06/01/2026
In questi giorni, nelle uscite, nelle conversazioni che ho affrontato con le persone che ho incontrato, amici, pazienti, familiari, si è spesso parlato della strage di Capodanno a Crans-Montana. Ascoltando e leggendo anche molti commenti ai post, mi sono resa conto che è importante fare chiarezza, perché quando comprendiamo come funziona il nostro cervello smettiamo di giudicare e iniziamo a capire: possiamo osservare e accogliere meglio anche situazioni che non abbiamo vissuto direttamente.
Lo spiego meglio. Davanti a un trauma così estremo, il nostro cervello non “ragiona” come si fa comodamente seduti da casa: reagisce. Si attiva l’istinto più antico che abbiamo, quello della sopravvivenza, attacco, fuga o congelamento, (Spoiler: non è una scelta consapevole ma un riflesso automatico): il pensiero si spegne e il corpo prende il comando e non è una scelta volontaria ma un riflesso automatico.
Quando diciamo che “il pensiero si spegne e il corpo prende il comando” intendiamo che le aree più evolute del cervello, come la corteccia prefrontale che serve per riflettere e decidere, vengono temporaneamente messe in secondo piano, mentre si attivano le strutture più antiche come l’amigdala e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che regolano la risposta di allarme, il rilascio di adrenalina e cortisolo.
In questo contesto, molti hanno giudicato con durezza i ragazzi che hanno filmato l’incendio invece di scappare, etichettandoli come superficiali o immaturi, arrivando a commenti che li ritengono responsabili del loro destino.
Questo tipo di reazioni impulsive sui social nasce spesso dalla mancanza di consapevolezza su come reagisce il cervello sotto shock: dall’esterno sembra assurdo, ma dall’interno è un tentativo disperato di proteggersi da qualcosa di ingestibile.
Riprendere la scena, in quei momenti, può essere una forma di dissociazione: è come se la mente mettesse uno schermo tra sé e la realtà, trasformando l’orrore in qualcosa che si guarda “da fuori”. Tenere il telefono in mano, guardare attraverso lo schermo, dà una sensazione illusoria di controllo e di distanza emotiva. Non è cinismo, è una difesa automatica: il cervello cerca un modo qualsiasi per non sentire fino in fondo ciò che sta accadendo.
𝐐𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐞𝐟𝐟𝐢𝐜𝐚𝐜𝐞 𝐨 “𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐚” 𝐢𝐧 𝐭𝐞𝐫𝐦𝐢𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐯𝐯𝐢𝐯𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐦𝐚 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞, 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐢𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐡𝐨𝐜𝐤 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐭𝐚𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐧𝐝𝐨.
Quando reagiamo senza comprendere appieno, esprimendo giudizi severi da lontano, aggiungiamo violenza a un trauma già enorme. Quello di cui c’è bisogno, invece, è più educazione emotiva, consapevolezza ed empatia: chiederci cosa può portare un ragazzo a reagire così, invece di sentenziare chi merita cosa.
E non parliamo però solo di chi era lì: esiste anche il trauma vicario. Familiari delle vittime, soccorritori, chi guarda da lontano e si immedesima, chi sente che “poteva capitare a me o a qualcuno che amo”, possono provare angoscia, paura, vulnerabilità, perché il trauma passa anche attraverso l’empatia e le immagini che continuano a raggiungerci.
In momenti come questo, ciò che serve di più è vicinanza, rete, comprensione e, talvolta, silenzio.
Parlarne condividendo le emozioni, non giudicando le reazioni degli altri e neppure le proprie, ricordandoci che il dolore non si toglie ma può essere accolto e trasformato, così da non restarne prigionieri e da poter, un passo alla volta, tornare a respirare e a fidarci un po’ di nuovo della vita. Vicinanza. È questo che meritano tutte le persone coinvolte.