20/01/2026
"Mai come ora, mi ritrovo nell’idea che educare significa educarsi, gli uni con gli altri. Cercare altre mani nel buio per orientare insieme i nostri passi. Giovani e adulti, professori e studenti, attivisti, studiosi e persone comuni. Chi più sa, più mette in comune. Chi è meno formato, ha comunque uno strumento magnifico da porre al servizio degli altri: l’arma potentissima del dubbio".
In queste parole di - pubblicate sul n.36 de Lavialibera dedicato proprio alle politiche governative sull’educazione - c’è l’essenza di ciò che crediamo debba essere la scuola: uno spazio di relazioni, domande, crescita reciproca. Un luogo dove si impara a vivere insieme, non a diffidare l’uno dell’altro.
E invece, di fronte alla tragedia di La Spezia in cui un ragazzo è morto dopo essere stato accoltellato in classe, durante l’orario di lezione, la politica discute una risposta basata su metal detector all'ingresso e forze armate nei corridoi.
Una scuola da presidiare, non da curare, non da educare.
Ragazze e ragazzi lo hanno detto chiaramente: la sicurezza non si costruisce con i varchi, ma con la responsabilità degli adulti, l’attenzione ai segnali, la presenza educativa. Non con la militarizzazione, né con la delega dell’educazione civica a chi porta un’uniforme.
L'educazione è nel dialogo, non nel controllo.
Abbiamo bisogno di investimenti nell’istruzione, nei docenti, nei luoghi di socialità, nel supporto psicologico. Di dubbi, non di slogan. Di relazioni, non di metal detector. Abbiamo bisogno di comunità educativa. Abbiamo bisogno di ascoltare i giovani.
Perché — lo ricorda don Ciotti — sono proprio loro che possono aiutarci a “buttare tutto per aria, in senso figurato s'intende, e ricomporre una visione del mondo che non sia passiva accettazione di ciò che accade, ma volontà dinamica di intervenire sulle sue forme".