arte moderna:

“L'arte moderna ve lo illustra: un quadro, una tela con una semplice c***a sopra, una vera c***a... perché cos'altro è, in fondo, se non una grande macchia di colore? E questo si manifesta in un modo che è, in un certo senso, provocatorio, attraverso certi estremi della creazione artistica...
Il ready-made di Duchamp è tanto un quadro quanto un'opera d'arte, vale a dire la presentazione, davanti a voi, di un appendiabiti appeso a un'asta”

Nel 1974, a Roma, durante il suo intervento al VII Congresso della Scuola freudiana di Parigi, Lacan, rievocando la presentazione di René Tostain ("Ready-made e oggetto"), tornò su questa questione:

"L'interpretazione deve sempre essere [...] il ready-made di Marcel Duchamp. Almeno bisogna capirne qualcosa. L'elemento essenziale nel gioco di parole è ciò a cui la nostra interpretazione deve mirare, per non essere quella che alimenta il sintomo del significato."

L’interpretazione infatti non “aggiunge” ma imprime una torsione nelle parole del paziente, facendo emergere una scena inedita, senza per questo alterare il “testo del paziente”.

Nel dicembre del 1969, un anno dopo la morte di Duchamp, Lacan fu invitato da Michel Foucault al neonato Centro Universitario Sperimentale di Vincennes. Quando gli studenti lo interrogarono sul tema della protesta, Lacan questa volta fece riferimento alla celebre espressione di Duchamp:

"La protesta mi ricorda qualcosa che fu inventato, se non ricordo male, dal mio caro amico Marcel Duchamp: “Il celibe si fa il cioccolato da sé”.
Attenzione che il manifestante non si trasformi in cioccolato!"

Al di là dell'ironia di questa risposta, vale la pena notare che la formula di Duchamp è una sorta di commento al registro inferiore del suo “Grande Vetro” (1915-1923), opera che a sua volta anticipa ciò che Lacan avrebbe esposto qualche decennio dopo tramite il suo aforisma "Non c’è rapporto sessuale".

In gioco infatti c’è il tema della “macchina” e della surrealistica composizione che ognuno è chiamato ad inventare per far “funzionare il rapporto”, a partire dal fantasma, il “dispositivo” inconscio per eccellenza che muove dietro le quinte dell’inconscio l’esistenza del soggetto.

Sia Duchamp che Lacan hanno un acuto senso del gioco di parole. Ciononostante, rimane una sorprendente affinità tra il pensiero dell'artista e quello dello psicoanalista. Come possiamo non vedere nell'elenco che Duchamp elaborò nel 1912 per il suo “Trasformatore”, destinato a utilizzare piccole energie sprecate... l’anticipazione del valore dello scarto, ciò che Lacan stesso avrebbe elaborato come l’“oggetto scarto” in psicoanalisi con il suo “oggetto a”?

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Carla Subrizi – “Introduzione a Marcel Duchamp”;
-Jacques Lacan – “Il Seminario, libro V, Le formazioni dell’inconscio”;
-Jacques Lacan – “Il Seminario, Libro XIII, L’oggetto della psicoanalisi”.

SIGMUND FREUD E IL TEATRO DEL SOGNOSigmund Freud ha cambiato per sempre il rapporto dell’uomo con i propri sogni. A lung...
14/05/2026

SIGMUND FREUD E IL TEATRO DEL SOGNO

Sigmund Freud ha cambiato per sempre il rapporto dell’uomo con i propri sogni. A lungo il sogno è stato considerato alla stregua di uno scarto, un prodotto irrazionale della mente, privo di valore o significato.

Analizzando i propri sogni e quelli dei suoi pazienti, Freud ha scoperto nel sogno “la Via Regia per accedere all’inconscio”.

Il padre della psicoanalisi ha individuato alcuni “assiomi” nel lavoro psicoanalitico con i sogni.

Scrive Freud:
“So per esperienza, alla quale non ho trovato eccezioni, che ogni sogno tratta del sognatore stesso. I sogni sono completamente egoistici. Ogni volta che il mio Io non appare nel contenuto del sogno, ma c'è solo qualche sconosciuto, posso ritenere con sicurezza che il mio lo si cela mediante identificazione dietro a questa persona; posso inserire il mio lo nel contesto.”

Freud descrive la scena del sogno alla stregua di un teatro, sul cui palco tante diverse parti dell’Io del sognatore entrano in azione, ciascuna spinta da un moto diverso. Ciascuna componente dell’Io si maschera dietro ad un diverso “personaggio” del sogno.

Prosegue Freud:
“Altre volte, quando il mio lo appare nel sogno, la circostanza in cui appare può farmi capire che c'è qualche altra persona nascosta dietro di me per identificazione. In tal caso il sogno dovrebbe ammonirmi di trasferire su me stesso, durante l'interpretazione, l'elemento comune nascosto, che si riferisce a quella persona.”

Il sogno va quindi interpretato, perché è il risultato del lavoro di processi psichici inconsci che nascondono la “vera scena”, i moti di desiderio nascosti. Il lavoro analitico consiste in un processo di risalita, di riscoperta dell’inconscio (il contenuto latente) a partire dal conscio (il contenuto manifesto del sogno).

Il contenuto latente, considerato inaccettabile, viene mascherato tramite processi come la “condensazione” e lo “spostamento”.

Conclude Freud:
“Ci sono dei sogni in cui il mio Io appare insieme ad altre persone, che, quando si risolve l'identificazione, risultano essere di nuovo il mio Io. Grazie a queste identificazioni dovrei quindi essere in grado di portare il mio Io a contatto con determinate idee la cui accettazione è stata proibita dalla censura. Quindi il mio Io può essere rappresentato in un sogno parecchie volte, ora direttamente, ora mediante la identificazione con persone estranee.”

Il sogno svolge la fondamentale funzione di tutelare il sonno. Senza la “scena del sogno”, il conflitto intrapsichico tra le diverse istanze giungerebbe troppo vicino alla coscienza, determinando il mo***re dell’angoscia fino al risveglio.

Per scongiurare questo rischio, il sogno offre una soddisfazione parziale, mascherata, deviata ai moti pulsionali e ai conflitti, lasciando al soggetto l’arduo compito di “decifrarlo”.
Secondo Freud esistono tre grandi tipologie di sogno;

“I sogni ricadono in tre categorie, a seconda del loro atteggiamento nei confronti dell'appagamento di desiderio.

La prima categoria è costituita da quei sogni che rappresentano apertamente un desiderio più rari tra gli adulti.

In secondo luogo ci sono i sogni che esprimono non rimosso: si tratta dei sogni di tipo infantile che diventano sempre un desiderio rimosso con un travestimento: questi indubbiamente costituiscono la stragrande maggioranza dei nostri sogni e possono essere compresi solo con l'analisi.

Infine ci sono i sogni che rappresentano un desiderio rimosso, senza mascherarlo o con una maschera insufficiente. Questi ultimi sogni sono sempre accomunati dall'angoscia, che li interrompe.

In tal caso l'angoscia sostituisce la deformazione onirica, e nei casi della seconda categoria l'angoscia si evita solo grazie al lavoro onirico. Non è difficile dimostrare che il contenuto rappresentativo che produce l'angoscia era una volta un desiderio, che poi è stato rimosso.”

Come possiamo vedere il grado di deformazione del contenuto latente riflette la minacciosità dei pensieri e dei desideri rimossi; data l’intricato lavoro di mascheramento compiuto dall’apparato psichico, Freud non ha avuto dubbi nel paragonare il sogno al “rebus”.

Fino a dove può spingersi l’interpretazione di un sogno? Freud aveva colto l’esistenza di un punto limite, chiamato l’“ombelico del sogno”, oltre il quale l’interpretazione trova una resistenza insuperabile.

Tutte le citazioni freudiane di questo articolo provengono da “L’interpretazione dei sogni” (1900).

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
- Sigmund Freud – “L’interpretazione dei sogni”;
- Giuseppe Civitarese – “Il sogno necessario”;
- Vittorio Lingiardi – “L’ombelico del sogno”.

IL FANTASMA DI SALVADOR DALͫOgni mattina mi sveglio e, guardandomi allo specchio, provo sempre lo stesso ed immenso pia...
11/05/2026

IL FANTASMA DI SALVADOR DALÍ

«Ogni mattina mi sveglio e, guardandomi allo specchio, provo sempre lo stesso ed immenso piacere: quello di essere Salvador Dalí e mi domando, colmo di meraviglia, cosa farà ancora di prodigioso oggi questo Salvador Dalí. E ogni giorno mi è più difficile capire come gli altri possano vivere senza essere Gala o Salvador Dalí»

L’11 maggio del 1904 nasceva a Figueres, in Catalogna, Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalí i Domènech. Eccentrico e stravagante, Dalí è stato uno dei protagonisti dell’arte e del surrealismo, dal punto di vista filosofico, artistico e performativo.

Cosa si nasconde dietro al talento e al desiderio sfrenato di Dalí di diventare l’artista più celebre del suo tempo e forse della storia dell’umanità?

Già alla nascita, il piccolo Salvador dovette fare i conti con un’eredità singolare: portare tanto il nome del padre quanto quello di un altro Salvador, un fratello maggiore morto bambino giusto 9 mesi prima della sua nascita. La concezione dell’artista ha luogo proprio nei giorni della perdita.

Dalí porta un nome, “Salvador”, che già di per sé impone a chi lo porta un fardello pesante.

Si racconta che i genitori, forse per il dolore insopportabile della perdita del fratello, portarono il piccolo Salvador alla tomba del fratello; gli raccontarono di essere la re-incarnazione del fratello perduto, tornato nel grembo materno sfuggendo così alla morte.

L’artista racconterà che la memoria del fratello sarà per lui come un fantasma che lo perseguiterà per il resto dei suoi giorni.

Nella sua infanzia il piccolo Salvador maturerà un particolare interesse per gli insetti, le larve e i corpi in decomposizione, elementi che, in varie forme, popoleranno le immagini oniriche delle sue opere.

Nel corso della sua vita, la principale ossessione di Dalí sarà quella di “realizzare il proprio nome”:

“Io credo di essere il salvatore dell’arte moderna, l’unico capace di sublimare, integrare e razionalizzare imperialmente e in bellezza tutte le esperienze rivoluzionarie dei tempi moderni, nella grande tradizione classica del realismo e del misticismo, che sono la missione suprema e gloriosa della Spagna”.

Pieno di orgoglio, scriverà che “Dalí in catalano vuol dire “desiderio”, enfatizzando così la sua missione, presente fin dalla nascita, di salvare l’arte incarnando ogni declinazione possibile del desiderio dell’erotismo.

Nell’ossessione di Dalí tuttavia possiamo rintracciare le tracce evidenti del lutto fallito che ha attraversato la sua famiglia; essere il “Salvador” non solo della sua famiglia, ma della Spagna intera e dell’arte tutta! L’idea grandiosa di sé può essere infatti interpretata come il ribaltamento maniacale, narcisistico e grandioso, della profonda melanconia legata al dramma della sua nascita.

Divenire un nome immortale, solo suo, riferito solo a sé, eliminando dalla scena il fardello dell’eredità paterna e del fantasma del fratello. Divenire immortale come antidoto per la morte che lo accompagna fin dalla nascita.

Ricordando il fratello, Dalí scriverà:

“Ci somigliavamo come due gocce d'acqua, ma rilasciavamo riflessi diversi. Probabilmente lui era una prima versione di me, ma concepito in termini assoluti”

Nella costruzione immaginaria di Dalí, l’unico essere umano alla sua altezza, se non superiore, era Gala (Elena Ivanovna Diakonova), un’espatriata russa di undici anni più grande di lui.

Elemento materno e complementare al suo narcisismo, Gala era così importante nella vita di Salvador che l’artista riteneva che “gli avvenimenti più importanti che possano accadere a un pittore contemporaneo sono due: 1. Essere spagnolo; 2. Chiamarsi Gala o Salvador Dalí”.

Gala sarà un supporto decisivo per Salvador, che nella moglie troverà una figura totale, da amare e idealizzare, in una fusione così intima da spingere l’artista a firmare le proprie opere “Gala-Salvador Dalí”. Gala sarà la prima a sostenere nell’ambiente surrealista il talento, fino ad allora considerato solo “eccentrico e pazzo” di Salvador, nell’ambiente surrealista.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
- Salvador Dalí – “La mia vita segreta”;
- Salvador Dalí – “Diario di un genio”;
- Amanda Lear – “La mia vita con Dalí”.

ANDRÉ GREEN E LA “PSICOSI BIANCA”André Green è stato una delle figure più significative della psicoanalisi francese cont...
08/05/2026

ANDRÉ GREEN E LA “PSICOSI BIANCA”

André Green è stato una delle figure più significative della psicoanalisi francese contemporanea. Nella sua pratica di psicoanalista e di teorico, affrontato le forme più moderne di psicopatologia.

Cosa si nasconde dietro alle forme più profonde di sofferenza? Green ha osservato nei suoi pazienti uno spegnimento della dimensione affettiva e della costruzione del senso.

Perché certi pazienti sembrano privi del senso della vita? Cosa cancella la spinta vitale del soggetto? L’ipotesi di Green affonda le radici nelle primissime relazioni del bambino.

Per questo ha formulato l’ipotesi della “psicosi bianca”. In cosa consiste? Green ha cercato di esplorare cosa si nasconde dietro a strutture psicotiche che non presentano i fenomeni attivi, più evidenti, della schizofrenia, come il delirio e l’allucinazione.

Per Green, in continuità con Freud e Bion, al centro della psicosi abbiamo il conflitto tra la pulsione e il pensiero. L’est di questo conflitto è solitamente la distruzione del pensiero, profondamente distorto dall’azione della pulsione.

Il soggetto sarebbe abitato da “pensieri primari corrotti” che cercano una nuova organizzazione attraverso il delirio.

Come sottolinea Green:
“mentre nella nevrosi sono i pensieri che vanno tradotti nel linguaggio del desiderio, nella psicosi è il desiderio che va iscritto nel linguaggio del pensiero affinché possano diventare dei pensieri di desiderio”.

Il soggetto psicotico non scatenato sarebbe abitato da una radicale sensazione di non esistenza, che cerca di compensare attraverso le proiezioni al fine di costruire senso per la propria esperienza.

Nella psicosi bianca, la macchina del senso si arresta con un effetto di “inerzia psichica” e di “cadaverizzazione” del soggetto.

Nella cura con questi pazienti, l’analista deve fare i conti con il troppo pieno della produzione delirante e con la spinta del paziente ad invitare l’analista a pensare per due. Per questo sarebbe fondamentale lavorare sul controtransfert, per gestire il surriscaldamento psichico nella cura.

Il confronto con la mortificazione dell’esistenza e la sua desertificazione spingono l’analista sulla direzione dello slegame, verso il rifiuto della destrutturazione psichica del paziente.

Green coglie un’oscillazione tra il troppo pieno e il nulla: da una parte le pulsioni creano legami attraverso i processi di condensazione e spostamento; dall’altra Les sarebbe il luogo dove si strutturano questi legami pulsionali.

Per questo il delirio sarebbe un sistema di relazioni che opera secondo il principio del piacere, mentre l’inerzia psichica e il ritiro sarebbero il prodotto, la conseguenza degli attacchi a tutte le forme di legame.

Green indica tre caratteristiche fondamentali della “psicosi bianca”:
La confusione della scena primaria edipica tra frammentazione e persecuzione, tra oggetto buono e oggetto cattivo, occupazione dello spazio psichico da parte di un oggetto intrusivo, tentativo di fare il vuoto e senso di inesistenza;

Scrive green:
“il soggetto si trova sequestrato dall’oggetto cattivo (e di conseguenza sequestra lui stesso l’oggetto che lo parassita). Questa influenza dell’oggetto cattivo negativi,, distrugge la sua immagine ideale che non può prendere forma.”

Il secondo parametro è l’impossibilità di avere uno spazio psichico proprio, insieme ad una sensazione permanente di intrusione.
Il terzo ha a che fare con la sensazione del paziente che il suo spazio psico sia costantemente sott’ attacco.

Tutto questo, secondo green, sarebbe legato ad una forma di allucinazione negativa di sé, effetto delle pulsioni distruttive che attaccano le funzioni di legame psichico. In questi pazienti il pensiero appare bloccato, paralizzato; l’attivata mentale appare bucata, incapace di memorizzare o di concentrarsi.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
- André Green – “La follia privata”;
- André Green - “Istanze del negativo”;
- André Green – “Il caso limite”.

BUON COMPLEANNO, DOTTOR FREUD!Sigmund Freud nasceva il 6 maggio 1856 a Freiberg, in Moravia.Padre della Psicoanalisi, a ...
06/05/2026

BUON COMPLEANNO, DOTTOR FREUD!

Sigmund Freud nasceva il 6 maggio 1856 a Freiberg, in Moravia.

Padre della Psicoanalisi, a lungo ha lottato contro l’ostinato rifiuto, scientifico e sociale, verso le sue scoperte sull'inconscio e sulla psiche.

Dopo alcuni anni di isolamento scientifico, Freud è riuscito a creare un primo gruppo di allievi, per poi fondare l'ancora esistente Associazione Internazione di Psicoanalisi (IPA).

Freud ha spesso polemizzato contro le resistenze al suo lavoro: considerata dai regimi totalitari una "scienza ebraica" e per questo perseguitata, la Psicoanalisi ha dovuto lottare per imporsi sullo scenario culturale occidentale.

Il ruolo centrale della sessualità nella vita psichica dell'uomo e la preminenza dell'inconscio sulla vita psichica cosciente sono solo alcune delle "ferite narcisistiche" che il lavoro di Freud ha aperto in un'umanità restia a prendere consapevolezza di sé.

Come ha scritto Freud: "L'Io non è padrone in casa propria".

A differenza di altri saperi, la Psicoanalisi è inscindibile dalla vita di Freud e di chi la pratica.

È infatti la soggettività dell'uomo al centro del discorso psicoanalitico, senza che l'universale possa mai sostituirsi al singolare.

Per alcuni questo è un limite della Psicoanalisi; ritengo invece che sia un suo punto di grande forza.

Valorizzare la singolarità oggi costituisce un baluardo indispensabile contro il dilagare del conformismo sociale, economico e politico, che vuole fare dell’uomo il riflesso di numeri, cifre e tabelle per distinguere il “normale” dal “patologico”.

Ad oltre 160 anni dalla sua nascita, l’opera di Sigmund Freud si mantiene viva e attuale, uno strumento indispensabile per comprendere le dinamiche dell'inconscio e della vita.

EREDITÀ DI KIERKEGAARD«Ciò che veramente mi manca è di capire chiaramente me stesso, quello che devo fare, non quello ch...
05/05/2026

EREDITÀ DI KIERKEGAARD

«Ciò che veramente mi manca è di capire chiaramente me stesso, quello che devo fare, non quello che devo conoscere. [...] Trovare una verità che è verità per me, trovare l'idea per la quale devo vivere e morire [...] Che cosa è la verità se non vivere per un'idea?»
(Søren Kierkegaard)

Vissuto nell’epoca dei grandi sistemi filosofici e del trionfo di Hegel, Søren Aabye Kierkegaard (scomparso il 5 maggio 1855) si inserisce come un cuneo, capace di aprire una crepa in un sistema apparentemente chiuso e perfetto.

Il filosofo danese è definito «padre dell’esistenzialismo»: al centro della sua ricerca troviamo non l’universale, ma la vertigine assoluta della singolarità, incapace di soddisfarsi di risposte “sistematiche”, di ordine superiore, slegate dal particolare.

La sua opera, scritta sotto vari pseudonimi, polemizza contro il sistema hegeliano e contro la cristianità istituzionale del suo tempo, per riportare l’attenzione sull’individuo esistente e la sua soggettività, sulla passione e sul dramma della decisione personale.

La filosofia “speculativa” viene aspramente criticata da Kierkegaard, accusata di essere un sistema incapace di rispondere alle domande dell’esistenza; per Kierkegaard: «La verità è la soggettività.»

Sono questi i due grandi sentieri del pensiero: da una parte l’universale che lega passato, presente e futuro in un “sistema”, coerente e chiuso, al prezzo del sacrificio della singolarità; dall’altra invece la centralità, angosciante e irriducibile, del particolare, dell’unicità di ogni individuo.
Questi due sentieri culmineranno l’uno nei totalitarismi, nei quali l’individuo scompare, e nell’esistenzialismo e nella psicoanalisi, dove l’individuo è al centro.

Ecco perché Kierkegaard afferma: «La vita si può capire solo all’indietro, ma va vissuta in avanti»
L’esistenza non è un problema che può essere affrontato con la sola ragione, tramite un “sistema”, ma una realtà da sperimentare, con passione e rischio.

Kierkegaard distingue tre stadi o sfere dell’esistenza: l’estetico, l’etico e il religioso.

Nello “stadio estetico” l’uomo vive nel presente, catturato dal piacere e nella possibilità infinita, ma finisce nella voragine della noia e della disperazione.
Nello “stadio etico” sceglie se stesso e assume la propria responsabilità, ma si scontra con i limiti del dovere.
Solo nello stadio religioso, attraverso il “salto della fede” (Springet), l’individuo si rapporta all’Assoluto. In “Timore e tremore”, analizzando il sacrificio di Isacco da parte di Abramo, Kierkegaard scrive: «La fede è appunto questo paradosso: che il singolo, come tale, è più alto dell’universale.»

«L’angoscia è il capogiro della libertà»

Due concetti chiave della sua eredità psicologica e filosofica sono l’angoscia (Angest) e la disperazione (Fortvivlelse). L’angoscia è il sentimento che sorge di fronte alla possibilità e alla responsabilità della scelta.

Nella “Malattia mortale” (firmata Anti-Climacus) la disperazione è definita come la “malattia dell’Io”: «La forma più comune di disperazione è non essere chi si è.»
L’uomo dispera perché non vuole essere se stesso o perché vuole esserlo senza Dio.

L’eredità di Kierkegaard è quella di un precursore, di colui che ha anticipato le grandi questioni filosofiche del secolo successivo.

Heidegger, pur trasformandone i concetti in un’“ontologia atea”, riprende l’angoscia come rivelazione dell’“essere-nel-mondo”. Sartre e Camus ereditano la tematica della libertà, dell’assurdo e della responsabilità individuale. Nietzsche condivide la critica alla massa e all’inautenticità. Persino nella teologia (Barth e Tillich) e nella psicologia (da Jaspers a Freud) si avverte la sua influenza.

Per approfondire:
- Søren Kierkegaard – “Aut-Aut”;
- Søren Kierkegaard – “Diario di un seduttore”;
- Søren Kierkegaard – “La malattia mortale”.

Address


Alerts

Be the first to know and let us send you an email when Gianfranco Ricci - Psicologo posts news and promotions. Your email address will not be used for any other purpose, and you can unsubscribe at any time.

Contact The Practice

Send a message to Gianfranco Ricci - Psicologo:

  • Want your practice to be the top-listed Clinic?

Share