16/10/2025
● SEVA – Il Servizio Disinteressato
Nel linguaggio sanscrito, Seva significa “servizio offerto con devozione”. È un termine antico, che nei testi vedici e nelle Upaniṣad indica l’azione compiuta senza desiderio di frutto, come offerta al Divino.
Non è un’azione sociale o filantropica: è una sādhanā, una disciplina interiore che purifica l’ego e dissolve l’illusione della separazione tra “chi serve” e “chi riceve”.
Nei templi e negli āśram, Seva è parte integrante del cammino spirituale: pulire un pavimento, cucinare per la comunità, accogliere gli ospiti o semplicemente mantenere il silenzio con presenza e amore sono forme di servizio sacro, se l’intenzione è pura.
Nel mondo contemporaneo, soprattutto in Occidente, il concetto di servizio è stato spesso travisato.
Molti compiono “buone azioni”, organizzano eventi, raccolte fondi, scrivono libri, fanno volontariato — ma non per dissolvere l’ego, bensì per nutrirlo.
Il servizio diventa un palcoscenico: si vuole mostrare di essere buoni, di essere utili, di “fare qualcosa per gli altri”.
È un servizio mascherato da generosità, ma in realtà radicato nel bisogno di riconoscimento.
Il come diventa più importante del perché: si progettano attività, programmi e iniziative, ma si perde di vista la sorgente interiore da cui dovrebbe nascere l’atto.
Quando c’è l’idea di “io servo”, “io faccio del bene”, “io aiuto gli altri”, l’ego è già entrato in scena.
L’ego vuole essere il protagonista, anche della spiritualità.
Così, l’azione che dovrebbe dissolverlo lo rafforza.
Si crea un’identità sottile di “colui che serve”, un io spirituale che ha bisogno di conferme, di applausi interiori, di sentirsi nobile.
Ma finché c’è un agente che serve, non c’è Seva.
Il vero Seva accade quando non c’è più nessuno che dice “io sto servendo”.
Quando l’azione si compie da sé, come flusso naturale della Presenza, senza attesa, senza calcolo, senza ritorno.
Il vero Seva è un atto segreto.
Non ha spettatori, non cerca testimoni.
È un gesto invisibile che si dissolve nell’atto stesso.
Può essere un pensiero d’amore, un gesto silenzioso, una preghiera, una cura, una parola pronunciata nel momento giusto o un’azione che nessuno vedrà mai.
È il servizio reso al Divino che abita in ogni essere, non all’immagine dell’altro, né alla propria.
È un atto d’amore che non lascia tracce.
L’essenza del Seva non è il gesto, ma la motivazione.
Il gesto può essere identico — cucinare, parlare, scrivere, pulire — ma ciò che lo rende Seva o egoismo è da dove nasce.
Se nasce dal desiderio di apparire, di controllare, di essere ricordato o di sentirsi utile, allora non è Seva.
Se nasce dal silenzio, dalla gratitudine, dalla devozione, allora ogni piccolo atto diventa sacro.
La purezza del cuore è la misura di ogni servizio.
Nell’Aśram o nel percorso interiore, il Seva non è un dovere, ma un metodo di liberazione.
Mentre la mente serve, osserva se stessa: nota la resistenza, l’orgoglio, la ricerca di approvazione.
Attraverso il servizio, l’ego viene lentamente dissolto.
Ogni volta che si agisce senza desiderio personale, un velo cade.
Il Seva autentico non cambia il mondo esterno cambia la coscienza di chi lo vive.
Da qui inizia la vera trasformazione.
Il Seva non è un fare, è un essere.
Quando l’essere è puro, l’azione diventa spontanea, necessaria, perfettamente in armonia col tutto.
Il vero servitore non sa di servire.
Il suo cuore è aperto e la sua mano agisce, senza che la mente calcoli.
Allora il Seva non è più un atto di volontariato, ma un’estensione del Divino che opera attraverso l’essere umano.
È il servizio reso da Dio a Dio.
Quando l’ego si ritira, l’Amore comincia a servire.
Allora il gesto più piccolo diventa preghiera,
e il servizio più silenzioso diventa adorazione.
Sri Pranidhana