Psicologa Isabella Enargelico

Psicologa Isabella Enargelico Attualmente collaboro con diverse istituzioni ed esercito la mia attività libero-professionale a Crema presso il poliambulatorio Santa Claudia.

CHI SONO
Sono la Dott.ssa Isabella Enargelico , psicologa, psicoterapeuta, mi occupo di consulenza e sostegno psicologico di bambini, adolescenti, adulti e sistemi familiari. Sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia; iscritta all’Ordine degli Psicologi della Lombardia (sez. A, n°03/17844), sono esperta in Disturbi specifici dell’Apprendimento, sono Istruttore Mindfulness in ambito sportivo e proseguo costantemente la mia formazione abbracciando un approccio cognitivo-comportamentale ; sono specializzata in psicoterapia di terza generazione (ACT, FAP), metodologie evidence based, basate cioè su studi scientifici. Ho maturato nel corso degli anni esperienza nel settore ospedaliero, riuscendo a stabilire un contatto duraturo e ad ottenere risultati significativi anche con pazienti più complessi. Con ognuno di loro ho creato un rapporto positivo ed empatico che dura nel tempo e pone le basi per una vita libera dal disagio psichico.

09/01/2026

Leonardo è grave.

A Zurigo c’è una stanza che non spegne mai la luce, nemmeno quando la città si addormenta.
Dentro quella stanza c’è Leonardo.
Sedici anni, studente del Virgilio, compagno di classe di Kean, Francesca, Sofia.
Ancora non può essere riportato a Milano.

I medici lo dicono con la stessa prudenza di chi sa che ogni parola pesa: il quadro clinico non è stabile.
Il corpo è troppo debole per reggere anche solo il trasferimento in elicottero.
Resta lì, in bilico tra sofferenza e speranza, in un tempo che scorre lentissimo, dove ogni ora sembra un giorno intero.

Accanto al letto ci sono i genitori.
Pochi discorsi, mani strette, occhi fissi sul monitor.
Contano i respiri, i bip del cuore, come se ogni segnale fosse un filo da non lasciar spezzare.

Gli psicologi sono presenti, ma ci sono dolori che le parole non raggiungono.
Si annidano nel petto, diventano un macigno silenzioso che non si sposta.

A Milano, intanto, la sua classe aspetta.
I banchi con il suo posto vuoto.
Le chat che si aprono sempre allo stesso modo:
«Novità di Leo?»
«Qualcuno sa qualcosa?»

I compagni scrivono messaggi di incoraggiamento, cuori, preghiere, promesse.
Lo aspettano come si aspetta qualcuno che deve tornare per forza, perché senza di lui la terza D non è più la stessa.

Leonardo non è solo un nome su un referto medico.
È il ragazzo che rideva forte, che giocava a calcio con passione (attaccante under 17), che aveva sogni normali da sedicenne.
Ora è un corpo che combatte contro ustioni gravi, contro il veleno dei fumi inalati, contro un incendio che ha cambiato tutto in una notte di festa.

In quella camera illuminata di Zurigo c’è un adolescente che lotta per ogni respiro.
Ci sono due genitori che non mollano la presa, che credono con una forza che fa quasi male.
E c’è una scuola intera, una città, un pezzo d’Italia che tiene il fiato sospeso con loro.

Perché quando un ragazzo come Leonardo resta sospeso tra la vita e il resto,
non è mai solo una notizia.
È una ferita aperta che riguarda tutti noi.
E la speranza, per quanto fragile, continua a tenere accesa quella luce.

Forza Leonardo, tutta Italia è con te!

03/01/2026
03/01/2026
03/01/2026

L’uomo qui sotto si chiama Guy Chiappaventi.
Di mestiere fa il giornalista.

Durante una diretta del Tg La7, mentre stava facendo il bilancio della strage di Crans Montana, a un certo punto la voce si è incrinata.
Poi gli occhi.
Poi quel silenzio sospeso che pesa più di mille parole.

Chiappaventi si è commosso.
Visibilmente.
Senza filtri, senza difese, senza scudi professionali.

Non è riuscito a trattenere le lacrime, l’empatia, il dolore profondo per ciò che stava raccontando.
E davanti alle telecamere, davanti a milioni di persone, ha fatto una cosa che oggi sembra quasi rivoluzionaria:

ha chiesto scusa.

“Scusa”, ha detto.
Scusa per l’emozione.
Scusa per l’umanità che stava emergendo senza chiedere permesso.

E qui vale la pena fermarsi un attimo.
Perché siamo diventati così abituati alla tragedia da pretendere che venga raccontata senza battito cardiaco.
Con tono neutro.
Con distanza.
Come se il dolore altrui fosse solo un dato da snocciolare, un numero da archiviare, un servizio da chiudere in due minuti.

Ma la verità è che il dolore vero non è mai neutro.
E quando lo racconti restando indifferente, qualcosa si perde.
Qualcosa di essenziale.

Guy Chiappaventi non è un giornalista alla prima prova.
È un uomo con oltre trent’anni di mestiere alle spalle.
Ha raccontato la mafia e la ’ndrangheta quando farlo significava esporsi.
Ha attraversato la suburra romana.
Ha vinto il Premio Ilaria Alpi nel 1998, quando il giornalismo d’inchiesta aveva ancora il sapore del rischio e della verità cercata fino in fondo.

È stato due volte inviato in Medio Oriente, in mezzo alle guerre vere, quelle che non hanno filtri né hashtag.
Ha descritto terremoti, tsunami, distruzioni che ti entrano sotto la pelle e non se ne vanno più.

Eppure, davanti a quella telecamera, si è fermato.
Si è spezzato.
Come se fosse la prima volta.

Perché l’orrore non diventa mai normale, se resti umano.
Perché ogni vittima è sempre la prima.
Perché ogni tragedia merita rispetto, non assuefazione.

E mentre lui chiedeva scusa, io pensavo che siamo noi a dover chiedere scusa.
Per tutte le volte in cui abbiamo confuso professionalità con freddezza.
Per tutte le volte in cui abbiamo scambiato il distacco per forza.
Per tutte le volte in cui abbiamo preteso cronisti impeccabili, ma non più umani.

In questi tempi spaventosi, pieni di rumore, cinismo e parole svuotate, avremmo un bisogno disperato di giornalisti come lui.
Di voci che non si vergognano di tremare.
Di occhi che si inumidiscono senza chiedere il permesso.

Perché un giornalista che si commuove non è uno che ha fallito.
È uno che ha capito fino in fondo cosa sta raccontando.

Altro che scusa.

Grazie.

22/12/2025

LEGGIMI 👇
L’ansia nasce da una percezione di incertezza, vulnerabilità o mancanza di controllo. La sicurezza, invece, offre una base stabile in cui la mente può rilassarsi, pensando al meglio per sé e non a “come evitare il peggio”; nella sicurezza, infatti, sappiamo di poter contare sulle nostre risorse per affrontare ogni sfida. Quando siamo in preda all’ansia ci percepiamo in balia degli eventi perché quelle risorse non le vediamo, ignoriamo le nostre competenze, le nostre capacità, insomma, ignoriamo tutto ciò che può farci sentire al sicuro.

Nelle dinamiche relazionali, sentire (Attenzione! SENTIRE e non sapere) di essere accettati, amati e compresi, per esempio, media un messaggio di sicurezza. A vuolte “sappiamo” di essere accettati e accolti, tuttavia ci sentiamo come se non lo fossimo (o perché c’è un problema relazionale nel presente o perché il “senso di non valere e di mancata accettazione ci è stato appiccicato addosso nel nostro passato). L’ansia si cura con l’affermazione personale, con l’affermazione del proprio posto nel mondo… e tutto questo va ben oltre la mera autostima. E in quello spazio personale, l'ansia perde la sua forza, perché non neghiamo le avversità, non le minimizziamo o non le evitiamo: ci facciamo noi “più grandi”, appunto, più sicuri.

In un certo senso, la sicurezza è come un abbraccio invisibile che dice: "Va tutto bene, sei al sicuro qui e ora, ce la fai, puoi agire per costruire il meglio per te nonostante le inevitabili avversità.” ❤️
E questo è tutto ciò che ti auguro.
Un forte abbraccio,
Anna ❤️🫂

22/12/2025

Per la gran parte di cose, nella vita, vale sempre il «non è mai troppo tardi», quindi se c'è qualcosa che vorresti fare e pensi che "non sia più il tempo", il nostro invito è sempre quello di OSARE e, intanto, godersi il cammino.

Altre volte, invece, quel traguardo è oggettivamente compromesso da fattori contestuali di diversa natura che ne precludono inesorabilmente il compimento. Allora è qui che possiamo congelarci. E qui che scatta la stagnazione: rimaniamo bloccati nel limbo, nell’idea di quello che sarebbe potuto essere e invece non è stato.

Quando smettiamo di PUNIRCI e cessiamo di focalizzare tutta la nostra attenzione sui treni che sono andati via senza di noi, è allora che notiamo quanto preziosi possano essere i treni sui quali vale ancora la pena salire con destinazioni che possono addirittura stupirci. Allora lasciamo che lo facciano, lasciamo che ci stupiscano. Lasciamo che la felicità accada.

Se ti va di farlo, insieme a noi, leggi il nostro saggio: «lascia che la felicità accada» - lezioni di educazione emotiva (Rizzoli).

17/12/2025

Ho incontrato gente semplice di bassa scolarizzazione, con un fascino, sensibilità e una intelligenza straordinari. E mi commuove sempre la gente che ha sensibilità, che si accorge dell'esistenza degli altri: sono delle persone che non sono e non vivono in una situazione tribale come quella che sta vivendo la società oggi.

Franco Battiato

Con queste parole Battiato ci spiega che la vera intelligenza non si misura dai titoli di studio, ma dalla capacità di sentire l’altro, ci ricorda che la sensibilità è un dono raro, un atto di civiltà che ci distingue da una società sempre più tribale e chiusa.
Chi sa accorgersi dell’esistenza degli altri porta luce, dignità e bellezza nel mondo.

17/12/2025

Continuo a tornare su questo punto.

Perché una delle forme più silenziose di protezione che diamo ai nostri figli
è la bussola interna che costruiscono da come li trattiamo.

Quando crescono in un ambiente di rispetto, calore e sicurezza emotiva,
non scambiano la mancanza di cura per amore.
Non si rimpiccioliscono per non disturbare.
Non giustificano ciò che non fa bene al loro corpo o al loro cuore.

Quella voce interna, “non è così che meritò di essere trattato”,
non nasce dal nulla.
Si forma in casa:
nel modo in cui parliamo con loro,
nel modo in cui li ascoltiamo,
nel modo in cui riconosciamo la loro umanità anche quando sbagliano
o quando siamo stanchi.

L’amore diventa la loro base, il loro “normale”.
E quando l’amore è la base,
tutto ciò che ne è al di sotto diventa immediatamente riconoscibile.

Questo è il dono più grande:
non solo crescere bambini che si sentono amati,
ma crescere persone che sanno cos’è l’amore,
che entrano nel mondo con uno standard,
una schiena dritta
e un senso di valore che nessuno potrà riscrivere.

13/12/2025

Non serve che un cane faccia grandi gesti per dimostrare che si sente parte della famiglia.

Il suo attaccamento si vede nelle piccole abitudini di tutti i giorni. Gesti semplici, che spesso diamo per scontati, ma che parlano di fiducia e sicurezza.

I cani non parlano come noi, ma il loro modo di comunicare è molto chiaro. Quando si sentono “a casa”, lo dimostrano con comportamenti riconosciuti anche dagli esperti.

C’è il cane che ti segue da una stanza all’altra, solo per restare vicino. Non lo fa per controllarti, ma perché stare con te gli dà tranquillità.

Se si appoggia alle tue gambe o cerca il contatto quando siete sul divano, sta dicendo che si fida. Questo comportamento serve a rafforzare il legame e a sentirsi più sicuro, soprattutto in situazioni nuove.

Dormire vicino a te è una scelta importante. Quando il cane decide di riposare ai piedi del letto o sul tappeto accanto a te, vuol dire che ti vede come una protezione. È un istinto che viene dalla vita in branco.

Quando ti porta il suo giocattolo preferito, non chiede solo di giocare. Ti sta facendo un piccolo regalo, condividendo qualcosa di valore per lui. A volte, lo fa anche per sentirsi meglio e cercare la tua presenza.

Il linguaggio del corpo dice tutto: occhi rilassati, postura tranquilla, coda morbida, magari anche la pancia all’aria. Sono segnali che si sente al sicuro in casa e con te.

Se si sdraia vicino a te mentre guardi la tv o resta in soggiorno durante la cena, vuole semplicemente stare insieme al suo gruppo. Non sempre sta aspettando cibo.

I cani riescono a percepire le nostre emozioni. Riconoscono espressioni, postura e persino l’odore quando siamo stressati. Se si avvicina nei momenti difficili, sta rispondendo ai tuoi stati d’animo.

Se, quando ha paura o è nervoso, cerca proprio te, significa che ti considera una base sicura. È lo stesso che farebbe un cucciolo con la sua mamma.

Il classico sospiro profondo, spesso accompagnato da un corpo rilassato, vuol dire solo una cosa: “sto bene qui”.

Anche quando abbaia o cerca la tua attenzione, il cane sta solo comunicando. Chiede di essere visto, ascoltato, incluso nella vita di casa.

Per un cane, sentirsi parte della famiglia è questo: esserci, ogni giorno, nelle piccole cose.

Indirizzo

Via Cabrini 10
Crema
26013

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