15/04/2026
C’è una cosa che mi colpisce ogni volta che esplode un fatto di cronaca violento: la velocità con cui alcuni cercano di spostare il fuoco. Si minimizza, si giustifica, si parla di contesto, di difesa, di errore, di malore, di disperazione familiare. Tutto vero, tutto umano, tutto doloroso. Ma c’è una domanda che resta lì, nuda, scomoda, brutale: e la vittima?
Perché in questo Paese abbiamo un talento osceno: ci commuoviamo facilmente per chi finisce nei guai, molto meno per chi finisce sottoterra, su una sedia a rotelle, in terapia per anni, o in una casa dove da un giorno all’altro manca qualcuno per sempre.
Quando un ragazzo muore, quando un figlio resta senza padre, quando una moglie resta vedova, quando una famiglia viene sventrata da un gesto violento, il punto non è costruire subito l’alibi emotivo di chi quell’orrore lo ha compiuto o vi ha preso parte. Il punto è avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: la violenza non è una bravata, non è una ragazzata, non è un incidente comunicativo. È violenza. E quando esplode in branco, spesso porta con sé un dettaglio ancora più miserabile: la codardia.
Perché c’è poco da romanticizzare. La forza non è accerchiare. La forza non è colpire in gruppo. La forza non è approfittare della superiorità numerica e poi rifugiarsi dietro il linguaggio pulito delle giustificazioni. Quella non è forza. È vigliaccheria organizzata.
Da psicologo lo dico in modo chiaro: chi compie un gesto grave non nasce nel vuoto. Nessuno è il prodotto di una sola causa, certo. La società conta, il gruppo conta, la scuola conta, i modelli culturali contano. Ma smettiamola con questa ipocrisia elegante per cui la famiglia dovrebbe contare solo nei successi e mai nei disastri. Perché quando un figlio cresce senza il senso del limite, senza il peso delle conseguenze, senza l’idea che l’altro abbia valore, qualcuno quel copione glielo ha lasciato passare. L’educazione non è insegnare a dire grazie e buongiorno. L’educazione vera è insegnare che esiste un confine invalicabile oltre il quale non c’è esuberanza, non c’è carattere, non c’è temperamento: c’è responsabilità.
E la responsabilità pesa. Pesa quando hai precedenti. Pesa quando scegli la violenza. Pesa quando una persona perde la vita e altre dieci perdono la pace. Pesa anche quando non ti conviene. Soprattutto allora.
Io questa storia la sento in modo ancora più feroce perché certi danni non finiscono quando i titoli dei giornali cambiano. Ci sono persone che da un gesto altrui si portano addosso una condanna a vita. Disabilità, lutti, famiglie che si sfaldano, padri e madri che si ammalano di dolore lento. Il problema è che il colpevole, o presunto tale, un giorno forse torna a casa. Chi resta ferito davvero, spesso, a casa non ci torna più come prima.
Allora no, non mi interessa il riflesso automatico del “poverini anche loro”. Prima viene la vittima. Prima viene chi ha perso tutto. Prima viene il diritto sacrosanto di dire che non tutto è comprensibile, non tutto è giustificabile, non tutto merita di essere addolcito.
Perché una società adulta si vede da questo: non da quanto sa spiegare il male, ma da quanto è capace di condannarlo senza balbettare.
Enrico Chelini