20/05/2020
Questione affettiva nelle coppie omosessuali: carica eversiva e rivoluzionaria
Abbiamo pensato di continuare, sulla linea delle precedenti parte 1 e 2, una terza parte, questa volta dal carattere più politico e anche sfidante a mettere in discussione i ruoli di genere, rendendo ancora più chiara la nostra posizione e il nostro impegno politico nella lotta che portiamo avanti!
Esiste una gerarchia di valori, ruoli e stereotipi dove quelli associati al genere maschile sono positivi, mentre allo stesso tempo viene attuato un processo di svalutazione di quelli riconosciuti come femminili, risultato dell’appannaggio dello stereotipo stesso.
C’è bisogno di una rivoluzione e rivalutazione di queste qualità in quanto
per essere esseri umani completi, bisogna attingere da entrambe le categorie a seconda della propria indole personale: una persona può essere sia sensibile, sia assertiva; sia empatica, sia razionale; sia amorevole, sia indipendente.
Queste caratteristiche formano un semplice “decent human being”, per questo è necessario uscire da questa considerazione del femminile come degradante al fine di rivalutarlo, affinché sia chi si identifica come uomo o come donna possa riappropriarsi di caratteristiche che sono semplicemente umane
All’interno del mito della complementarietà, tipico del modello eterosessuale, l’amore romantico enfatizza la divisione dei ruoli nella coppia, perché uomo e donna, secondo la narrazione dei ruoli di genere, sarebbero intrinsecamente diversi e opposti.
“Women are from venus, men from mars” e ad ognuno spetta dividersi i compiti secondo le proprie “attitudini naturali”, come sostentare economicamente la famiglia per gli uomini e la cura della prole per le donne.
Nonostante la tradizione, questo paradigma è tossico perché trasforma la coppia in un mero rapporto di dipendenza e simbiosi a discapito delle libertà e indipendenze individuali.
Ma qual è il punto di unione tra questo paradigma e la comunità LGBT?
Questo complesso della complementarietà si è insediato nelle coppie omosessuali e ha influenzato gli individui a riprodurre gli atteggiamenti tossici dati dall'eteronormatività sfociando nella “cultura della rispettabilità”: all’interno della comunità si tendono a riprodurre i valori della società dominante, dunque diffidenza e disprezzo verso coloro che sono meno conformi alle norme, per scelta o necessità. “Siete troppo strani, date una cattiva immagine di noi, non fate parte della comunità (se non fosse per “voi”, gli etero/cis ci rispetterebbero)”.
I target di questo atteggiamento tendono a essere le persone non binary, asessuali, bisessuali, pansessuali, poliamorose, kinky, s*x workers, le persone q***r con una visibilità o uno stile di vita “visibilmente insoliti”. Difatti, appartenere ad una categoria discriminata/un asse di discriminazione non significa automaticamente essere incapaci di commettere discriminazione a propria volta, in particolar modo nel momento in cui si cerca di avvicinarsi ad un modello comportamentale largamente diffuso ma ricolmo di contraddizioni, pregiudizi e dislivelli al fine di poter essere uniformati. Dunque la vera domanda dovrebbe essere: “Perché essere uniformati e validati da una cultura instabile?”, ed è qui che risiede la carica sovversiva della comunità LGBT che dovrebbe tendere alla decostruzione ed abbattimento dei ruoli di genere, del patriarcato, delle “norme sociali” che fino ad ora hanno permesso l’instaurarsi di un modello tossico per tutti, eterosessuali compresi, vittime del loro stesso pensiero. Concludendo, sarebbe auspicabile concepirsi come esseri completi, indipendenti, capaci di fare le cose da soli, senza pensarsi come difettosi in assenza di un/una partner, perché distanti dal ruolo di genere imposto o per un ideale in contrasto con la moltitudine.