04/09/2024
Cesare Carlo Zapparoli
In un mio precedente lavoro (L'alleanza terapeutica nella psicoterapia analitica degli stati psicotici. Rivista di Psicoanalisi, 1986, 32:461-469) ho individuato come una delle funzioni specifiche che il terapeuta deve svolgere con il paziente psicotico quella di fornirgli, in modo diretto o indiretto, la possibilità di strutturare un rapporto di fondamentale fiducia con l’oggetto di bisogno, per poterlo vivere non più solo come connesso alla paura e al panico.
Ho proposto di definire questo non facile compito che il terapeuta deve svolgere come la funzione di “dare la prova” o “credenza”.
Ho usato il termine “credenza” perché la funzione del terapeuta è simile, per certi aspetti, a quella che svolgevano nel medioevo i servi denominati scalchi, i quali, oltre a preparare cibi e bevande, dovevano assaggiarli in presenza del padrone per fornirgli la “credenza”, dimostrando che cibi e bevande non erano avvelenati.
Così come la funzione degli scalchi era semplice e diretta, altrettanto semplice e diretta deve essere la funzione del terapeuta.
Quando il paziente psicotico è in preda al panico e al dilemma bisogno-paura, il terapeuta deve essere in grado di fornirgli interpretazioni in un contesto emotivo che susciti un senso di fiducia e di sicurezza, in modo che egli possa accettare e in seguito metabolizzare le sue comunicazioni.
Searles (1965) ha notato che le interpretazioni verbali di transfert fatte da Rosenfeld (1965) e da Bion (1967) possono rappresentare una forma di intervento che in certi casi è efficace, in quanto chiama a collaborare la parte non psicotica della personalità del paziente. Tuttavia molti tra gli schizofrenici cronici e da molto tempo ospedalizzati sono troppo malati per poter percepire comunicazioni verbali.
Perfino negli esempi citati da Rosenfeld e da Bion, osserva Searles, è impossibile sapere in quale misura il paziente venga aiutato dall’effettivo contenuto verbale delle parole del terapeuta e dall’acutezza delle sue spiegazioni, o in quale misura, invece, l’efficacia dell’intervento non derivi piuttosto dal senso di fiducia, di sicurezza, di comprensione che accompagna queste parole pronunciate da un terapeuta che sente di possedere una solida base teorica per dare una formulazione al fenomeno clinico a cui si trova di fronte.
Per meglio comprendere queste acute osservazioni di Searles ci possono essere d’aiuto le considerazioni fatte da Loewenstein (1958), per il quale nel processo analitico esistono certe tappe essenziali e fondamentali, come pure esistono degli interventi che non hanno una funzione specifica.
Per esemplificare, Loewenstein asserisce che si può immaginare una malattia intestinale che richieda un trattamento con antibiotico, che può essere trasportato alle parti malate (focus) tramite certi veicoli i quali, di per sé, non hanno effetti curativi specifici.
Per analogia, l’antibiotico rappresenta l’interpretazione, mentre i veicoli rappresentano vari altri passi che l’analista deve compiere per poter interpretare correttamente.
… come terapeuti, dobbiamo fornire al paziente in preda al dilemma bisogno-paura un particolare “veicolo” che permetta di percepire l’oggetto del bisogno come non pericoloso e quindi come non temibile, e per fornire questo particolare veicolo dobbiamo ricorrere all’inventiva, che permette di integrare gli elementi emotivi attuali, le caratteristiche delle difese, le comunicazioni verbali e non verbali, la risonanza empatica e le conoscenze teoriche o cliniche.
“La psicosi e il segreto”, Bollati Boringhieri Ed., 1989, pagg. 97-99.