16/03/2026
Gli attacchi della vita ci portano a difenderci.
Sentiamo di ricevere rifiuti, pressioni, richieste, offese,
che ci portano a percepire la nostra vita come sotto assedio.
Persone per noi importanti non si interessano a fondo
alla nostra vita, magari proprio nostro padre o nostra madre,
o i fratelli, o i partner...
Al lavoro magari le richieste continue, gli impegni,
una mansione dopo l’altra da sbrigare, diventano pesi, proiettili,
che vanno affrontati come se fossimo in un campo di battaglia.
Non parliamo poi delle notizie che ci arrivano!
L’altro diventa una rottura, una seccatura, non più una persona,
ma una serie di richieste che aggravano ulteriormente la nostra percezione di non farcela più.
Oppure l'altro è completamente assente, un mero soggetto
da cui ricevere o a cui offrire servizi.
Se il mondo è così refrattario ad essere gentile,
attento ai miei bisogni, perché dovrei esserlo io
nei confronti del mondo?
Allora meglio rinunciare a questa apertura desiderante,
al nostro naturale protenderci verso il mondo,
e in fondo smettere di credere.
Magari all’esterno portiamo avanti il nostro ruolo di persona sociale, ma dentro siamo delusi, chiusi, disillusi,
tremendamente arrabbiati.
Il Salmo 95 dice: “Non indurite il vostro cuore”.
Perché è proprio questo che accade.
La tentazione innanzitutto, nel deserto, non è la trasgressione
di un divieto, ma la rottura della relazione
con l’alleanza alla Vita Vera.
La tentazione vera è quella di indurire il cuore.
Siccome quello che è stato promesso tarda ad arrivare,
siccome sentiamo di non ricevere ciò che desideriamo,
allora ci rivolgiamo agli idoli, e smettiamo di restare
nella mancanza come apertura all’inafferrabile.
Smettiamo di restare in attesa, ricettivi rispetto all’imprevedibile.
E allora cerchiamo di calcolare e quantificare tutto,
di rendere la vita un programma scandito alla perfezione,
magari da dispositivi e intelligenze artificiali..
Come scrive la saggista Rebecca Solnit su Internazionale,
«Così abbiamo finito per chiuderci sempre di più,
convinti che fosse la scelta giusta perché ce lo ripetevano
in continuazione.
Alla prova dei fatti, però, non lo è stata: ha indebolito la vita pubblica, ha svuotato le comunità, ci ha resi più soli».
Ecco, la nostra è una “società aperta”, dove non ci sono più divieti rispetto alle relazioni fra maschi e femmine, fra giovani
e adulti, dove abbiamo molta più libertà di movimento
e comunicazione,
ma la nostra è anche una società terribilmente chiusa.
Perché la vera apertura non scaturisce mai dal semplice garantire agli individui una libertà dalle coercizioni esteriori.
Questo semmai è il presupposto necessario, ma non sufficiente.
La vera apertura sgorga dalla liberazione dalle coercizioni
e coazioni interiori, mentali, emotive, corporee,
perché è dal cuore dell’uomo che nascono
tutti i propositi di male.
Come scriveva Aldous Huxley, autore de “Il Mondo Nuovo”:
«Può darsi benissimo che un uomo sia fuori dal carcere, eppure non libero, che non subisca alcuna costrizione fisica, eppure sia psicologicamente prigioniero, costretto a pensare, a sentire, agire come vogliono farlo pensare, sentire, agire, i rappresentanti del potere».
Per cui in questa precisa fase storica, sento che “non indurire il cuore”, è una pratica quotidiana di resistenza, di rianimazione, di coltivazione di un’altra modalità di esistenza.
Non indurire il cuore non è affatto facile, perché ci chiudiamo naturalmente e in continuazione, è normale. Per cui il primo passo è iniziare a riconoscere perché e come induriamo il nostro cuore, e iniziare a curarci, come facciamo nei nostri gruppi.
Perché tramite un lento, graduale, continuo lavoro
di ammorbidimento del cuore, iniziamo a sentire il palpito
della vita. E questa esperienza parla con la parte di noi impaurita e che ci porta a contrarci, in un dialogo che dura per sempre, conducendoci, speriamo, a restare in ascolto del leggero soffio dello Spirito.
Francesco Marabotti