06/05/2026
⛵️♥️
Si è tenuto nei giorni scorsi a Baia Salinedda (OT) l'annuale training formativo della Scuola Interazionista.
Il titolo del training di quest'anno è stato:
"Quando i valori collidono: discrasie valoriali, morali, affettive, sentimentali nella clinica. Focus sul terapeuta"
Photo di Francesco Gardona, testo di Valeria Lorusso.
Baia Salinedda dopo tutti questi anni è ancora lì, sembra non cambiare. Culla di pianti e risate. Il mare, morbido e ostinato. Il cielo viola nel tempo sospeso tra il giorno e la notte. Le stelle che fanno capolino quando decidono che è ancora troppo presto per andare a dormire. Baia Salinedda, è un luogo sfumato dove le lancette dell’orologio cambiano il loro ritmo, è un luogo che sa stare e forse non è un caso che anche quest’anno, attorno a questo tema, siamo tornati qui.
Siamo arrivati con il vento addosso; quel vento sardo di primavera che molti di noi hanno imparato a conoscere, quello che cambia direzione senza preavviso, che a volte sorregge e a volte scompiglia. Un vento che, a pensarci bene, forse era già metafora di quello che ci aspettava: i valori, così invisibili quando soffiano nella stessa direzione, così prepotenti quando girano contro. Ed è nel loro attrito che se ne può scoprire la consistenza.
Cosa vi fa arrabbiare? Cosa vi dà così tanto fastidio da non riuscire a prendere fiato? Cosa per voi è davvero importante da non farvi fare un passo indietro?
Quest’anno villini e spiaggia sempre più affollati ci hanno accolti per osservare e sporcarci le mani ( e i piedi ) in quella zona di sé che di solito teniamo fuori dalla stanza ( o almeno crediamo…), convinti che metodo, conoscenze, presenza e intenzioni bastino ad arginare qualche ospite indesiderato. Abbiamo aperto la porta a quello che ci fa incazzare, quello che ci stringe lo stomaco e ci fa singhiozzare, con gli occhi troppo piccoli per contenere ciò che vogliamo urlare, quello che giudichiamo prima ancora di accorgercene. I nostri valori - quelli che sono diventati visibili solo urtandoli… l’uno con l’altro. Le morali, quelle che abitiamo senza saperlo finché qualcuno non entra nella stanza con le sue facendo a cazzotti con le nostre.
Discrasie, collisioni, punti in cui i nostri valori incontrano quelli dell’altro e non si incastrano, oppure si incastrano troppo lasciando buchi sui muri dove prima c’era qualcosa di (apparentemente) integro. Attraverso le sessioni di gruppo e la ricerca etnografica abbiamo imparato (o ci abbiamo provato almeno…) a guardare quei buchi senza metterci subito dello stucco— a starci dentro, nell'incertezza, nel disagio di non sapere ancora come si tiene insieme quello che si è come persone con quello che si vuole essere come terapeuti. Il gruppo ha fatto da superficie riflettente e da campo di battaglia gentile: ci si incastra, ci si sfrega, ci si sorprende. L'unicità di ciascuno non scompare nel gruppo… emerge, diventa più riconoscibile proprio nell’attrito con gli altri seduti accanto a noi. Qualcuno ha nominato il fastidio, qualcuno la rabbia, qualcuno quella sensazione fisica di quando qualcosa viene calpestato, non visto, giudicato e strappato. E insieme abbiamo provato a guardare ciò che, da soli, si tende a nascondere o giustificare.
Il rischio che abbiamo percorso è stato sottile, elegante nella sua insidiosità: credere che nell’interazione terapeutica ci sia un velo di neutralità, che il nostro posizionamento morale resti fuori dalla porta mentre lavoriamo. Che l’esperienza accumulata, la formazione solida, il desiderio di aiutare bastino a renderci impermeabili alle nostre stesse derive in mare aperto. Una sofisticata forma di cecità. I vincoli che non vediamo sono quelli che agiscono di più, quelli che crediamo di non avere finché qualcuno non ci mette uno specchio davanti, esattamente lì in quella interazione. Non le grandi certezze dichiarate, ma le piccole intolleranze, le preferenze travestite da principi, i fastidi che suonano come etica e giustizia sociale.
Abbiamo provato ad abitare i nostri limiti. Sapere dove sono, osservarli, interrogarli. Non per eliminare la propria posizione, le proprie idee, ma per non confonderle con la verità dell'altro.
Tra un'alba e un cielo notturno pieno di stelle, tra il vento che spostava tutto e la sabbia che restava tra le scarpe e i calzini zuppi di pioggia, tra bottiglie di mirto e cori da stadio, abbiamo fatto quello che ci chiediamo ogni giorno: stare a braccetto con l’incertezza, senza fuggirla. Questa Baia sa tenere insieme intensità e leggerezza - sa farti lavorare s**o e poi restituirti al silenzio, all’eco lontano di musica e risate, a una conversazione buia alla quale non sai mettere punto.
In questi giorni abbiamo avuto accanto persone che ci hanno aiutato a rendere questo spazio abbastanza sicuro da concederci di spogliarci, abbastanza vivo da volerci ridere e piangere dentro, abbastanza ampio da poter contenere le nostre colorate moltitudini, i nostri valori, i nostri attriti e le nostre mezz’arie. Carlo Massironi, Giacomo Chiara, Tania Fiorini con Tessa, Marco Diotallevi, Daniele Baron Toaldo, Lucia Cantafio, Luca Bidogia, Emiliano Subissi, Fabio Cinque, Patrizia Guadagnini , Elena Biondi, e tutta la Direzione. Grazie per non aver smesso di tenerci la mano anche quando ci sembrava di cadere. Grazie per la pazienza di chi sa che certi nodi si sciolgono solo quando smetti di tirarli. Grazie per le piccole e grandi evoluzioni di cui ognuno si accorgerà, se tiene caldo lo sguardo, nel tempo che verrà.
Un invito ora, con il cuore colmo di frizzante nostalgia, suggerito all’ombra e al riparo del Ginepro Sacro che protegge la Baia:
Danza sotto la pioggia dei tuoi punti di attrito.
Stai a mezz’aria e lì incontra te stesso e l’altro insieme.
Muoviti e sbaglia, oltre il confine, irriducibilmente … Altrove.
Con riconoscente imperfezione,
V.L.