30/01/2026
È di poche settimane fa la proposta dei Ministri Valditara e Piantedosi, di autorizzare l'uso dei metal detector nelle scuole che ne facciamo richiesta, proposta venduta come “misura di sicurezza”.
Ma sicurezza per chi?
È un gesto che somiglia più a un cerotto che a una cura. Un cerotto che rassicura gli adulti, le istituzioni, l’opinione pubblica: qui non entrano coltelli. Eppure nessuno sembra chiedersi perché quei coltelli qualcuno li porti fin lì.
Davvero pensiamo che il problema nasca al cancello della scuola?
O nasce molto prima, nel silenzio, nell’assenza, nello sguardo che non vede, nell’ascolto che non arriva mai?
Un metal detector non intercetta il disagio, non legge la rabbia, non accoglie la paura.
Non insegna a gestire la frustrazione, non costruisce relazioni, non cura le ferite invisibili.
Serve solo a dire: noi abbiamo fatto qualcosa. Ma fare qualcosa non è sempre fare la cosa giusta.
La domanda scomoda è un’altra:
vogliamo davvero che i ragazzi non abbiano bisogno di arrivare armati, o ci basta impedirglielo?
Vogliamo investire tempo, risorse, competenze per vederli, ascoltarli, accompagnarli, oppure è più semplice aumentare controlli, restrizioni, dare colpe e punizioni?
La sicurezza vera non passa dai metal detector, passa da adulti che si assumono la responsabilità educativa, emotiva e sociale di una generazione.
Passa dal coraggio di fermarsi e chiedersi non solo come difenderci,
ma perché stiamo crescendo ragazzi che sentono di doversi difendere dal mondo.
Finché continueremo a mettere cerotti senza curare la ferita,
non stiamo proteggendo i ragazzi, stiamo solo proteggendo la nostra coscienza.
Buona giornata 🌱