24/02/2026
ðïž ð£ðŠððð¢-ðŠðð¡ð¥ðð ð¢ ð®ð¬ð®ð²: ðâðð¡ðð¢ð¡ðŠððð¢ ðððð§ð¥ð¢ ðð ððð¡ðð¢ð¡ð
ððª ðŽð°ð¯ð° ð±ð³ðŠðŽð° ðð¢ ð£ð³ðªðšð¢ ð¥ðª ððŠðšðšðŠð³ðŠ ðµðŠðŽðµðª ðŠ ð±ð³ðŠðŽðŠð¯ðµð¢ð»ðªð°ð¯ðª ð¥ðŠðª 30 ð£ð³ð¢ð¯ðª ðªð¯ ðšð¢ð³ð¢. ðð°ð¯ ð±ðŠð³ ð§ð¢ð³ðŠ ðªð ð€ð³ðªðµðªð€ð° ð®ð¶ðŽðªð€ð¢ððŠ ð¯ðŠÌ ð±ðŠð³ ðŽðµðªðð¢ð³ðŠ ð€ðð¢ðŽðŽðªð§ðªð€ð©ðŠ. ððŠð¯ðµð³ðŠ ðâðð³ðªðŽðµð°ð¯ ð¢ð€ð€ðŠð¯ð¥ðŠ ððŠ ðð¶ð€ðª ð¥ðŠððð¢ ð³ðªð£ð¢ððµð¢, ð©ð° ð±ð³ð°ð·ð¢ðµð° ð¢ ð§ð¢ð³ðŠ ðªð ð€ð°ð¯ðµð³ð¢ð³ðªð°: ðšð¥ððð£ðð§ð ð ð§ððð¡ðð©ð©ð€ð§ð ð¥ðð§ ððððð£ððð§ð ðªð£ð ð¥ðððð€ð¡ð ð¡ðªðð ðšðªð¡ð¡âðð£ðð€ð£ðšððð€.
Molti testi di questâanno, di primo acchito, sembrano semplici. A tratti persino âbanaliâ. Ma la âbanalità â, molte volte, Ú una forma di protezione per non farsi travolgere dalle emozioni. E infatti ci sono ð®ð¹ð°ðð»ð¶ ð¯ð¿ð®ð»ð¶ ð°ðµð² ð¹ð®ðð°ð¶ð®ð»ðŒ ð¶ð»ðð¿ð®ðð²ð±ð²ð¿ð² ðŸðð®ð¹ð°ðŒðð® ð±ð¶ ðºðŒð¹ððŒ ðð²ð¿ðŒ ððð¹ð¹ð® ð»ðŒððð¿ð® ðœðð¶ð°ðµð²: ð³ð²ð¿ð¶ðð², ð°ðŒðœð¶ðŒð»ð¶, ð±ð¶ð³ð²ðð².
ð¡ð² ðµðŒ ðð°ð²ð¹ðð¶ ðŸðð®ððð¿ðŒ (ðœð¶ðÌ ðð»ðŒ). Non perché siano âi più belliâ (come voi, non li ho ancora ascoltati), ma perché nei loro testi si vedono meglio alcune âpsico-dinamicheâ care alla mia ð£ðð¶ð°ðŒð¹ðŒðŽð¶ð® ð±ð²ð¹ ðœð¿ðŒð³ðŒð»ð±ðŒ.
Il primo Ú âð ð®ðŽð¶ð°ð® ð³ð®ððŒð¹ð®â ð±ð¶ ðð¿ð¶ðð®, una canzone che mette a tema la regressione psicologica come richiesta di cura.
Il testo Ú un viaggio a ritroso. Non per nostalgia estetica, ma per bisogno. Quando il presente diventa stancante, disordinato, confuso, la psiche cerca un luogo dove tornare. E quel luogo ha un nome antico: âtra le braccia di mia madreâ.
Qui la regressione non Ú infantile, ma una richiesta di contenimento. Donald Winnicott direbbe: quando lâambiente vacilla, riemerge la domanda di qualcuno âsufficientemente buonoâ che ci permetta di riposare senza vergognarci di essere fragili.
E câÚ un altro dettaglio importante: la passione che si confonde con la sofferenza. In molte relazioni, il soggetto chiama âamoreâ ciò che in realtà Ú un impasto di bisogno e di ferite. La favola, allora, non Ú una fuga. à un modo di sopravvivere senza crollare.
âð ð®ð¹ð² ð»ð²ð°ð²ððð®ð¿ð¶ðŒâ ð±ð¶ ðð²ð±ð²ð & ð ð®ðð¶ð»ð¶ Ú la seconda canzone che ho scelto, un brano che parla del padre, della colpa e dellâOmbra.
Questo Ú forse il brano più esplicitamente âclinicoâ. Non tanto per le parole forti, ma per la struttura interna: un Io che prova a separarsi da un Ego che lo imprigiona, e un âtribunale interioreâ che continua a parlare.
Il verso sul padre Ú centrale: âOgni padre inizia come fosse un Dio, ma poi finisce che diventa un alibiâ. Qui si sente il crollo dellâidealizzazione. Sigmund Freud direbbe: quando cade il padre ideale, il soggetto resta solo davanti alla propria colpa e alle proprie cicatrici. Carl Jung aggiungerebbe: in quel momento emerge lâOmbra: ciò che abbiamo rimosso perché non coincide con lâimmagine che volevamo essere.
Un punto delicato Ú anche il titolo: âmale necessarioâ. à unâidea ambigua, e proprio per questo interessante. Per alcuni Ú trasformazione: attraversare il dolore per smettere di scappare. Per altri Ú condanna: restare attaccati alla sofferenza perché almeno quella fa sentire vivi.
Il terzo brano Ú âððððŒð¹ððŒð¶â ð±ð¶ ðð±ð±ð¶ð² ðð¿ðŒð°ðž che parla dellâimpulso irrefrenabile a scegliere lâoggetto che ferisce. La canzone lo esprime con durezza: parla di chi âsceglie sempre quello che farà maleâ. Qui non siamo nel romanticismo. Siamo nella ripetizione.
Freud la chiamerebbe âcoazione a ripetereâ: il soggetto torna, senza saperlo, nello stesso punto doloroso per tentare di controllarlo, di trasformarlo, di dominarlo. Ma finisce per riaprirlo.
Gli âavvoltoiâ diventano una bella immagine psichica: non solo nemici esterni, ma figure interne che si posano sulla nostra vulnerabilità e impediscono il gesto più semplice e più difficile: âspogliare il cuoreâ, cioÚ uscire dalla corazza. à una canzone sul masochismo relazionale, ma detta senza moralismi: come se il testo dicesse âlo so, eppure ci ricascoâ.
La canzone di ð§ð¿ð²ð±ð¶ð°ð¶ ð£ð¶ð²ðð¿ðŒ âðšðŒðºðŒ ð°ðµð² ð°ð®ð±ð²â Ú la quarta che ho scelto perché descrive la fragilità del Sé e la vergogna del maschile. Già il titolo Ú perfetto: lâuomo che cade. Non lâuomo che combatte, non lâuomo che vince. Cade. E nel testo compaiono immagini di buio interno, mancanza di rispetto per sé, âinterni neriâ.
Qui sento un tema molto contemporaneo: la mascolinità che non riesce più a reggere lâobbligo culturale della prestazione. E forse Ú un bene. Perché quando il Sé Ú costretto a essere sempre âforteâ, la fragilità non sparisce: diventa sintomo, dipendenza, anestesia.
Winnicott direbbe che la caduta può essere un varco: smettere di recitare un falso Sé performante e incontrare, finalmente, un punto di verità . Lâimbarazzo, la macchia, il fallimento diventano paradossalmente lâunica autenticità possibile.
Come dicevo, câÚ un quinto brano che merita assolutamente di stare accanto ai quattro: âðŠðð²ð¹ð¹ð® ððð²ð¹ð¹ð¶ð»ð®â ð±ð¶ ðð¿ðºð®ð¹ ð ð²ðð®. Qui il dolore non Ú un tema: Ú un ambiente. Il tempo si spezza, diventa irregolare, quasi irreale. à il lutto quando non scorre, quando non âpassaâ e ti cambia la percezione del mondo. Il testo oscilla tra due movimenti opposti: tenere vivo il legame e anestetizzare per non sentire. Melanie Klein parlerebbe di riparazione: il dolore come tentativo di salvare lâoggetto dentro di sé. Wilfred Bion aggiungerebbe che il dolore diventa pensiero solo se può essere contenuto.
Oltre a questi cinque, ci sono altri brani âpsyâ che vale la pena citare brevemente. âððšðšððšðšðð€ð£ðâ ðð ððð¢ðªð§ðð ð
ðð® parla di quando lâaltro diventa una sostanza; non una relazione ma un vero e proprio âcravingâ con picchi e sindrome di astinenza. âðŒð£ðð¢ðð¡ð ð£ð€ð©ð©ðªð§ð£ðâ ðð ððð¡ðð ð ðŒð®ðð£ð parla della notte come luogo del legame clandestino, come se lâidentità possa reggere solo al buio. âðð§ðð¢ð ðððâ ðð ððð®ð© esprime il bisogno di esistere nello sguardo dellâaltro â la fame di riconoscimento â prima dellâimmagine e del ruolo. E infine âðð ðð€ðšð ððð ð£ð€ð£ ðšðð ðð ð¢ðâ ðð ððð§ð ððð©ð©ðð che parla del silenzio come forma di controllo: non ti dico tutto non perché non ti ami, ma perché ho paura di essere presa.
In conclusione, se dovessimo fare una diagnosi a questo Sanremo, parlerei di ðð»âð²ð±ð¶ðð¶ðŒð»ð² ð»ðŒððð®ð¹ðŽð¶ð°ð® ð² ðð» ðœðŒâ ð±ð²ðœð¿ð²ððð¶ðð®, ma con un dettaglio molto importante: il dolore non viene mascherato da eroismo, ma viene cantato. E ðŸðð®ð»ð±ðŒ ð¶ð¹ ð±ðŒð¹ðŒð¿ð² ðð¶ð²ð»ð² ð°ð®ð»ðð®ððŒ, a volte, smette di essere solo dolore e comincia a diventare simbolo. Come dico spesso alle persone che incontro: ðŸðð®ð»ð±ðŒ ð¶ð¹ ð±ðŒð¹ðŒð¿ð² ðœððŒÌ ð²ððð²ð¿ð² ðœð²ð»ðð®ððŒ, ð°ð®ðºð¯ð¶ð® ð³ðŒð¿ðºð®. ðð¶ðð²ð»ðð® ð²ð»ð²ð¿ðŽð¶ð® ð² ð°ð®ðºð¯ð¶ð®ðºð²ð»ððŒ.
ð¿ð€ð©ð©. ððð§ðð€ ððððð€ð¡ð€ â ððšððð€ð¡ð€ðð€ ððð¡ ðð§ð€ðð€ð£ðð€ ð