Dr. Fausto Cristiano Psicologo - Psicoterapeuta

Dr. Fausto Cristiano Psicologo - Psicoterapeuta Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale - Consulente nel campo delle Risorse umane e del Marketing

Il mio sforzo quotidiano è stato ben espresso da chi ha detto: mi sono assiduamente applicato per imparare a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non detestarle, ma a comprenderle. All'inizio di ogni nuovo incontro terapeutico mi piace ricordare che...anche un viaggio di mille chilometri, per quanto lungo e duro possa essere, inizia con un semplice passo…....

PANICO E PSICOTERAPIANel trattamento del Disturbo di Panico (DP), la terapia cognitivo-comportamentale si focalizza sull...
05/02/2026

PANICO E PSICOTERAPIA

Nel trattamento del Disturbo di Panico (DP), la terapia cognitivo-comportamentale si focalizza sulla rottura del circolo vizioso tra sensazioni fisiche e interpretazioni catastrofiche.
Ecco i pilastri dell'efficacia CBT nel trattamento del panico e i relativi fondamenti scientifici:

Meccanismi d'azione clinica
Correzione del Misinterpreting Catastrofico: La CBT agisce sulla tendenza del paziente a interpretare segnali somatici innocui (tachicardia, dispnea) come segni di un imminente disastro medico (infarto, svenimento, "impazzire").

Esposizione Interocettiva: Questa tecnica, cardine del trattamento, permette l'abituazione alle sensazioni fisiche temute attraverso esercizi strutturati, riducendo la sensibilità ansiosa.

Eliminazione dei Comportamenti di Protezione (Safety Behaviors): Identificare e rimuovere l'uso di farmaci al bisogno, la presenza di "accompagnatori" o il monitoraggio costante del polso, che impediscono la disconferma delle credenze ansiogene.

Riferimenti Scientifici e Linee Guida

L'efficacia della CBT per il disturbo di panico è ampiamente documentata e considerata superiore o equivalente alla farmacoterapia, con tassi di ricaduta inferiori dopo la sospensione:

Pompoli, A., et al. (2016). Psychological therapies for panic disorder with or without agoraphobia in adults: a network meta-analysis. Cochrane Database of Systematic Reviews. Questa revisione sistematica analizza oltre 60 studi clinici, confermando che la CBT è il trattamento con le prove di efficacia più robuste, specialmente quando include l'esposizione.

Clark, D. M. (1986). A cognitive model of panic. Behaviour Research and Therapy. Il paper seminale che ha introdotto il modello cognitivo del panico, tuttora alla base dei protocolli clinici più efficaci.

NICE Guidelines (2011/2019). Generalized anxiety disorder and panic disorder in adults: management. Le linee guida britanniche del National Institute for Health and Care Excellence raccomandano la CBT come intervento di prima scelta per il Disturbo di Panico, sottolineando l'importanza di trattamenti basati sull'evidenza con una durata di 7-14 ore totali.

Barlow, D. H., et al. (2000). Cognitive-behavioral therapy, imipramine, or their combination for panic disorder: A randomized controlled trial. JAMA. Uno studio fondamentale che ha dimostrato come la CBT porti a risultati a lungo termine più stabili rispetto alla sola imipramina, grazie all'acquisizione di abilità di gestione attive da parte del paziente.

Craske, M. G., & Stein, M. B. (2016). Anxiety. The Lancet. Una review che evidenzia come i protocolli CBT per il panico abbiano tassi di remissione elevati e significativi cambiamenti nella connettività neurale tra corteccia prefrontale ventromediale e amigdala.

Consigli di lettura…Non farti condizionare dagli esperti improvvisati del web. Scopri come migliorare davvero il tuo ben...
18/01/2026

Consigli di lettura…

Non farti condizionare dagli esperti improvvisati del web. Scopri come migliorare davvero il tuo benessere mentale.

Autodiagnosi infondate, etichette appiccicate a chiunque senza alcuna prova, video virali che suggeriscono che se ci si distrae facilmente si ha l’ADHD, che l’ex ragazzo prepotente non può che essere “narcisista” e quello che invece ti riempie di attenzioni sta facendo “love bombing”: da tempo sui social media si è scatenata un’epidemia di disinformazione sui temi psicologici. Troppe persone vengono incoraggiate a prendere decisioni affrettate e controproducenti dietro il pretesto della “cura di sé”. In questo libro lo psicoterapeuta Joe Nucci sfata la maggior parte dei miti della psicologia da social, spiegando con un linguaggio diretto e accessibile che non tutti hanno bisogno di andare in terapia, che non sempre ci si deve fidare ciecamente dei propri sentimenti e che non necessariamente la psicoterapia è l’unico modo per migliorare il proprio benessere mentale.

Consigli di lettura...Le psicoterapie prese in considerazione sono quelle proposte in anni recenti; in generale esse si ...
15/01/2026

Consigli di lettura...

Le psicoterapie prese in considerazione sono quelle proposte in anni recenti; in generale esse si fondano sulle intuizioni e sul lavoro di un caposcuola autorevole, talvolta un leader carismatico, e sono discusse e criticate all'interno del mondo scientifico-professionale.

I motivi per cui sono criticate e spesso rifiutate sono:


1. riferimenti teorici inesistenti, vaghi o poco plausibili (almeno rispetto a teorie psicologiche);
2. assente o insufficiente documentazione della loro utilità ed efficacia;

3. spiegazione di molti (o di tutti) i problemi e disturbi psicologici sulla base di un'unica causa generale e, di conseguenza, proposta di una tecnica terapeutica unica e uguale per tutti i problemi e per tutti i pazienti.


Le autrici, concentrandosi su queste «nuove terapie», non prendono quindi in considerazione approcci psicoterapeutici che hanno una tradizione più consolidata, sono il frutto del lavoro e della ricerca di centinaia o migliaia di psicoterapeuti, sono riusciti (anche se non tutti e non del tutto) a precisare i loro modelli teorici di riferimento e a documentare la loro efficacia. La psicoanalisi, le terapie cognitivo-comportamentali, la terapia centrata sul cliente, i metodi sistemico-relazionali non vengono presi in esame e non sono considerate nemmeno le tecniche di intervento recenti che, pur abbisognando di approfondimento e di verifica, rientrano in tali approcci.
In realtà, alcune delle nuove terapie scontano soprattutto la loro giovinezza: stanno infatti cercando di articolare meglio una teoria di riferimento, di specificarsi in relazione ai diversi problemi/disturbi e di sottoporre a verifica i loro esiti.

E così il lettore troverà, accomunati tra di loro, approcci come il counseling sciamanico, il rapimento da parte di alieni, le esperienze di ripetizione della nascita o della prima infanzia - che sono attivamente respinti dalla comunità scientifico-professionale o che comunque cadranno presto nel dimenticatoio, e approcci - come la programmazione neurolinguistica - che probabilmente troveranno un posto tra le terapie consolidate.

Una parte di queste nuove terapie rischia di danneggiare il paziente anche per inadeguatezze sul piano etico e deontologico; esse, infatti, portano all'instaurarsi di una forte dipendenza dal terapeuta, incoraggiano la sua intrusione nella vita quotidiana del paziente - anche nei rapporti d'affari o sessuali - e richiedono di condividere un gran numero di convinzioni, talvolta piuttosto bizzarre (dalla reincarnazione alla possessione da parte degli spiriti o di entità aliene).

I lettori apprezzeranno la semplicità e l'efficacia dell'esposizione, ma dovranno ricordare che molte delle realtà rappresentate sono casi estremi, non di frequente riscontro. È vero che le autrici si preoccupano di puntualizzare che la psicoterapia è un modalità di cura sperimentata, utile e in molti casi indispensabile e di precisare che gli psicoterapeuti sono «in larghissima maggioranza» persone preparate, mature, in grado di instaurare una relazione corretta e di portare a termine un intervento efficace. La proporzione di rassicurazioni ai pazienti e di rappresentazione dei rischi, dei possibili abusi, delle bizzarrie, dei danni concretamente patiti da alcune persone è, però, tanto squilibrata in questa seconda direzione che più di qualche lettore potrà sviluppare alla fine del libro un atteggiamento negativo e di diffidenza verso l'intero campo della psicoterapia.

Atteggiamento negativo e di diffidenza poco giustificato e che la psicoterapia non merita più di altre forme di trattamento psicologico o psichiatrico. Si pensi, ad esempio, al fatto che il principio «una causa, una cura» è attualmente assai più diffuso nel campo della psichiatria biologica o della psichiatria sociale. E così viene spesso affermato che, a prescindere dalle caratteristiche di ciascun paziente, dai suoi bisogni, dal modo in cui si struttura e si esprime il disturbo, il farmaco Prozac può essere utile a tutti i depressi, o l’inserimento in una cooperativa sociale di lavoro a tutti i giovani schizofrenici. Anche in termini di rischi e di danni, non si possono dimenticare quelli, talvolta inevitabili (almeno in effetti collaterali), delle terapie farmacologiche.

Conviene inoltre considerare che il motivo che porta alcuni pazienti a rifiutare la psicoterapia in favore della terapia farmacologica è lo stesso che può portarli a scegliere il counseling sciamanico o altri bizzarri interventi: la ricerca dl una soluzione che venga dall'esterno, rapida, che non comporti costi emotivi né richieda di fare introspezione o di mettersi in discussione.

La persona bisognosa di psicoterapia può, dunque, sentirsi da questo libro «serenamente orientata» a scegliere il trattamento più adatto quanto una persona con l'ernia al disco lo può essere da una rassegna degli errori e delle distrazioni dei neurochirurghi e da un elenco di tecniche operatorie poco efficaci o dannose. In questo senso, la lettura dovrebbe essere integrata con la lettura di un altro testo, più completo ed equilibrato, sulla psicologia clinica e sulla psicoterapia.

I lettori dovranno anche capire che alcune affermazioni sono volutamente provocatorie, che il merito rivendicato dalle autrici di «portare un po' di razionalità in un campo esposto alle valutazioni passionali e di parte» è condiviso dalla maggior parte di coloro che attualmente fanno ricerca in ambito psicoterapeutico e che le autrici stesse mostrano nei giudizi un'inevitabile parzialità e una qualche faziosità. Con queste avvertenze, la lettura del libro è certamente utile non solo alle persone inesperte ma anche agli psicologi e ai medici psicoterapeuti.

A entrambi i tipi di lettori riuscirà interessante il confronto tra la realtà rappresentata, quella americana, e la realtà italiana; le differenze culturali, professionali e normative che esistono tra i due Paesi giocano certamente a nostro favore. Negli USA la psicoterapia può essere svolta non solo dai medici e dagli psicologi, ma anche da un gruppo, più o meno ampio e variegato, di «operatori sociali»; l'iter formativo in psicoterapia non è ben definito, lungo e rigoroso come in Italia. Le norme deontologiche sono vincolanti solo per i medici e per gli psicologi iscritti alle associazioni scientifico-professionali americane; se uno viene espulso da queste associazioni per gravi mancanze deontologiche può tuttavia continuare a esercitare la professione.

Di questa situazione poco regolamentata e più libera fanno le spese ogni anno centinaia di pazienti, che vengono privati dei loro beni, indotti ad allontanarsi dalla famiglia e dal lavoro, esposti ad abusi sessuali, traumi e umiliazioni, spinti a tentare il suicidio o, più semplicemente, impegnati in terapie di nessuna utilità. Questo capita assai di rado nel nostro Paese e, quando capita, vi si può porre rimedio in modo rapido ed efficace.

Molte delle terapie illustrate non possono, inoltre, qualificarsi in Italia come «psicoterapie» e non vengono svolte da psicologi o da medici; è peraltro vero che possono trovare ospitalità e diffusione nell’area delle «pratiche alternative», della cultura New Age oppure nel mondo della magia o, infine, nelle sette.

La parte forse più utile del libro è quella che incoraggia l'utente a essere più informato e avveduto, a «contrattare» attivamente con il proprio terapeuta, e fornisce a questo scopo utili suggerimenti; essa contiene raccomandazioni che meritano di essere lette anche dai professionisti, come regole per risultare un «buon» terapeuta e per svolgere una «buona» terapia.

Senza cadere nei casi estremi esposti dalle autrici, è comunque vero che i problemi pratici, la fretta, lo stress, la presunzione, un malinterpretato senso di appartenenza a una impostazione teorico-metodologica possono talvolta portare ogni terapeuta a discostarsi da queste regole.

Nel tentativo di riassumere le regole e di adattarle alla situazione italiana, proviamo a proporre questo elenco.


1. Un'adeguata, e sufficientemente lunga, formazione in psicoterapia e un costante aggiornamento rappresentano insostituibili garanzie di una pratica qualificata. È opportuno che il terapeuta fornisca chiare e attendibili informazioni al riguardo e comunque il paziente ha diritto di chiederle.
2. L'approfondimento della storia personale del paziente e una corretta diagnosi psicologica e/o psichiatrica sono fondamentali premesse per ogni forma di trattamento. Il terapeuta poco interessato alla storia personale o che avvia una terapia prima di aver approfondito il problema/disturbo probabilmente non è in grado di fornire un aiuto adatto e specifico.

3. I problemi e/o i disturbi del paziente devono essere adeguatamente concettualizzati e spiegati a lui, utilizzando una terminologia comprensibile ed evitando il gergo tecnico. Anche i concetti più complessi e specialistici possono essere, nella misura in cui è necessario, spiegati con parole semplici.

4. Le tecniche terapeutiche utilizzate devono avere un'efficacia dimostrata da studi cIinici; questo significa che devono dare risultati migliori rispetto alla cosiddetta «remissione spontanea» (il semplice trascorrere del tempo o circostanze favorevoli della vita possono, infatti, migliorare un disturbo) e anche rispetto a una uguale quantità di attenzione e aiuto non professionale. Il fatto che questi risultati durino negli anni, senza ricadute, è un importante criterio di efficacia.

5. Ogni trattamento deve documentare la propria efficacia e cioè la capacità di ottenere risultati con un valido rapporto tra costi (emotivi, economici, di durata nel tempo, ecc.) e benefici; l'assenza di danni e di rischi è un importante criterio di efficienza.

6. Dalle due precedenti emerge l'ulteriore regola della specificità delle diverse forme di terapia: ognuna è più indicata per determinati tipi di problemi o disturbi e più adatta a pazienti che hanno certe caratteristiche o esprimono determinati bisogni, poco efficace ed efficiente in altri casi. Da ciò consegue che non esistono tecniche adatte a tutti i problemi e i disturbi psicologici e che si possono utilizzare, in modo uguale, con tutti i pazienti.

7. Il terapeuta deve sempre considerare la possibilità che il paziente trovi in altre forme di trattamento un aiuto alternativo, o integrativo, più adatto ed efficace e deve informarlo dell'esistenza di queste opportunità.

8. Il paziente ha il diritto di farsi chiarire gli obiettivi, i costi e i tempi presumibili dell'intervento; il programma di intervento deve essere periodicamente verificato e, se necessario, aggiustato.

9. Il paziente deve valutare in termini concreti e in piena autonomia la qualità del proprio stato, il benessere soggettivo, il funzionamento sociale e i cambiamenti ottenuti dalla terapia.

10. Vanno discusse solo le convinzioni del paziente strettamente legate al problema/disturbo; il terapeuta deve mostrare grande rispetto per le convinzioni, il sistema di valori e gli scopi personali del paziente. Analogo rispetto meritano le sue relazioni personali, le abitudini di vita, il lavoro, ecc.; il terapeuta deve evitare ogni indebita ingerenza in queste aree.

11. Le norme deontologiche che tutelano la riservatezza, evitano ogni tipo di sopruso e proibiscono il coinvolgimento sessuale, sono parte costitutiva di una «buona» terapia.

Consigli di lettura...Da qualche anno lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati da membri del clero cattolico occupa s...
11/01/2026

Consigli di lettura...

Da qualche anno lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati da membri del clero cattolico occupa spesso le prime pagine dei quotidiani, generando sentimenti di rabbia e incredulità, oltre a una crescente indignazione che può esasperarsi in chiave anticattolica. I tentativi di spiegazione di questo fenomeno tendono di volta in volta a mettere in luce singoli aspetti: la repressione e la segregazione sessuale nella Chiesa cattolica, il celibato obbligatorio, la sottovalutazione della presenza, nel clero, di soggetti con gravi disagi psicologici e sessuali. Questo saggio prende le mosse dalla necessità di superare visioni univoche e riduttive, per esplorare la realtà dell'abuso in tutta la sua sconvolgente complessità, anche scavando nella vita delle vittime, dei perpetratori, dei "testimoni silenziosi". Gli autori dei contributi presentati, tra i maggiori esperti in tema di abuso sessuale in seno alla Chiesa, sono psicoanalisti, membri del clero, storici, studiosi delle Sacre Scritture, critici culturali e le vittime stesse. Mettendo da parte atteggiamenti inutilmente polemici, offrono un'analisi pacata degli aspetti storici, dottrinali e psicologici implicati nello scandalo: una lettura obbligata per tutti coloro che aspirano a un confronto aperto, obiettivo e consapevole su una piaga antica e non ancora guarita.

21/12/2025

Si fanno chiamare “Les écouteurs de rues”, letteralmente “Gli ascoltatori di strada”: sono una decina tra psicologi, psicoterapeuti e coach che, una volta al mese, scendono nelle strade del quartiere popolare Goutte d'Or di Parigi per ascoltare i residenti che hanno bisogno di confidarsi ma non possono permettersi di pagare un consulto.

Non c'è un divano su cui sdraiarsi, ma sedie pieghevoli sparse per la strada e professionisti che interpellano i passanti con domande come: «Scusi, quand’è l’ultima volta che qualcuno l’ha ascoltata?». Spiazzante, ma efficace, perché nella maggior parte dei casi le persone si fermano, segno che il bisogno di essere ascoltati esiste davvero.

«In un anno abbiamo accolto circa 150 persone», racconta Marie Sylvie Rushton, psicoterapeuta e psicologa clinica. «Ci parlano di tutto: della loro quotidianità, dei loro dubbi e delle loro sofferenze».

«L'idea alla base di questo progetto è rendere la salute mentale più accessibile», spiega Séverine Bourguignon, artista e psicoterapeuta fondatrice dell'associazione. L’obiettivo, infatti, è offrire un primo spazio di ascolto e di avvicinamento alla psicoterapia. E quando emerge la necessità di un supporto più strutturato, le persone vengono indirizzate verso centri e servizi specializzati.

«Ci sono persone che non possono permettersi un percorso di terapia e che, nella maggior parte dei casi, non oserebbero neanche farla. La nostra ambizione è quindi allargare il sistema ed estenderlo a diversi distretti di Parigi», conclude Séverine Bourguignon.

Foto: sito Web "Écouteurs de rues".

Le famiglie spendono sempre di più per la salute mentale dei minori
16/12/2025

Le famiglie spendono sempre di più per la salute mentale dei minori

Negli Stati Uniti, costituisce il 40 per cento di tutte le spese sanitarie pediatriche nel 2022, quasi il doppio rispetto al 2011

In Europa, il suicidio è la causa principale di morte di giovani in età compresa fra i 17 e 29 anni e in Italia è la sec...
03/12/2025

In Europa, il suicidio è la causa principale di morte di giovani in età compresa fra i 17 e 29 anni e in Italia è la seconda, dopo gli incidenti stradali.

Salute mentale e giovani: una crisi che richiede interventi concreti, non bonus psicologi temporanei. La legge Basaglia tradita.

Incapacità di avere rapporti, di raggiungere l’orgasmo, di provare emozioni. Dopo aver assunto antidepressivi, la vita s...
25/11/2025

Incapacità di avere rapporti, di raggiungere l’orgasmo, di provare emozioni. Dopo aver assunto antidepressivi, la vita sessuale di molte persone è cambiata. Un effetto devastante e spesso taciuto ma, grazie al lavoro di pazienti e ricercatori, il silenzio si sta sgretolando

«Avevo 25 anni e stavo affrontando un periodo difficile. Soffrivo di depressione, dismorfofobia e mi stavo isolando sempre di più. Per aiutarmi il medico mi prescrisse il citalopram. Fino ad allora non avevo vissuto una vera relazione sentimentale ma avevo avuto delle fantasie e avevo sperimentato con il mio corpo. Proprio durante la terapia, ho iniziato ad avere le prime esperienze sentimentali. Il citalopram riduceva il mio stato d’ansia e mi rendeva finalmente libera di incontrare persone nuove. Purtroppo, però, mi stava anche mutilando. Sin dalle prime settimane mi accorsi che il mio corpo non rispondeva più come al solito. Quando, poi, mi capitò di uscire con un ragazzo, nonostante ne fossi attratta fisicamente e mi sentissi emotivamente coinvolta, non riuscivo né a provare eccitazione sessuale né tantomeno piacere, nonostante mentalmente il rapporto fosse gratificante. Sospeso il farmaco, ho atteso per giorni, settimane, mesi, sperando di recuperare ciò che avevo perduto ma dopo anni niente è più tornato come prima».

La testimonianza di Laura, una donna di 38 anni, rispecchia quelle di migliaia di donne e uomini in tutto il mondo, che, dopo aver assunto farmaci come il citalopram o la paroxetina, lamentano di non avere più una vita sessuale soddisfacente. Calo del desiderio, ottundimento emotivo, disfunzione erettile, impossibilità di raggiungere l’orgasmo: le prime segnalazioni da parte dei pazienti risalgono agli anni novanta. Nel 2006 un gruppo di ricercatori pubblica il primo studio che contiene una descrizione scientifica della PSSD, Post-SSRI Sexual Disfunction, una disfunzione sessuale che persiste dopo la sospensione di farmaci inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e la cui insorgenza non dipende da condizioni cliniche preesistenti. Solo nel 2019, però, l’Agenzia europea del farmaco raccomanda di aggiungere ai foglietti illustrativi di SSRI e SNRI (inibitori della ricaptazione di serotonina e noradrenalina) informazioni sulla possibile persistenza di effetti sulla sfera sessuale dopo l’interruzione di questi farmaci. Nel 2022 un gruppo di esperti pubblica i criteri diagnostici che definiscono il quadro della PSSD. Gli autori sottolineano come la gravità dei sintomi possa essere variabile ma che si può fare diagnosi di PSSD in qualunque caso in cui la funzione sessuale, dopo almeno tre mesi dalla sospensione dell’assunzione degli SSRI, non torni a essere come era prima del trattamento.

​Un urlo inascoltato

Citalopram, fluoxetina, paroxetina, sertralina sono alcuni dei farmaci SSRI prescritti per trattare patologie quali depressione, ansia e disturbo ossessivo-compulsivo ma sono anche usati off-label, ovvero al di fuori dalle indicazioni previste dal foglietto illustrativo, per emicrania, malattie infiammatorie intestinali e altri problemi di natura psichiatrica. Nel 2023, secondo il rapporto dell’Osservatorio nazionale sull’impiego dei farmaci, il 4,4 per cento dei residenti in Italia ha assunto SSRI. A intraprendere queste terapie sono soprattutto le donne (5,9 per cento delle femmine contro il 2,7 per cento dei maschi) e gli anziani, e i trattamenti durano in media circa 256 giorni. Il loro ampio impiego è motivato dalla versatilità e dalla maggiore tollerabilità rispetto a farmaci antidepressivi di vecchia generazione. «Non solo lo specialista psichiatra ma anche il medico di medicina generale o un altro specialista può prescrivere gli SSRI. Sono farmaci molto diffusi e, nella maggior parte dei casi, le prescrizioni sono appropriate», commenta Fiammetta Cosci, docente di psicologia clinica all’Università di Firenze. «Tuttavia, sono oggi disponibili anche presidi psicoterapici efficaci per trattare, per esempio, disturbi d’ansia o depressivi».

Ogni farmaco ha effetti collaterali ma ciò che lamentano le associazioni di pazienti è che gli effetti sulla sfera sessuale vengono spesso taciuti. Secondo uno studio pubblicato nel 2021 su «The International Journal of Risk and Safety in Medicine», su 239 persone che avevano fatto uso di antidepressivi, solo il 12 per cento dichiarava di essere stato avvisato dei potenziali effetti sulla funzione sessuale. Non solo, i pazienti spesso lamentano di avere difficoltà a trovare supporto da parte del personale sanitario: si possono sentire ridicolizzati o ignorati, i sintomi possono essere erroneamente attribuiti al disturbo psichiatrico di cui soffrono. Nel 2024 il quotidiano britannico «The Guardian» ha riportato la testimonianza di un paziente che ha raccontato di essere stato ricoverato contro la sua volontà in una struttura psichiatrica dopo aver chiesto aiuto perché soffriva di PSSD.

«Spesso queste persone si sentono trascurate. Per questo credo sia importante parlarne. I pazienti vogliono essere coinvolti nel processo decisionale, essere consapevoli dei rischi», dice Cosci. La mancanza di condivisione genera rabbia e frustrazione. «Se il curante fatica a riconoscere il problema si perde la fiducia in quella che dovrebbe essere una figura di riferimento», sottolinea Cosci. L’esperienza personale di Laura conferma queste difficoltà. «Alcune psicoterapeute erano scettiche, altre si sono informate, ma all’inizio essere creduta è stato difficile». Imbarazzo, timore di non essere ascoltati o di essere trattati con sufficienza possono frenare i pazienti dal cercare supporto medico ma, in questo, incide anche la mancanza di trattamenti.

​Un vicolo cieco

«Non ci sono linee guida per la terapia della PSSD, per cui questi pazienti si sentono spesso in forte disagio e non intravedono possibilità di cura», commenta Cosci. La stessa decisione di sospendere gli SSRI è rischiosa e, prima di prenderla, deve essere valutato il rapporto rischi/benefici.

Su una bilancia vanno messi l’impatto che hanno avuto gli SSRI sul funzionamento della persona e sui sintomi e la possibilità di cambiare antidepressivo, in modo da ridurre la disfunzione sessuale. Oltre alla prescrizione di altri farmaci, i clinici hanno tentato diversi approcci: prescrivendo prodotti usati per trattare la disfunzione erettile; proponendo integratori alimentari; offrendo percorsi di terapia cognitivo-comportamentale. Su modelli animali murini è stato testato l’uso di infusioni di ossitocina con un miglioramento dei sintomi. In alcuni casi sono anche stati reintrodotti gli SSRI con beneficio.

Sono tentativi che possono essere efficaci per singoli pazienti ma finora non sono state raccolte prove scientifiche sufficienti per poter raccomandare un iter terapeutico univoco. «Questo può generare un senso di disperazione che porta le persone a provare qualunque cosa pur di stare meglio. Non necessariamente, però, questi tentativi producono benefici», spiega Cosci. Per trovare una soluzione bisogna risalire alla radice del problema: i meccanismi alla base della PSSD restano ancora poco conosciuti ma c’è chi sta lavorando per scoprirli.

​Andare alla radice

«Anni fa si presentò nei nostri laboratori un paziente che soffriva di PSSD, che si offrì di finanziare una ricerca per indagare le cause della sindrome», racconta Roberto Cosimo Melcangi, docente di neuroendocrinologia all’Università di Milano. «Ai tempi stavamo studiando un problema per certi versi simile, la sindrome post-finasteride». Il finasteride, un farmaco prescritto per trattare alcune forme di alopecia, può provocare anch’esso disfunzione sessuale che persiste nonostante la sospensione del farmaco. «Grazie al lavoro compiuto, eravamo pronti ad affrontare questa sfida, partendo da modelli animali».

Nonostante le cause della PSSD restino ancora in parte sconosciute, grazie anche agli studi condotti da Melcangi, negli ultimi anni sono stati individuati alcuni meccanismi potenzialmente responsabili del disturbo. Tra le ipotesi c’è un possibile ruolo dei neurosteroidi. Diverse strutture del cervello, come l’ippocampo, l’ipotalamo e la corteccia, sono in grado di produrre e metabolizzare queste molecole che, in modelli animali, si sono dimostrate in grado di modulare comportamenti correlati all’ansia e alla depressione, ma anche la funzione sessuale.

In uno studio pubblicato su «Psychoneuroendocrinology» nel 2021, i ricercatori dell’Università di Milano sono riusciti a dimostrare che nei ratti trattati con paroxetina si modificavano i livelli di steroidi attivi a livello del sistema nervoso e cambiava l’espressione di enzimi chiave per la steroidogenesi nel tessuto cerebrale, in particolare quando il farmaco veniva sospeso. Gli SSRI sembrano anche influenzare la produzione di steroidi a livello intestinale. Il team di Melcangi ha osservato che, nei ratti, la paroxetina altera i livelli di steroidi a livello del colon ma non nel sangue. Le modifiche osservate durante il trattamento, inoltre, non coincidono con quelle emerse dopo la sua sospensione.

Non solo, anche le popolazioni batteriche del microbiota risentivano dell’effetto dei farmaci. «Alterazioni persistenti del microbiota sono legate all’infiammazione intestinale e sappiamo che questa può alterare i segnali che arrivano al sistema nervoso», commenta lo scienziato. «Gli SSRI, inoltre, sembrano in grado di generare modifiche epigenetiche, ovvero di alterare la trascrizione del DNA a livello cerebrale». L’approccio adottato dal gruppo di Melcangi ha consentito di fornire prove delle alterazioni attuate dagli SSRI e ha aperto nuove prospettive. Uno dei problemi delle ricerche sulla PSSD condotte finora è che si sono dovute basare sulle osservazioni dei pazienti, raccogliendo dati necessariamente parziali. Questo rende difficile capire le reali dimensioni del problema, anche se alcuni numeri sono disponibili.

​Le dimensioni del problema

Paradossalmente, gli SSRI possono essere prescritti per trattare una disfunzione sessuale, come, per esempio, l’eiaculazione precoce. Nel 1999 i ricercatori dell’Ospedale universitario di Salamanca osservarono che il 55 per cento dei pazienti che avevano assunto un SSRI per l’eiaculazione precoce, sostituito poi con un altro farmaco, l’amineptina, dopo sei mesi dalla transizione continuavano a soffrire di disfunzione sessuale. Solo il 4 per cento dei pazienti trattati esclusivamente con amineptina, invece, presentava disturbi della sfera sessuale. L’amineptina, è bene sottolinearlo, non agisce sul sistema serotoninergico. Altri tre studi su pazienti trattati con SSRI per l’eiaculazione precoce hanno riportato una persistenza degli effetti ritardanti sull’eiaculazione fino a sei mesi dopo la sospensione del farmaco in un numero consistente di pazienti. In uno studio su volontari sani pubblicato nel 2010 su «Fertility and sterility», dopo quattro settimane di terapia con paroxetina il 9 per cento dei partecipanti lamentava una disfunzione moderata a livello di funzione erettile ed eiaculatoria.

«Anche se la percentuale di persone che assumono SSRI e sviluppano una PSSD è bassa, considerato quanto l’uso di questi farmaci sia diffuso, non sono pochi a soffrirne», riflette Melcangi. Gli studi disponibili sono comunque limitati e resta difficile trovare il giusto metodo per indagare la reale portata del problema. Condurre ricerche su volontari sani con il rischio che sviluppino la sindrome non sarebbe etico; alcuni dei questionari a disposizione per valutare la funzione sessuale non includono domande sulle sensazioni a livello genitale; gli studi basati sul reclutamento on line di pazienti soffrono spesso del cosiddetto bias di selezione.

Questo è uno dei limiti di una ricerca condotta nel 2019 dagli scienziati dell’Università di Utrecht, che hanno provato a stimare la prevalenza della PSSD reclutando persone che avevano assunto antidepressivi tramite annunci on line e la distribuzione di volantini cartacei. Dei 76 partecipanti, il 52,6 per cento ha riferito di soffrire di una disfunzione sessuale persistente e il 26,3 per cento ha dichiarato di soffrire di anestesia genitale e/o di insensibilità a livello dei capezzoli, due sintomi suggestivi della PSSD. Non è noto però se i pazienti stessero assumendo altri farmaci e quale fosse la loro funzionalità sessuale prima di assumere gli antidepressivi.

Uno studio del 2023 pubblicato su «Annals of General Psychiatry» stimava un rischio dello 0,46 per cento di sviluppare una disfunzione sessuale irreversibile dopo la sospensione di antidepressivi serotoninergici. Si tratta, però, verosimilmente, di una sottostima, in quanto l’analisi si limitava a soggetti maschi a cui era stato prescritto un farmaco contro la disfunzione erettile dopo aver sospeso un antidepressivo. «Uno dei problemi delle ricerche è che finora si sono concentrate solo sui maschi, perché la sessualità maschile è più facile da studiare», commenta Melcangi. Un altro aspetto poco chiaro è perché solo alcune persone risentano di questi effetti. Cosa le rende più vulnerabili?

​Una complessità inesplorata

«Ci sono persone che diventano insensibili agli stimoli, non provano desiderio» commenta Melcangi. «Gli SSRI possono avere un effetto devastante ma ogni paziente ha una sua sensibilità». Tutti i farmaci hanno un effetto terapeutico desiderato ma possono determinare effetti indesiderati transitori e avere un’azione iatrogena, cioè causare problematiche persistenti. «L’effetto iatrogeno non riguarda mai tutte le persone che assumono un farmaco, ci devono essere delle variabili individuali», riflette Cosci. Se senza assumere SSRI o SNRI non può manifestarsi la PSSD, non sono sufficienti i farmaci a scatenarla.

Finora le ricerche si sono concentrate sui meccanismi biologici ma verosimilmente ci sono anche fattori che rendono alcune persone più vulnerabili. «Almeno per una parte dei pazienti che soffre di PSSD, la sindrome si stratifica su altri problemi», commenta Cosci. «Con questo non voglio negare l’esistenza della PSSD. La PSSD è reale ma potrebbe instaurarsi su un particolare impianto psicopatologico». Pur non minimizzando gli aspetti biologici della sindrome, Cosci vorrebbe promuovere una visione più articolata, che oltre alla componente biologica includa anche i fattori sociali e psicologici individuali. Per questo percepisce che l’etichetta della PSSD, fortemente sostenuta da una parte del mondo accademico, sebbene sia utilissima per portare alla luce il problema, possa anche rappresentare un limite. «Negli ultimi anni mi sono un po’ allontanata dalle ricerche sulla PSSD e mi sono chiesta se potrebbe essere sufficiente parlare di disfunzione sessuale iatrogena», racconta Cosci. «Credo che sarebbe più informativo dal punto di vista clinico e consentirebbe di vedere più facce del disturbo».

L’inserimento della PSSD nei foglietti illustrativi dei farmaci, quantomeno in Europa, resta un successo per le associazioni dei pazienti, come il PSSD Network. «Non è una banale rivendicazione ma un’azione utile per migliorare la pratica clinica, perché fa sì che chi prescrive abbia informazioni complete», rimarca Cosci. Le associazioni di pazienti sono poi molto attive nelle raccolte fondi per finanziare le ricerche, che soffrono di un certo disinteresse da parte di altri investitori. «Questo problema non viene considerato una priorità ma per queste persone è una questione vitale», interviene Melcangi. La situazione è particolarmente grave perché spesso si iniziano ad assumere questi farmaci da giovani. «Molte persone iniziano terapie con antidepressivi a vent’anni e smettono di avere una vita sessuale e a 35/40 anni spesso si trovano ancora nella stessa situazione», racconta lo scienziato.

«Rispetto ad altri, il mio caso è relativamente meno grave. C’è chi prima conduceva una vita normale e dopo aver assunto un SSRI per l’eiaculazione precoce si trova incapace di provare alcuno stimolo sessuale, per cui si allontana da qualunque tipo di relazione sentimentale e si trova bloccato in casa per la depressione», confida Laura. «Per lo meno le mie emozioni non sono state intaccate. In questo mi sento fortunata ma, anche se penso che ci saranno nuove ricerche e scoperte, per me è difficile continuare a sperare di poter recuperare dopo tutti questi anni».

L’Autrice

Irene Campagna è medico e svolge attività di ricerca sulla sicurezza dei vaccini. Si distrae da analisi di dati e articoli scientifici scrivendo di psicologia e neuroscienze. Ama le passeggiate in montagna, i musical e le saghe fantasy.

Incapacità di avere rapporti, di raggiungere l’orgasmo, di provare emozioni. Dopo aver assunto antidepressivi, la vita sessuale di molte persone è cambiata. Un…

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