24/02/2026
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L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEI MONTE INGAGGI DI SERIE C
Milan Kundera ci osserva con sguardo torvo dalla sua nuvoletta. Chissà quanti, come noi, hanno nominato invano lui e le sue opere. Però questa volta è diverso. Scopriamo che lo scrittore (e molto altro) cecoslovacco non ce l’ha con noi: la sua disapprovazione si concentra sul comunicato della Serie C, quello che rivela i monte ingaggi della stagione 2025/26 (relativi ai contratti depositati al 2 febbraio 2026, chiusura della finestra invernale del calciomercato). Dal computo totale sono state escluse le U23 e il Rimini, già fallito. Caro dottor Kundera, come la capiamo. Di seguito i dati per girone:
🎯GIRONE A (52,7 mln di €)
Union Brescia — € 6.569.545
L.R. Vicenza — € 6.544.353
Triestina — € 5.183.516
Cittadella — € 4.503.888
Novara — € 4.103.536
Lecco — € 3.824.153
Pro Vercelli — € 2.943.131
AlbinoLeffe — € 2.441.002
Lumezzane — € 2.320.481
Dolomiti Bellunesi — € 2.088.368
Trento — € 2.054.154
Pro Patria — € 1.866.771
Alcione Milano — € 1.676.685
Renate — € 1.656.687
Pergolettese — € 1.280.164
Arzignano Valchiampo — € 1.242.928
Giana Erminio — € 946.858
Virtus Verona — € 791.797
Ospitaletto — € 664.055
🎯GIRONE B (58,8 mln di €)
Ternana — € 8.695.511
Arezzo — € 8.111.057
Ascoli — € 5.552.998
Ravenna — € 4.657.395
Perugia — € 4.603.902
Campobasso — € 3.906.446
Guidonia Montecelio — € 3.410.989
Torres — € 3.159.661
Vis Pesaro — € 2.693.084
Livorno — € 2.595.452
Gubbio — € 2.065.561
Pineto — € 1.998.750
Sambenedettese — € 1.803.257
Forlì — € 1.317.126
Pianese — € 1.193.182
Pontedera — € 1.066.781
Bra — € 1.101.209
Carpi — € 879.087
🎯GIRONE C (87,5 mln di €)
Catania — € 14.210.854
Benevento — € 10.867.445
Salernitana — € 10.692.159
Trapani — € 6.825.799
Crotone — € 5.167.245
Cosenza — € 4.994.207
Potenza — € 4.036.554
Audace Cerignola — € 3.686.510
Casarano — € 3.345.197
Sorrento — € 3.144.740
Casertana — € 3.068.781
Monopoli — € 3.048.770
Foggia — € 2.744.472
Siracusa — € 2.328.194
Giugliano — € 2.251.858
Latina — € 2.005.635
Cavese — € 1.957.083
Team Altamura — € 1.773.406
AZ Picerno — € 1.299.032
Ad analizzare le cifre c’è da rimanere di sasso, eppure nessuno sembra rendersene conto. D’altronde, se dal 2000 al 2024 sono fallite ben 185 società in Serie C e l’unica riforma degna di questo nome ha riguardato l’eliminazione della doppia divisione e la riduzione a 60 squadre partecipanti, l’immobilismo è generale.
Perché? Per quanto la competizione sul campo non manchi e tanti club ambiscano a un posto al sole con la promozione in Serie B, travalicando finanziariamente ed eticamente il moral hazard, il sistema calcio italiano è progettato per assorbire gli shock: evitare il collasso a ogni costo, aumentando i dosaggi della cura fino a livelli terminali di malattia.
Turris e Taranto fallite? Nessun problema: per iscriversi al campionato si aumenta l’importo della fideiussione del doppio se l’indice di liquidità non rispetta la soglia predefinita. Paziente riabilitato? Assolutamente no, perché nonostante queste barriere all’entrata il Rimini fallisce e la Triestina attualmente non ride, visto che il sindaco (tifoso) della città di Muggia (Trieste) ammette candidamente di aver contribuito al nulla osta per l’iscrizione degli alabardati, cofirmando la garanzia assicurativa a titolo personale. Figure pubbliche potenzialmente in conflitto di interessi con ciò che è privato. Dov'è la terzietà? Follia, no? Sì, se il sistema se ne frega di comprendere chi c’è dietro le proprietà dei club. Però è un cane che si morde la coda, perché lo stesso sistema ha bisogno di “folli consapevoli” che immettano liquidità a babbo morto.
Nessun club di Serie C arriva al pareggio di bilancio e le cause sono molteplici: c’è il campo, con sole quattro promozioni in Serie B, a fare da imbuto a un lotto potenziale di 60 squadre. Tante, troppe, se consideriamo il lato finanziario della medaglia. I ricavi (ticketing, merchandising, sponsorizzazioni, diritti TV) non raggiungono il fatidico break even rispetto a costi il più delle volte stressati anche dall’ambizione della piazza calcistica oggetto di analisi. Seguendo questa logica, la Serie C è diventata una categoria in cui permanere il meno possibile. In questo senso, proprio il moral hazard diventa, in fin dei conti, un’opzione percorribile, perché nello scenario peggiore i club di calcio hanno uno stakeholder molto fedele alla causa, a differenza di una normale azienda: il tifoso. Alzi la mano chi ha visto recentemente un club scomparire definitivamente a seguito di un fallimento. Il merito? Dei tifosi, perché il calcio, in fin dei conti, è comunità.
Quindi non dovrebbe stupire che il valore complessivo dei monte ingaggi della Serie C (stipendi lordi dei tesserati + bonus individuali + diritti d’immagine + tasse/oneri fiscali) sia paradossalmente aumentato di ben 33 milioni di euro rispetto alla scorsa stagione (199 contro 166). Che gli uomini non imparino molto dalle lezioni della storia è la più importante di tutte le lezioni di storia, diceva Aldous Huxley. Chi siamo noi per contraddirlo?
Lo sappiamo che a questo punto della riflessione state pensando al salary cap modulato sul fatturato (55% massimo del rapporto tra monte ingaggi e valore della produzione) voluto fortemente dal presidente della Serie C, Matteo Marani. Il salary cap diventerà obbligatorio solo dal prossimo campionato, ma il dubbio che i finanziamenti in conto capitale di soci/proprietari (quelli a fondo perduto che aumentano il patrimonio ripianando le perdite) si trasformino per magia in sponsorizzazioni di aziende riconducibili alla stessa proprietà è alto. Sponsorizzazioni più sostanziose = fatturato più elevato = tetto salariale più capiente. Insomma, fatta la legge, trovato l’inganno. Sostenibilità, ma solo di facciata.
Perciò, ad oggi, la soluzione a tutti i mali non esiste, perché è l’intera piramide calcistica italiana ad avere stratificato distorsioni, nelle quali la sostenibilità dei conti fatica a entrare come concetto cardine. A chi paventa il semiprofessionismo della C, per alleviare il peso di tasse e contributi dalle spalle dei club, faremmo vedere i bilanci senza senso di molti club di vertice di Serie D. A chi paventa un ritorno della Serie C al valore formativo per i giovani calciatori e, quindi, anche alla possibilità di vivere di plusvalenze, rispondiamo che i club maggiori hanno rotto da tempo la filiera e iniziato a fare concorrenza nello scouting grazie ad appeal e budget più sostanziosi.
È uno scenario apocalittico che lascia comunque intravedere la capacità di alcune (piccole) realtà di competere ad alti livelli in rapporto ai monte ingaggi. Nel girone A ci preme sottolineare il buon lavoro di Trento (4° con 2 milioni di monte ingaggi), Alcione (5° con 1,6 milioni), Renate (6° con 1,6 milioni), tutte e tre in zona playoff, ma anche e soprattutto di Giana Erminio (12° con 0,97 milioni) e Ospitaletto (14° con 0,6 milioni, il monte ingaggi più basso del girone), che sono fuori dalla zona playout. Piccolo OT: il Vicenza, capolista indiscusso che ha un monte ingaggi inferiore di 300 mila euro rispetto alla scorsa stagione, è l’esatta dimostrazione che i soldi bisogna anche saperli spendere. Nel girone B la Pianese (6° con 1,2 milioni di monte ingaggi) è la best in class. Seguono Pineto (8° con 1,9 milioni, impreziositi anche dalla cessione monstre di Bruzzaniti al Catania), Gubbio (10° con 2 milioni) e, fuori dalla zona playoff, Carpi (12° con 0,87 milioni), Forlì (14° con 1,4 milioni) e Bra (15° con 1,2 milioni). Infine, nel girone C l’Altamura, 11°, domina in rapporto agli 1,7 milioni di monte ingaggi. Anche il Picerno, 14° con soli 1,2 milioni di monte ingaggi, merita i giusti onori. In zona playoff: Casertana (5° con 3 milioni), Monopoli (7° con 3 milioni), Cerignola (8° con 3,6 milioni) e Casarano (10° con 3,35 milioni).
I più maligni diranno che è più facile fare calcio in piazze non pretenziose. In parte vero, ma rimane il fatto che su 60 squadre – scusate 59 – nessuna è davvero sostenibile. Insomma, neanche Sparta ride (cit.).