Dott.ssa Cristiana Frattesi - Psicologa - Psicoterapeuta

Dott.ssa Cristiana Frattesi - Psicologa - Psicoterapeuta Quando smettiamo di difenderci,
diveniamo inattaccabili.

La Matrioska russa è una potente oggetto che racconta il mistero della vita, della famiglia e dell’identità umana.Il suo...
16/04/2026

La Matrioska russa è una potente oggetto che racconta il mistero della vita, della famiglia e dell’identità umana.
Il suo nome deriva da Matryona, un antico nome femminile russo legato alla maternità, alla fertilità e alla forza generativa in una continuità generazionale fatta di protezione, trasmissione e appartenenza.
Quando si apre una matrioska, si entra in una storia che procede per strati, dove la bambola più grande protegge la più piccola, e quella più piccola custodisce la successiva.
In questo gioco di contenitori si riflette qualcosa simile alla terapia: la nostra identità non è mai unitaria e lineare, ma stratificata, siamo molto di più di ciò che si vede.

Spesso le persone arrivano in terapia dicendo: “Non capisco perché sto male… in fondo andava tutto bene.”

Come una matrioska chiusa, si mostra all’esterno una vita apparentemente coerente, magari anche “funzionante”, mentre il disagio segnala che esistono livelli più profondi che non sono ancora stati riconosciuti.
Il lavoro terapeutico somiglia ad un aprire lentamente una matrioska.
Si parte dallo strato più visibile: il sintomo, il disagio, la fatica presente.
Poi, con tempo e delicatezza, si incontrano altri livelli: emozioni non espresse, bisogni rimasti inascoltati, esperienze passate, dinamiche relazionali interiorizzate.
A volte emergono parti più antiche: il bambino che siamo stati, le aspettative familiari, i modelli appresi, le delusioni ricevute, non sempre riconosciute.
Altre volte si incontrano parti ancora più profonde e silenziose: vulnerabilità, paure, desideri "imprigionati", difficilmente espressi.
E così, ciò che “andava tutto bene” inizia a mostrare la sua complessità.
La matrioska ci insegna che il benessere non coincide sempre con l’assenza di problemi visibili, ma con la possibilità di entrare in relazione con i propri strati interni.
Non si tratta di “trovare una causa” in modo lineare, ma di riconoscere che ogni livello ha un senso, una funzione, una storia.
In terapia non si rompe la matrioska, non si forza l’apertura, si accompagna la persona, con rispetto, ad aprirsi al proprio ritmo.
E spesso accade qualcosa di importante: ciò che inizialmente era vissuto come confuso o inspiegabile, trova una forma, una narrazione, un significato.
La matrioska, allora, non è solo un simbolo della famiglia o della generazione, ma diventa una metafora dell’interiorità umana.
Ci ricorda che ogni persona contiene molto più di ciò che appare, che ogni storia ne custodisce altre.
E che dentro ogni “non capisco perché sto male” esiste un percorso possibile di scoperta.
Uno strato alla volta.🪆

Che questa Pasqua porti luce, speranza e piccoli momenti che scaldano il cuore.Pasqua è rinascita, è luce è coraggio di ...
05/04/2026

Che questa Pasqua porti luce, speranza e piccoli momenti che scaldano il cuore.
Pasqua è rinascita, è luce è coraggio di ricominciare... sempre.
Che sia davvero speciale per tutti voi. Buona Pasqua! 🌿🐣💛

Dietro ogni gesto estremo di un adolescente c’è sempre una fragilità silenziosa: un misto di solitudine, rabbia, ansia, ...
02/04/2026

Dietro ogni gesto estremo di un adolescente c’è sempre una fragilità silenziosa: un misto di solitudine, rabbia, ansia, emozioni che restano inascoltate. Aldilà delle cause, famiglie, scuola, società, le istituzioni non recepiscono abbastanza il bisogno dei ragazzi di essere ascoltati, visti, riconosciuti, troppo spesso ci concentriamo più sulla ricerca di colpevoli che sulla comprensione di chi, in realtà, sta chiedendo aiuto.
E mentre i ragazzi crescono soli, i segnali di disagio rimangono invisibili fino alla tragedia. Psicologi scolastici ancora senza fondi stabili, servizi di supporto emotivo che arrivano come elemosine: ogni anno una corsa ad accendere un piccolo faro nel buio, senza garanzie che duri oltre il bando. È una gara ingiusta contro il tempo, in cui i ragazzi perdono, e la società si accorge troppo tardi del loro dolore.
Non possiamo limitarci a reagire quando il danno è già fatto. Ascoltare, accompagnare, riconoscere la sofferenza è un investimento che richiede impegno, attenzione, risorse e volontà politica. La prevenzione non è un costo: è l’unica possibilità di interrompere il ciclo della violenza e della solitudine.
Ogni adolescente trascurato è una storia sospesa, un futuro a rischio, un grido silenzioso che rischia di diventare tragedia.
La vera emergenza non è l’atto violento: è l’indifferenza che lo precede, l’incapacità di vedere i ragazzi prima che il loro dolore esploda. Se vogliamo davvero proteggere le nuove generazioni, dobbiamo smettere di inseguire la cronaca e iniziare a costruire un ascolto costante, stabile, concreto.
Non rimandando ad un domani, non ad intermittenza, non solo in emergenza, bisognerebbe agire subito, perché non c’è momento migliore di questo per tendere la mano a chi sta lottando nel silenzio.
Buona giornata.🌿🌱

Ieri mattina, passeggiando, ho incontrato una cara amica che non vedevo da tempo. Ci siamo fermate qualche minuto, tra p...
29/03/2026

Ieri mattina, passeggiando, ho incontrato una cara amica che non vedevo da tempo. Ci siamo fermate qualche minuto, tra parole di circostanza ed altre più profonde, con quel misto di piacere e lieve esitazione che accompagna gli incontri inattesi.
Ed è stato proprio in quel momento che ho pensato a quanto, spesso, non basti nemmeno riconoscersi per fermarsi davvero, perché abbiamo bisogno di un pretesto, qualcosa che autorizzi il contatto, che renda legittimo quel “come stai?”come se la spontaneità, da sola, non fosse più sufficiente.
“Allora ci prendiamo un caffè?” diventa una mediazione che spesso protegge dall’esposizione diretta del desiderio, perché invitare significa mostrarsi e riconoscere un bisogno, tollerare l’incertezza della risposta, esporsi al rischio di non essere ricambiati.
Così preferiamo contesti “protetti”, occasioni casuali, motivi esterni, modi indiretti per avvicinarci senza scoprirci troppo, eppure è proprio lì, in quella piccola esposizione, che può nascere qualcosa di autentico.
“Ti va di fare due passi?” “Mi piacerebbe parlare un po’ con te", frasi semplici che contengono un desiderio che si lascia vedere.
Forse non serve un vero pretesto perché, in fondo, l’incontro accade davvero quando smettiamo di cercare autorizzazioni esterne e iniziamo a riconoscere e a sostenere il nostro stesso desiderio di esserci.
Oggi è la Domenica delle Palme, un giorno che, simbolicamente, parla di accoglienza, di passaggi, di relazioni.
Forse anche nei nostri piccoli incontri quotidiani c’è qualcosa di simile: un gesto semplice, quasi fragile, che tenta di aprire uno spazio.
Perché, a volte, ciò che chiamiamo esitazione è solo desiderio che non ha ancora trovato il coraggio di dirsi: “Mi fa piacere incontrarti e parlare un po' con te.”
Buona domenica delle Palme 🌿🕊️

Ci sono bambini e adolescenti che non diventano orfani solo perché un genitore muore, diventano orfani perché muore l’un...
24/03/2026

Ci sono bambini e adolescenti che non diventano orfani solo perché un genitore muore, diventano orfani perché muore l’unico adulto che si prendeva cura di loro, l’unico che li vedeva e proteggeva.
E l’altro genitore, pur essendo vivo, non è un rifugio, ma una minaccia, o un’assenza emotiva così radicale da richiedere difesa, non affidamento.
Sono bambini, ragazzi già cresciuti dentro contesti pieni di criticità e avversità, dove hanno conosciuto la paura prima della spensieratezza, la tensione prima della fiducia, la vigilanza prima del gioco.
Poi accade l’evento traumatico: la morte dell'unico genitore presente ed accudente, e all’improvviso si apre un vuoto affettivo ed esistenziale e si perde tutto: quella voce che rassicura, quello sguardo che diceva “ci sono”, la protezione concreta nelle piccole e grandi fragilità.
Manca chi riconosce e convalida il loro dolore, manca chi li rappresenta quando non hanno ancora parole sufficienti per farlo, soprattutto manca, spesso, il riconoscimento sociale della loro condizione.
Poi arrivano gli adulti, le istituzioni che dovrebbero proteggere, comprendere e tutelare, ma la risposta è talvolta tecnica, burocratica, neutra solo in apparenza:
“Non è possibile.” “Non ci sono i fondi.” “La normativa non lo prevede.”
Che tradotto, è un po’ come dire: “La tua condizione non è abbastanza grave per rientrare nei criteri, il tuo dolore non è sufficientemente codificato dalla legge. È come se il loro dolore fosse invisibile, come se la loro perdita fosse “una delle tante”, come se potessero adattarsi, ancora una altra volta. Ma un bambino non dovrebbe mai adattarsi alla solitudine, ed un adolescente non dovrebbe imparare a sopravvivere senza protezione.
Quando gli adulti, soprattutto se rappresentano le Istituzioni che in teroia dovrebbero proteggerli, non riconoscono il loro bisogno di “cura”, creano un’ulteriore ferita, quando le istituzioni non vedono o peggio sminuiscono, il trauma si stratifica. E ogni volta che non riconosciamo un bisogno infantile, stiamo insegnando a quel bambino che il suo dolore non merita spazio e si ripete un messaggio silenzioso di umiliazione: “Il tuo dolore non conta abbastanza. Tu non conti abbastanza!!!”
Perché quando un bisogno infantile non viene riconosciuto, non scompare: si organizza nel silenzio.
La domanda non è se questi bambini siano abbastanza forti per adattarsi, ma perché continuiamo a chiederglielo, mentre il sistema si limita a verificare se il loro dolore è formalmente idoneo.
Finché considereremo “sopravvivere” una forma accettabile di crescita, il problema non sarà la loro fragilità, ma il nostro sguardo: la soglia con cui decidiamo chi merita protezione e quanta dignità siamo disposti a restituire a chi ha già perso troppo.
Buona giornata 🌱🎈

19 marzo: Festa del Papà.Un invito silenzioso a fermarsi per guardare indietro, tra ricordi nitidi e altri sfumati, dove...
19/03/2026

19 marzo: Festa del Papà.
Un invito silenzioso a fermarsi per guardare indietro, tra ricordi nitidi e altri sfumati, dove le parole dette si mescolano a quelle mai pronunciate. E crescendo, il ruolo di un padre cambia forma: da figura che guida, a presenza che resta, a volte vicina, a volte lontana, ma comunque parte di ciò che siamo diventati.
Essere figli adulti significa anche questo: riconoscere le imperfezioni, comprendere i silenzi, rileggere certi gesti con occhi nuovi. E magari trovare, proprio lì, un senso diverso forse più umano, spesso più vero.
Un giorno per dire “grazie”, ma anche per accettare ciò che è stato, per lasciare spazio a ciò che ancora può essere. Perché i legami non smettono di evolversi, anche quando crediamo di conoscerli già.
A mio padre, al padre dei miei figli ed a tutti i padri, presenti in mille forme diverse.
Un augurio a tutti quei figli che continuano, ogni giorno, a cercare un modo per capire e per sentirsi capiti.❣️
Buona giornata 🌱🌳

A volte i ragazzi non fanno grandi discorsi, non usano parole difficili, né fanno mai grandi richieste.Arrivano a scuola...
13/03/2026

A volte i ragazzi non fanno grandi discorsi, non usano parole difficili, né fanno mai grandi richieste.
Arrivano a scuola e ti chiedono con una semplicità disarmante: “Ti sono mancato?”
In quelle tre parole c'è molto più di una curiosità, c'è una domanda silenziosa che molti ragazzi portano dentro:
Qualcuno si accorge se ci sono?
Qualcuno mi pensa quando non sono qui?
Io lascio una traccia?
Gli adolescenti spesso sembrano distanti, provocatori, disinteressati.
Ma sotto quella superficie c’è un bisogno antichissimo e profondamente umano di essere visti.
Essere visti non significa essere controllati, significa essere riconosciuti nella propria esistenza, significa sapere che, nel mondo di un adulto, la loro presenza non è indifferente.
Per molti ragazzi la questione non è tanto sapere se sono bravi o se stanno facendo bene.
La domanda più profonda è: “Io esisto nella mente di qualcuno?”
“La mia assenza lascia una traccia?”
Quando un ragazzo chiede “ti sono mancato?” non sta cercando una risposta "giusta" , sta cercando un segnale che dica:
“Sì, ti vedo.”
“Sì, la tua presenza conta.”
“Sì, nel mio pensiero c’è spazio anche per te.”
Crescere è anche questo:
fare esperienza di essere stati pensati da qualcuno.
Perché quando un ragazzo si sente visto, pensato e tenuto nella mente di un adulto, succede qualcosa di potente: comincia lentamente a imparare a tenersi nella mente anche da solo.
E forse è proprio questo uno dei doni più grandi che possiamo offrire ai ragazzi: non solo soluzioni,
ma una presenza che lascia traccia.
A volte serve davvero poco, a volte basta poter rispondere, con verità:
“Sì, ti ho pensato.”
Buona giornata 🌱☀️

Ho riletto Topolino dopo svariati anni e mi ha colpito un aspetto a cui non avevo mai fatto caso prima: nessun personagg...
03/03/2026

Ho riletto Topolino dopo svariati anni e mi ha colpito un aspetto a cui non avevo mai fatto caso prima: nessun personaggio ha una famiglia, nel senso tradizionale del termine, non ci sono genitori presenti, nessuno ha figli, e gli zii, quando ci sono, spesso falliscono come figure di riferimento. Zio Paperone è ricco ed egocentrico, distante e tirchio; Paperino è vulnerabile e perennemente in difficoltà, da sempre innamorato di Paperina ma incapace di trasformare il sentimento in qualcosa di concreto. Nonna Papera è presente, ma simbolicamente marginale, custode di memoria e cura discreta e occasionale. Poi c'è Gastone che sembra sempre spettatore fortunato e passivo, quasi estraneo alle dinamiche familiari.
Qui Quo e Qua esistono solo come gruppo, non sviluppano mai una loro identità, e rappresentano i veri saggi, spesso custodi di chi invece dovrebbe proteggerli. Una dinamica familiare questa che, seppur giocosa e surreale, assume un valore simbolico potente: riflette molte realtà delle famiglie contemporanee, dove gli adulti non sempre garantiscono calore, protezione e stabilità a bambini ed adolescenti che a volte crescono assumendosi responsabilità precoci, imparando resilienza e autonomia, con un desiderio di affetto spesso idealizzato e frustrato.
Forse è proprio questo il fascino e la malinconia di questi fumetti di altri tempi e luoghi dove la solitudine non annulla la famiglia, ed i legami si costruiscono nella cura reciproca ché resiste alle assenze e alle fragilità degli adulti.
Nella vita reale, invece, siamo spesso soli, privi di reti che ci sostengano come in quei fumetti. Eppure, rileggendo quelle pagine, possiamo cogliere come, anche nella solitudine, possiamo imparare a prenderci cura di chi ci sta accanto, a creare micro famiglie, piccoli legami chei ci tengono vivi. La magia di quei mondi ci ricorda che la famiglia non è solo sangue o presenza costante, ma anche attenzione, responsabilità condivisa e affetto, che possiamo scegliere di offrire, con un piccolo gesto alla volta.
Buona giornata 🌱💕

San Valentino, la festa dell’amore e del coraggio! Perché ci vuole coraggio per  imparare ad amare senza annullarsi, per...
14/02/2026

San Valentino, la festa dell’amore e del coraggio!
Perché ci vuole coraggio per imparare ad amare senza annullarsi, per imparare a restare, invece di scappare, per imparare a chiedere, invece di pretendere.
San Valentino è un'occasione per chiederci se davvero ci trattiamo con la stessa gentilezza con cui trattiamo chi amiamo, se sappiamo ascoltare l’altro o se sappiamo restare quando l’altro è diverso da noi, da come ce lo aspettavamo.
Perché l’amore maturo non è assenza di conflitto, è la capacità di riparare, di dire “mi dispiace” e “scusa”.
E forse, il gesto più rivoluzionario è scegliere relazioni che non attivano la nostra paura, ma nutrono la nostra sicurezza.
Relazioni in cui il rispetto viene prima dell’orgoglio, in cui i confini non sono muri ma spazi di cura, in cui la presenza è più importante della perfezione e la responsabilità emotiva è un impegno reciproco.
Un San Valentino per regalare rispetto, presenza, ascolto e verità.
E, se riusciamo, regaliamoci la stessa cosa. Perché l’amore che fa bene al cuore inizia sempre da lì.
Buon San Valentino! 🌹💖

Perché ci infastidisce così tanto chi si lamenta?Qualcuno che condivide le sue fatiche, che qualcosa non va, che quello ...
06/02/2026

Perché ci infastidisce così tanto chi si lamenta?
Qualcuno che condivide le sue fatiche, che qualcosa non va, che quello che fa è faticoso, ingiusto, troppo.
Ma il lamento non è mai solo uno sfogo: è spesso una richiesta di riconoscimento.
E forse ci infastidisce perché ascoltare chi si lamenta è faticoso, perché non ci chiede soluzioni, non ci offre la possibilità di “fare qualcosa”, o dare soluzioni " giuste".
Al contrario si chiede presenza, ascolto, riconoscimento.
E questo ci fa sentire impotenti.l, perché non c’è nulla da sistemare, apparentemente nulla da dire, c’è solo la richiesta di restare lì, senza aggiustare, né correggere, tanto meno giudicare.
Spesso pensiamo che chi si lamenta stia cercando soluzioni, quasi mai è così.
A volte le soluzioni vengono persino boicottate, rifiutate, svalutate, perché prima di cambiare, le persone hanno bisogno di avere ragione, di sentire che la loro fatica è reale, legittima, comprensibile.
Essere visti viene prima del risolvere, ed essere ascoltati viene prima del “cosa dovresti fare”.
Senza questo passaggio, ogni proposta rischia di suonare come una critica mascherata.
Forse il punto non è smettere di lamentarsi, ma chiederci: di cosa ho davvero bisogno quando mi lamento?
Di una soluzione…
o di qualcuno che dica:
“Sì, è difficile. E ha senso che tu ti senta così.”
Buon venerdì!💕

È di poche settimane fa la proposta dei Ministri Valditara e Piantedosi, di autorizzare l'uso dei metal detector nelle s...
30/01/2026

È di poche settimane fa la proposta dei Ministri Valditara e Piantedosi, di autorizzare l'uso dei metal detector nelle scuole che ne facciamo richiesta, proposta venduta come “misura di sicurezza”.
Ma sicurezza per chi?
È un gesto che somiglia più a un cerotto che a una cura. Un cerotto che rassicura gli adulti, le istituzioni, l’opinione pubblica: qui non entrano coltelli. Eppure nessuno sembra chiedersi perché quei coltelli qualcuno li porti fin lì.
Davvero pensiamo che il problema nasca al cancello della scuola?
O nasce molto prima, nel silenzio, nell’assenza, nello sguardo che non vede, nell’ascolto che non arriva mai?
Un metal detector non intercetta il disagio, non legge la rabbia, non accoglie la paura.
Non insegna a gestire la frustrazione, non costruisce relazioni, non cura le ferite invisibili.
Serve solo a dire: noi abbiamo fatto qualcosa. Ma fare qualcosa non è sempre fare la cosa giusta.
La domanda scomoda è un’altra:
vogliamo davvero che i ragazzi non abbiano bisogno di arrivare armati, o ci basta impedirglielo?
Vogliamo investire tempo, risorse, competenze per vederli, ascoltarli, accompagnarli, oppure è più semplice aumentare controlli, restrizioni, dare colpe e punizioni?
La sicurezza vera non passa dai metal detector, passa da adulti che si assumono la responsabilità educativa, emotiva e sociale di una generazione.
Passa dal coraggio di fermarsi e chiedersi non solo come difenderci,
ma perché stiamo crescendo ragazzi che sentono di doversi difendere dal mondo.
Finché continueremo a mettere cerotti senza curare la ferita,
non stiamo proteggendo i ragazzi, stiamo solo proteggendo la nostra coscienza.
Buona giornata 🌱

Oggi è domenica, l’ennesimo giorno di tempo grigio, a tratti piovoso.Un clima che inevitabilmente incide sul ritmo della...
25/01/2026

Oggi è domenica, l’ennesimo giorno di tempo grigio, a tratti piovoso.
Un clima che inevitabilmente incide sul ritmo della giornata, riducendo le possibilità e invitando a una naturale sospensione del fare.
Le possibilità si riducono, i ritmi rallentano, meno stimoli esterni, più ascolto interno.
Il grigio non è solo mancanza di luce, ma una leggera sfumatura, un passaggio, e la pioggia una pausa che rende il tempo meno frenetico, più abitabile.
Sembra strano, ma è più semplice stare con se stessi, ci si concede di essere meno produttivi, forse un po' più tolleranti: solo presenza, osservazione, contatto.
Perché fermarsi non significa interrompere il movimento,
ma consentire a ciò che è interno di emergere con maggiore chiarezza.
È uno spazio di riorganizzazione silenziosa, in cui pensieri ed emozioni possono trovare un ordine più naturale. È quando qualcosa interviene imponendo un freno, che può aprirsi la possibilità di un diverso tipo di ascolto.
Non sempre ciò che rallenta ostacola: talvolta protegge, contiene, orienta ed accogliere questi momenti permette di trasformare la pausa in risorsa, e di riconoscere che anche nel rallentare può esserci un movimento importante, rivolto verso l’interno.
Che sia una buona domenica!🔥

Indirizzo

Piazza Mazzini 9
Falconara Marittima
60015

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

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