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08/04/2026

TEOREMA: IL POTERE E IL COMPASSO

Dall’ipotenusa Ferrari al canto del gallo: anatomia di un sistema

Non è il rumore a tradire un sistema.
È il silenzio.

Arriva all’improvviso. Accorcia le telefonate, svuota le chat, spegne gli smartphone. Le parole si fanno sguardi, le conversazioni si spostano altrove. Lontano dagli uffici, lontano dai microfoni, lontano da tutto.

È in quel momento che l’Operazione Teorema smette di essere un’indagine e diventa qualcosa di più: una crepa.
Una crepa dentro un meccanismo che, secondo gli inquirenti, non improvvisa. Si organizza, si protegge, si adatta. E soprattutto si struttura.

Al centro di questo sistema c’è un nome che ritorna sempre. Non perché firma gli atti, ma perché li attraversa tutti: Fabio Manica. Non è il potere formale. È quello reale. Coordina, indirizza, connette. È il punto in cui pubblico e privato smettono di essere distinti.

Ma un sistema così non si regge da solo.

Ha bisogno di un livello superiore. Di qualcuno che non compare nelle imputazioni ma che compare nelle dinamiche. Di un nome che non è dentro il registro degli indagati, ma è dentro il funzionamento del sistema.

Quel nome è Sergio Ferrari.

Sindaco, presidente della Provincia, uomo delle istituzioni. Non indagato. Non accusato. Ma presente. Presente nei passaggi chiave, nelle relazioni, nei movimenti che contano. Gli inquirenti parlano di un “legame opaco”. E non è un’espressione casuale.

Perché secondo le ricostruzioni, Ferrari non è un esecutore.
È qualcosa di più sottile: uno snodo.

Interviene sulle progettazioni, si attiva sui pagamenti, entra nelle dinamiche senza apparire. Non costruisce il sistema, ma lo rende possibile. Non lo guida apertamente, ma lo legittima.

E un sistema legittimato è un sistema che funziona.

Tutto questo nasce e prende forma in un luogo preciso: Cirò Marina roccaforte della potente famiglia di 'ndrangheta dei Farao-Maroncola.
Una città che sembra tranquilla, ma che vive dentro una rete di interessi economici, finanziamenti, equilibri delicati. È lì che il modello si costruisce. Poi si espande. Crotone, la Provincia, altri enti.

La struttura è semplice: affidamenti, progettazioni, lavori, pagamenti.
Una filiera perfetta.

Dentro questa filiera si muovono tecnici, imprese, funzionari. Tutto formalmente corretto. Tutto apparentemente regolare. Ma, secondo l’accusa, orientato.

E l’orientamento non sta negli atti. Sta prima.

Sta nella capacità di influenzare.

Ed è qui che la politica entra davvero in gioco.

Perché attorno a questo sistema non c’è solo un uomo. C’è un equilibrio. Un livello superiore, fatto di relazioni, consenso, appoggi. Un sistema che si estende oltre il singolo appalto e arriva fino ai piani regionali.

Qui entrano altri nomi.

Uno su tutti: Gianluca Gallo.
Strutture regionali. Dipartimenti.
Macchine amministrative.
Il braccio elettorale del governatore Occhiuto.

Un sistema che, secondo le ricostruzioni giornalistiche, si muove compatto quando serve. Che mobilita, sostiene, costruisce consenso. Che trasforma il potere amministrativo in potere politico.

E poi, ancora più in alto, c’è un livello che non si nomina mai apertamente.
Ma che pesa.

Un livello fatto di equilibri regionali, di leadership consolidate, di potere che non ha bisogno di esporsi. Un livello che osserva, che lascia fare, che interviene solo quando serve.

E lì, inevitabilmente, il pensiero corre a Roberto Occhiuto: il doge forzista calabrese

Non perché sia dentro l’inchiesta.
Ma perché è dentro il sistema di potere che quell’inchiesta sfiora.

Perché nessun sistema locale vive davvero isolato.
E nessun equilibrio territoriale esiste senza un livello superiore che lo regga. O che almeno non ne conosca l'esistenza.

Nel frattempo, mentre tutto questo prende forma, ci sono le riunioni. Quelle vere. Quelle senza telefoni. Quelle in cui i dispositivi vengono lasciati fuori, raccolti, isolati.

Non è prudenza.
È consapevolezza.

Perché chi teme di essere intercettato sa che ciò che sta facendo non può essere pubblico.

E quando la politica smette di essere pubblica, smette di essere politica.

Il nome “Teorema” non è casuale.
A Crotone, Pitagora insegnava ordine, proporzione, logica. Alui sono state dedicate diverse logge nel mondo, a Crotone soprattutto, ovviamente.

Qui, invece, tutto sembra rovesciato.
La geometria diventa relazione, la misura diventa profitto, l’equilibrio diventa convenienza.

E allora torna quell’immagine: l’ipotenusa.

Il lato più lungo.
Quello che tiene insieme tutto.
Quello che, se cede, fa crollare l’intera struttura.

Perché alla fine il problema non è chi è indagato e chi no.
Il problema è chi è necessario al sistema.

E Ferrari, in questa storia, non è un dettaglio.
È una funzione. Uno snodo.

E gli snodi non fanno rumore.
Ma quando saltano, crolla tutto.

Il problema non è la corruzione.
Quella è solo la superficie.

Il problema è il potere che si organizza nel buio.

Un potere che somiglia troppo a certe architetture chiuse, fatte di rituali, silenzi, appartenenze.
Dove le decisioni non passano dalle istituzioni, ma da stanze parallele.
Dove la politica diventa solo la facciata di qualcosa che si muove sotto.

E in quel sistema, Ferrari non è un’anomalia.

È un prodotto.

Come lo sono gli equilibri che lo hanno sostenuto.
Come lo sono i livelli superiori che lo hanno reso possibile.
Come lo è un’intera classe dirigente che ha confuso il consenso con il controllo.

Perché nessun uomo costruisce un sistema da solo.
E nessun sistema si ferma a un uomo.

Il punto non è se Ferrari cadrà.

Il punto è chi cadrà con lui.

E soprattutto:
fino a dove arriva davvero questo teorema.

Perché quando il primo lato cede,
gli altri non restano in piedi.

08/04/2026

Il sistema e il silenzio i cateti del Teorema.

Partiamo dal silenzio, un silenzio che arriva all’improvviso.
Che accorcia le telefonate, svuota le chat, spegne gli smartphone.
Un silenzio che trasforma le parole in sguardi e le conversazioni in incontri discreti, lontani da tutto.
È lì che l’indagine della Procura di Crotone smette di essere solo attività investigativa e diventa paura.
E il sistema,se sistema esiste, si accorge.
Secondo l’accusa, i componenti del presunto sodalizio avrebbero progressivamente adottato un «articolato sistema di cautele» finalizzato a preservare la riservatezza delle comunicazioni interne e a «schermare le condotte illecite poste in essere nei rapporti con la Pubblica Amministrazione».
Non è improvvisazione è un cambio di passo.

Gli investigatori lo registrano nei dettagli: atteggiamenti improntati alla prudenza, accorgimenti negli spostamenti, attenzione nella programmazione degli incontri.
E soprattutto, il ricorso sistematico a canali creduti alternativi, come WhatsApp e Telegram.

Poi arriva una data: Luglio 2025.
Un’acquisizione documentale.
Un passaggio tecnico, all’apparenza.
Da quel momento si diffonde il sospetto che le indagini siano già in corso.
E con il sospetto arrivano i timori.
Non solo giudiziari ma anche economici.

«La situazione non è buona».
«Hanno bloccato tutto… hanno bloccato i pagamenti pure».

È una conversazione tra Giacomo Combariati e Luca Bisceglia.
Una frase semplice, ma decisiva.
Perché racconta il centro dell'area del Teorema: il denaro.

È in questo contesto che cambia il comportamento di Fabio Manica.
Dopo luglio 2025 riduce drasticamente le comunicazioni, evita l’utilizzo dello smartphone, preferisce incontri de visu o piattaforme considerate più difficili da intercettare.
E soprattutto, smette di frequentare la sede della Sinergyplus Srl, dove secondo gli investigatori aveva una stanza a suo uso.
Da quel momento, quella presenza scompare ma qualcosa resta.

Le conversazioni captate con Combariati, nelle quali Manica discute del recupero del denaro pubblico atteso per affidamenti disposti in favore dei sodali e oggetto di riparto economico all’interno dell’associazione.
Il denaro, ancora.

E qui attenzione perché secondo l’ipotesi accusatoria, quei benefici economici transitano su un conto intestato a Giacomo Combariati presso Mediobanca Premiere.
Formalmente il conto è di Combariati, ma a utilizzarlo sarebbe stato Manica.
Poi c’è la scena che segna il salto definitivo.
Palazzo della Provincia di Crotone.
Via Mario Nicoletta.
Una riunione.
Ma non una riunione qualsiasi.
Nelle annotazioni inviate alla Procura il 19 marzo, redatte dalla Guardia di finanza per la richiesta di misure cautelari nell’ambito dell’operazione si parla di una condotta tipica di «summit tra appartenenti ad organizzazioni delinquenziali».
I partecipanti sono consapevoli della pressione investigativa e agiscono di conseguenza.
Eliminano il rischio.

Tutti i telefoni vengono consegnati a Gianfranco Nataro, detto Gianni.
Nessun dispositivo nella stanza.
Nessuna intercettazione possibile.
Almeno, nelle intenzioni.
E mentre dentro si parla senza telefoni, fuori qualcuno chiama.
È la moglie di Manica.
Chiama ripetutamente.
È allarmata dal silenzio del marito. Quando finalmente qualcuno risponde, non è lui.
È Nataro.
E dice di avere in custodia «i telefoni di tutti».
Anche quello di Sergio Ferrari. Anche quello di Manica.

La risposta della moglie è immediata:
«Ah sì, non ti preoccupare ho già capito tutto... fai la collezione... ho capito...».
Una frase che non aggiunge nulla.
Ma spiega tutto.

Da quel momento, la strategia cambia definitivamente.
Non si tratta più solo di comunicare meno si tratta di sparire.
Gli atti parlano di un obiettivo: occultare il coinvolgimento di Manica negli affari della Sinergyplus Srl.
E così che si prova a cancellare ogni coinvolgimento.
Ma ogni assenza, per chi indaga, diventa un indizio.
E mentre il sistema si ritrae, l’indagine continua e non è finita perché Il procuratore Domenico Guarascio e il pm Rosaria Multari lo scrivono chiaramente:

«taluni segmenti investigativi non sono stati riversati nella comunicazione di notizia di reato finale, depositata, in quanto suscettibile e postergati approfondimenti».

Ci sono parti che devono ancora emergere.
Infatti dopo la notifica degli avvisi di garanzia, la Guardia di finanza torna alla Provincia per analizzare cinque computer dell’Ufficio di presidenza.
L’unico punto fermo, al momento, è che le attività investigative fanno ipotizzare un’organizzazione finalizzata ad incassare presunte tangenti.
E in questo schema, secondo l’accusa, Fabio Manica rappresenta la mente organizzativa.
Ma il perimetro si allarga.

La Procura ipotizza che l’attività vada oltre la Provincia e interessi anche i Comuni di Cirò Marina, Isola Capo Rizzuto e Crotone.
Tra gli indagati ci sono funzionari e dirigenti dei primi due.
Non del Comune di Crotone, dove però le presunte attività illecite avrebbero riguardato la mensa scolastica inaugurata a Papanice.

E poi, un anello di congiunzione tra questo Teorema e via Israele.

Un procedimento di esclusiva competenza comunale svolto alla Provincia.
La riunione nel Palazzo della Provincia per discutere via Israele.
Con la presenza del sindaco Vincenzo Voce, di Fabio Manica, del consigliere regionale Sergio Ferrari e di diversi consiglieri comunali, finita in Procura per la presunta aggressione del sindaco nei confronti del consigliere Vincenzo Ioppoli.

Un altra storia...forse, o forse no.
E se così non fosse allora la domanda e d'obbligo:

E adesso cosa centra via Israele con una storia di mazzette?

Intanto si avvicina un passaggio decisivo: l’interrogatorio di garanzia per i destinatari degli avvisi.

E qui che inizierà davvero a tremare tutta Crotone, perchè saranno le deposizione di Fabio Manica e degli altri indagati che segneranno i successivi sviluppi.

No, Non stiamo alludendo a Enzo Voce solo perché era a quella riunione.

Siamo ancora al primo fascicolo, ma il quadro è già denso.
Questa è una storia che parte da Cirò, attraversa tutta la Provincia di Crotone e finisce in Cittadella.

Gli occhi sono tutti puntati lì.

Si ipotozza un sistema di consenso costruito attraverso strutture, enti, apparati: Calabria Verde, Consorzi di bonifica, uffici regionali, trasporti, ferrovie, perfino aziende private.
Tutto proiettato al sostegno elettorale.
Contributi, fiere, assunzioni, trasferimenti, promozioni, prebende.
Ogni elemento, si sostiene, potrebbe essere oggi al vaglio della magistratura.

E allora resta solo una domanda.
Perché ogni teorema, prima o poi, deve essere dimostrato.

Fino ad ora abbiamo visto i lati:
i movimenti, i silenzi, i conti, le riunioni senza telefoni, le presenze che scompaiono, i nomi che pesano.
Abbiamo visto i cateti.
Quello visibile, quello nascosto,
Quello istituzionale, quello economico.
Due lati che si muovono, si incontrano, si tengono in equilibrio.
Ma ogni teorema ha bisogno del terzo lato.
Quello che chiude la figura.
Quello che dà senso a tutto.
Quello che non puoi ignorare.

E allora l’indovinello è questo:
Se conosci i cateti, se hai già misurato ogni segmento,
se hai seguito ogni linea fino al suo punto di incontro, qual è l’ipotenusa che ancora manca?

Perché è lì che si chiude il disegno.

È lì che il teorema smette di essere un’ipotesi e diventa verità.
E quando verrà trovata,
quando quel lato verrà finalmente tracciato e perché il teorema sarà completo.
E a quel punto, non resterà altro da fare che leggerlo per quello che è.

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