18/08/2021
Una cosa ho imparato bene da quando è scoppiata la pandemia: che siamo tutti distinti ma non separati. Forse la globalizzazione aveva già preparato un po’ il terreno per questa mentalità, adesso ho capito che viviamo tutti sotto lo stesso cielo. Perciò quello che succede nel mondo in questo momento non può lasciarmi indifferente. E credo che abbiamo la responsabilità di operare un cambiamento. Le nostre scelte, però, non dovrebbero essere dettate solo dal bisogno di soddisfare la paura o la rabbia.
Penso che quello che sta succedendo in Afghanistan in queste ore sia la conseguenza di quello che è accaduto negli ultimi anni. Negli ultimi venti anni molti Paesi occidentali (tra i quali anche l’Italia) hanno cercato di cambiare le cose in Afghanistan inviando i propri militari. E adesso, sembra che questi sforzi siano stati inutili, che, per certi versi, siamo di nuovo al punto di partenza. In molti, in questo momento, sono concordi che l’intervento militare sia stato un fallimento.
Se è vero che la chiave della vittoria è saper fare tesoro delle sconfitte, questo è il momento di imparare dalle sconfitte del passato, di prendere le distanze dai comportamenti fallimentari. Penso che per fare questo, non serva l’artiglieria pesante, bensì che occorra procedere molto leggeri.
Credo che stiamo uscendo perdenti da questo ventennio perché abbiamo pensato di cambiare qualcosa utilizzando lo stesso strumento che aveva portato in essere, aveva nutrito e sostenuto ciò che avremmo voluto combattere. Abbiamo usato lo stesso tipo di pensiero di coloro che in queste ore stanno imponendo la Sharia. Abbiamo usato la forza. Ci siamo illusi di esportare un’idea, ma non è con la forza che si trasmettono le idee, neanche le migliori.
Forse è il momento di mettere in discussione la nostra mentalità in profondità, fare un salto evolutivo e cambiare modo di pensare. Dovremmo cercare di superare il dualismo noi/loro, buoni/cattivi, dominatori/dominati, e cercare di immaginare una terza via che ci permetta di superare questa realtà duale e divisiva. Questo cambiamento probabilmente non potrà avvenire sulla base di un movimento di protesta, che si oppone a qualcosa o a qualcuno alzando muri e combattendo. Più facilmente sarà un cambiamento che si potrà realizzare a partire da basi individuali, imparando a conoscere e a valorizzare le differenze.
James Hillman lo chiamava il pensiero del cuore. L’estetica concepita come pensiero del cuore, come epistemologia, ci consente un rapporto col mondo in cui non esiste più un dominatore e un dominato. Aprirsi all’altro senza giudizi, diagnosi, prescrizioni è sentire con il cuore ed è fare anima.