Dottoressa Giulia Ditta - Psicologa Psicoterapeuta

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Buongiorno care amiche e cari amici!Vi ricordo che anche quest'anno è possibile presentare la domanda per accedere al BO...
04/09/2025

Buongiorno care amiche e cari amici!
Vi ricordo che anche quest'anno è possibile presentare la domanda per accedere al BONUS PSICOLOGO.
La richiesta va inoltrata per via telematica accedendo al sito www.inps.it, dal prossimo 15 settembre al 14 novembre.
Possono usufruire di questo bonus le persone in condizione di depressione, ansia, stress e fragilità psicologica che possano beneficiare di un percorso psicoterapeutico e che siano in possesso di un Isee non superiore ai 50mila euro.
È possibile richiedere tale bonus per effettuare sedute presso psicoterapeuti privati che abbiano aderito a tale iniziativa: potete consultarne l'elenco aggiornato nel sito dell'INPS, in quello del Cnop e nei siti degli Ordini delle regioni e delle province autonome.
Troverete tutte le indicazioni sui requisiti e sulla modalità di presentazione della domanda nel sito www.inps.it.
La salute è un diritto universale e come tale va tutelata il più possibile.
È importante prenderci cura di noi stessi, oltre che dei nostri cari: se non stiamo bene noi, è difficile aiutare chi ci sta intorno; potremmo anzi essere noi stessi fonte di preoccupazione per i nostri Cari.
Non rimandiamo il nostro diritto alla salute.
Vi ringrazio per l'attenzione!
A vostra disposizione.

Giulia Ditta

Sito ufficiale di INPS (Istituto Nazionale Previdenza Sociale)

02/04/2025

2 Aprile
Giornata Mondiale della Consapevolezza dell'Autismo

Autobiografie Autistiche
Le vite delle persone autistiche raccontate da loro stesse

"Gli scritti autobiografici degli autistici possono insegnarci qualcosa sull’autismo? Penso di sì perché ci danno uno straordinario documento dall’interno di quel mondo che a noi pare tanto bizzarro e anormale".
Così Marina Montagnini (psicoanalista socia del Centro Veneto di Psicoanalisi) introduce profonde riflessioni e intersezioni, proponendo una serie di recensioni delle autobiografie da lei incontrate.

https://www.centrovenetodipsicoanalisi.it/biografie-di-persone-autistiche/

10/09/2024

La riparazione dentro e fuori la stanza di analisi
A cura di M.A. Lupinacci, N. Rossi, I. Ruggiero
(Roma, Astrolabio, 2024)

Recensione di Stefania Nicasi

"Interrogata su quale fosse il primo segno della civiltà umana, Margaret Mead rispose: un femore rotto e poi guarito, prova che qualcuno si è preso cura di colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi consentendogli di sopravvivere. Nessun animale infatti resta vivo in natura se ha un arto fratturato. Con questa mossa la celebre antropologa poneva all’origine della cultura un gesto e una relazione: la civiltà ha inizio quando uno si prende cura di un altro riparando un danno. La cultura segna un punto sulla natura.

L’aneddoto è riportato da Nicolino Rossi in apertura al suo saggio nel libro La riparazione dentro e fuori la stanza d’analisi, a cura di Lupinacci, Rossi e Ruggiero, che segnalo all’attenzione di quanti siano desiderosi di imparare sull’argomento, qui trattato con originalità, chiarezza espositiva, dovizia di spunti e notevole acume. Un libro per addetti ai lavori che piacerà anche a coloro che non praticano la psicoanalisi, che magari non metteranno mai piede in una stanza d’analisi, ma che si interessano di tutto ciò che, umano e vivo, rende umana la vita. Lettori che si muovono dentro e fuori la stanza di analisi.

Quello che Margaret Mead pone nella filogenesi, Melanie Klein pone nell’ontogenesi: come per la specie così per l’individuo, l’ingresso nel consorzio umano e nel movimento evolutivo è connesso al tentativo di riparare l’oggetto danneggiato. Danneggiato dallo stesso autore della riparazione: qui la psicoanalisi compie uno scarto sorprendente imprimendo al concetto di riparazione il timbro della responsabilità. Tutto ha inizio non tanto quando si cerca di aggiustare qualcosa di genericamente rotto, ma piuttosto quando si cerca di porre rimedio al danno che si è provocato, in realtà o in fantasia. Non tanto un femore rotto quanto il femore che ti ho rotto. Dove trova il bambino questa spinta a riparare? Nella pulsione di vita, che Melanie Klein pone in tensione con la pulsione di morte, nell’amore che ne è espressione e nelle cure materne, culla della civiltà infantile."

Continua a leggere la recensione sul link nel primo commento

10/09/2024

PARLIAMO DI… RISCHIO

PSICHE INCONTRA STEFANO BOLOGNINI

Intervista a Stefano Bolognini, di Andrea Giorgianni.

In Rischio, numero 2/2022 di Psiche. Rivista di Cultura Psicoanalitica

Rischio – uno dei temi cruciali che permeano il nostro tempo e la nostra cultura – è il focus dell’ultimo numero della Rivista di Psicoanalisi (3/2022) e di Psiche. Rivista di Cultura Psicoanalitica (2/2022). Il tema sarà più ampiamente affrontato e dibattuto il 4 Febbraio a Roma in occasione della Giornata Orizzonti del Rischio dedicata alle Riviste della Società Psicoanalitica Italiana.

Andrea Giorgianni incontra per Psiche Stefano Bolognini, presidente della Società Psicoanalitica Italiana negli anni dal 2009 al 2013 e Presidente della International Psychoanalytical Association dal 2013 al 2017: «Nel linguaggio comune la parola rischio si riferisce all’eventualità di subire un danno più tenue, meno certa di pericolo. L’occasione di poter affrontare il tema del rischio con Stefano Bolognini ci è sembrata particolarmente favorevole, innanzitutto per l’ampiezza e la profondità della sua visione, che ci porta – diciamo così, per procura – a essere più consapevoli della complessità di realtà anche molto distanti dalla nostra, e secondariamente per la fiducia, di cui egli è testimone, nella solidità delle basi scientifiche della disciplina psicoanalitica e nelle sue potenzialità in termini di sviluppi futuri».

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https://www.spiweb.it/la-ricerca/parliamo-di-rischio-con-s-bolognini/

10/09/2024

Otto kernberg compie, oggi, 96 anni. Auguri!

La teoria psicoanalitica delle relazioni oggettuali, nuovi sviluppi in neurobiologia, O. Kernberg
Commento di C. Pirrongelli

https://www.spiweb.it/la-ricerca/ricerca/ricerca-empirica/la-teoria-psicoanalitica-delle-relazioni-oggettuali-nuovi-sviluppi-in-neurobiologia-o-kernberg-commento-di-c-pirrongelli/

Secondo Kernberg è l’insieme dell’esperienza emozionali positive che convergerà in quello che Freud chiamava pulsione di vita (Freud 1920), come un livello secondario e sovraordinato. Altrettanto, per quanto riguarda le esperienze negative che convergeranno in modo sovraordinato e secondario in una pulsione globale che per Freud corrispondeva alla pulsione di morte (Freud 1920) e che Kernberg colloca completamente sotto l’ombrello dell’aggressività. Concorda peraltro con tutte le osservazioni freudiane riguardo all’esistenza di un’aggressività autodiretta includendo fenomeni come la coazione a ripetere, il sadismo/masochismo, la reazione terapeutica negativa, il suicidio, le tendenze distruttive e auto distruttive nei processi di gruppo. Include le riflessioni di Andrè Green sul concetto di “narcisimo negativo”.

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04/09/2024

Cesare Carlo Zapparoli
In un mio precedente lavoro (L'alleanza terapeutica nella psicoterapia analitica degli stati psicotici. Rivista di Psicoanalisi, 1986, 32:461-469) ho individuato come una delle funzioni specifiche che il terapeuta deve svolgere con il paziente psicotico quella di fornirgli, in modo diretto o indiretto, la possibilità di strutturare un rapporto di fondamentale fiducia con l’oggetto di bisogno, per poterlo vivere non più solo come connesso alla paura e al panico.
Ho proposto di definire questo non facile compito che il terapeuta deve svolgere come la funzione di “dare la prova” o “credenza”.
Ho usato il termine “credenza” perché la funzione del terapeuta è simile, per certi aspetti, a quella che svolgevano nel medioevo i servi denominati scalchi, i quali, oltre a preparare cibi e bevande, dovevano assaggiarli in presenza del padrone per fornirgli la “credenza”, dimostrando che cibi e bevande non erano avvelenati.
Così come la funzione degli scalchi era semplice e diretta, altrettanto semplice e diretta deve essere la funzione del terapeuta.
Quando il paziente psicotico è in preda al panico e al dilemma bisogno-paura, il terapeuta deve essere in grado di fornirgli interpretazioni in un contesto emotivo che susciti un senso di fiducia e di sicurezza, in modo che egli possa accettare e in seguito metabolizzare le sue comunicazioni.
Searles (1965) ha notato che le interpretazioni verbali di transfert fatte da Rosenfeld (1965) e da Bion (1967) possono rappresentare una forma di intervento che in certi casi è efficace, in quanto chiama a collaborare la parte non psicotica della personalità del paziente. Tuttavia molti tra gli schizofrenici cronici e da molto tempo ospedalizzati sono troppo malati per poter percepire comunicazioni verbali.
Perfino negli esempi citati da Rosenfeld e da Bion, osserva Searles, è impossibile sapere in quale misura il paziente venga aiutato dall’effettivo contenuto verbale delle parole del terapeuta e dall’acutezza delle sue spiegazioni, o in quale misura, invece, l’efficacia dell’intervento non derivi piuttosto dal senso di fiducia, di sicurezza, di comprensione che accompagna queste parole pronunciate da un terapeuta che sente di possedere una solida base teorica per dare una formulazione al fenomeno clinico a cui si trova di fronte.
Per meglio comprendere queste acute osservazioni di Searles ci possono essere d’aiuto le considerazioni fatte da Loewenstein (1958), per il quale nel processo analitico esistono certe tappe essenziali e fondamentali, come pure esistono degli interventi che non hanno una funzione specifica.
Per esemplificare, Loewenstein asserisce che si può immaginare una malattia intestinale che richieda un trattamento con antibiotico, che può essere trasportato alle parti malate (focus) tramite certi veicoli i quali, di per sé, non hanno effetti curativi specifici.
Per analogia, l’antibiotico rappresenta l’interpretazione, mentre i veicoli rappresentano vari altri passi che l’analista deve compiere per poter interpretare correttamente.
… come terapeuti, dobbiamo fornire al paziente in preda al dilemma bisogno-paura un particolare “veicolo” che permetta di percepire l’oggetto del bisogno come non pericoloso e quindi come non temibile, e per fornire questo particolare veicolo dobbiamo ricorrere all’inventiva, che permette di integrare gli elementi emotivi attuali, le caratteristiche delle difese, le comunicazioni verbali e non verbali, la risonanza empatica e le conoscenze teoriche o cliniche.
“La psicosi e il segreto”, Bollati Boringhieri Ed., 1989, pagg. 97-99.

19/08/2024

Che cosa intende Zapparoli con “delirio di protezione”?
“Nel rapporto terapeutico che si stabilisce con lo schizofrenico, non è infrequente notare che tra le manifestazioni deliranti si realizza, o si riattualizza, anche un delirio di protezione.
Cosí ad esempio una paziente, con florido delirio di persecuzione che la costringeva a rimanere chiusa in casa per difendersi dagli ‘agenti della massoneria che le mandavano radiazioni malefiche e sparlavano di lei’, dopo circa un mese mi comunica che da qualche giorno ha notato altri personaggi che si oppongono agli agenti della massoneria, li ha sentiti anche bisticciare tra loro perché non erano d'accordo. Dopo alcune settimane dichiara che si sente molto piú tranquilla: i nuovi personaggi le suscitano un senso di protezione, perché dipendono da un capo che la vuole proteggere.
In questo caso è stato facile dimostrare la connessione tra la modificazione nel contenuto delirante e il processo transferale di investimento libidico sul terapeuta che ha portato la paziente a viverlo come ‘protettore’.
Esistono poi pazienti nei quali il delirio di protezione si realizza sotto forma di maggior distanza temporale o spaziale tra paziente e persecutore: una paziente con delirio di persecuzione e allucinazioni uditive (voci accusatrici) dichiara che, da qualche tempo, quando rientra a casa dalla seduta di psicoterapia che effettua in Ospedale, la portinaia, che era solita, appena lei prendeva l'ascensore, comunicare ai suoi vicini per mezzo del telefono che ella era una poco di buono e che aveva un passato poco raccomandabile, non agisce piú con tanta fretta, comunica sempre le medesime cose ma dopo un po' di tempo, fatto questo che permette alla paziente di entrare in casa, di riposarsi e di sentirsi piú distesa. …
Senza dubbio esiste una analogia tra la passività che il paziente sviluppa nei confronti del protettore e quella che sviluppa nei confronti del persecutore in quanto ambedue queste figure rappresentano un unico oggetto da cui il paziente dipende”.

Zapparoli, (1967), Psicoanalisi del delirio. Comprensione e trattamento delle psicosi schizofreniche, Bompiani, Milano, 1982, pagg. 49-50

13/08/2024

Tragitti della nostalgia

“Il sentimento della nostalgia non conosce i limiti del tempo e dello spazio: è sentimento di sempre e di ogni dove; neppure esclusivamente umano se, per fare solo un esempio, nel ritmico pedalare di un gatto tenuto in grembo si può facilmente riconoscere la nostalgia per l'antico legame con il seno materno. La parola nostalgia invece, ancorché felicemente costruita, è più datata di quanto non si pensi, e diversamente condizionata dall'uso tanto da risultare particolarmente ambigua. Parola, per il suono, tenera e carezzevole, come nella accezione sua più seducente: nel significato cioè di anelito e struggimento; ma anche appunto fra le più ambigue, sia dell'idioma comune che del nostro linguaggio psicologico. Perché se si bada all'etimo e alla sua storia l'accento deve cadere sul dolore, sulla sofferenza; ma se si considera quando venga per lo più pronunciata, si deve invece convenire sull'implicita allusione ad una sorta di dolce mestizia, accompagnata da pensieri quasi piacevoli, tanto da ricordare piuttosto, come è avvenuto anche qui, «l'ora che volge il disio ai navicanti e... punge lo novo peregrin d'amore»; insomma l'attesa, la promessa e la speranza, anziché la pena, lo strazio e la disperazione…”

Glauco Carloni, (1989), Tragitti della nostalgia, in (a cura di) A. Racalbuto, M. La Scala, M.V. Costantini, La nascita della rappresentazione fra lutto e nostalgia, Borla, 2001, pag. 161

13/08/2024

“Il lavoro psicoanalitico in stanza di analisi e nel mondo culturale per tutto il secolo scorso è stato orientato prevalentemente a sviluppare modalità di cura e di pensiero volte a liberare il soggetto da vincoli interni, stratificatisi attraverso la storia delle vicissitudini relazionali e difensive, e da costrizioni sociali esterne, a cui una struttura fragile dell'Io tendeva a sottostare. La psicoanalisi si è configurata quindi come strumento di liberazione del soggetto da vincoli e stereotipie e come ambiente mentale favorevole alla creazione di nuove realizzazioni di sé nel contesto relazionale.
Tale processo di liberazione da vincoli interni e esterni si è sviluppato in un contesto culturale e sociale che a lungo ha continuato a funzionare da metaorganizzatore psichico, da ambiente impersonale di integrazione e di appartenenza anonima che garantiva la dinamica dei livelli di intersezione tra sfera individuale e sfera collettiva. La situazione è andata mutando con l'indebolirsi e il venir meno dei garanti metapsichici e metasociali che hanno posto altri interrogativi al pensiero psicoanalitico.

L'indebolimento dei garanti metapsichici e metasociali ha accentuato la diffusione di quelle che Di Chiara (1999) ha designato come sindromi psicosociali, quei comportamenti collettivi che hanno il carattere di una difesa patologica, che solo superficialmente protegge dall'ansia, ma a livello più profondo produce un danno, in quanto «il nucleo primitivo del Sé rimane prima isolato e poi progressivamente corroso. Il normale meccanismo del sentire il dolore psichico e del cercare aiuto è bloccato» (1999, 7). Isolamento e evitamento indeboliscono l'Io, sempre meno nutrito da esperienze di ‘altro’
inconscio da elaborare e simbolizzare per la propria espansione, fino a fare diventare un assetto identitario le difese stesse, o la fluidificazione delle differenze tra le istanze interne”.

Anna Ferruta (2018), L'unicità dell’esistente, in , (64)(4):801-810

13/08/2024

“Siamo traghettatori noi psicoanalisti, e insieme compagni di viaggio di chi percorre la “terra di nessuno”. Mettiamo in collegamento due rive di stati diversi, quella del mondo interno e del mondo esterno, del sogno latente e del sogno manifesto, del sintomo somatico e del pensiero, la sponda dell'alibi et tunc con quella dell'hic et nunc. Mettiamo in collegamento, come dice la Quinodoz, parti folli del paziente con altre parti sane e, avendo noi stessi fatto esperienza del guado e della voga, sappiamo come ci si può sentire in una terra di nessuno, essendo consapevoli e potendo tollerare, a differenza dei pazienti, le nostre parti folli che partecipano al nostro lavoro.

L'analista, si diceva, ha fatto esperienza delle proprie parti folli, e questo è avvenuto inizialmente con l'analisi personale e il suo training, ma successivamente anche attraverso una tensione etica ad apprendere dall'esperienza che in questo caso — per seguire le parole dell'Autrice — è un “imparare a parlare” per trovare quelle parole che possano “toccare” il paziente e consentire a questi, a sua volta, di “imparare” ad esprimere quelle parti folli di sé di cui ha paura e che ha sottoposto al trattamento dei suoi meccanismi di
difesa. In questo raccordo tra sensazioni corporee e pensiero, tra pensiero e linguaggio, tra realtà interna e realtà esterna, in questo doppio movimento tra le due rive, nascono quegli effetti di verità e di insight che caratterizzano le trasformazioni psicoanalitiche”.

Enrico Mangini (2003), Danielle Quinodoz (2003) Words that touch. A psychoanalyst learns to speak, London, Karnac, 209 pagine, in di Psicoanalisi , (49)(4):885-891

Indirizzo

Via Ruzzante, 1
Conselve
35026

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