05/11/2025
La Consapevolezza (Mindfulness) e il processo del Conoscere
Diversi maestri di buddhismo theravāda sottolineano che la consapevolezza è il conoscere, che la mente del Buddha è “puro conoscere”.
Della natura di questo conoscere è credo sia importante interrogarci,
e smontarne ogni pretesa concettuale.
Il sapere al quale facciamo riferimento nella pratica di consapevolezza, mindfulness o vipassanā, così come nello yoga, è un sapere incarnato.
Risiede più nel corpo che nella mente.
Il termine consapevolezza spesso è mal compreso, inteso come un conoscere che è prima di tutto mentale. Facilmente si privilegia il pensare rispetto al sentire, mentre ciò di cui si tratta è la nudità del sentire.
Un sentire n**o, cioè libero dai rivestimenti e dalle rigidità che la concettualizzazione inevitabilmente genera.
Il termine sapere può essere ancora più ingannevole.
A volte, nelle istruzioni, si dice sei consapevole se:
"Quando respiri, sai di respirare.
Quando cammini, sai di camminare.
Quando sei seduto, sai di essere seduto."
Ma formulato così, questo sapere può sembrare qualcosa che si possa detenere, che si afferra con l’intelletto, qualcosa da portare a casa come un “io so”.
Un affare che si chiude con un concetto, e con un io che si rafforza nel detenere un sapere.
Se invece ci accostiamo al conoscere come a un processo che accade nella sensibilità, momento per momento, nell’accadere stesso delle cose, allora si apre un altro spazio e la consapevolezza si fa incarnata:
Mentre cammino, conosco il camminare.
Mentre respiro, conosco il respirare.
Mentre muovo la mano sinistra, conosco il muovere della mano sinistra.
Formulato così, si esprime con maggiore chiarezza il processo dell’essere presenti al processo della vita proprio mentre la vita si svolge, conoscendolo attraverso l’intimità.
C’è un’attività che si compie con il corpo, e c’è un conoscere quell’attività attraverso un’adesione intima e sensoriale alle dinamiche in atto.
Questo conoscere, se è autentico, non può che essere nel presente.
Non conosco ora il camminare per poi trattenerlo come un sapere, ma lo conosco nell’intimità di questo passo, di questo respiro, di questo gesto che si dà ora.
Non c’è nulla da possedere. Solo un accadere che continuamente si rinnova.
Al prossimo passo, tutto è già dimenticato: si apre un nuovo conoscere, fresco, vivo.
Il conoscere è un processo che accade nell’adesso, e richiede il nostro interesse nel lasciarlo accadere.
A volte una parte del corpo può agire in un modo che potrebbe sembrare automatico — pensiamo, ad esempio, al guidare.
Questo va bene così: non si tratta di mettere in discussione ciò che il corpo sa già fare, ma di essere in ascolto intimo mentre lo fa.
Si è davvero automatici quando lasciamo da solo l’automatismo funzionale, senza essere presenti, senza attivare il conoscere incarnato (quella che io chiamo embodied mindfulness), la consapevolezza processuale, senza il tocco intimo dell’attenzione morbida.
Questo ascolto può sentirsi a volte come qualcosa di interno, altre volte come un abbracciare dall’esterno.
Nel Satipaṭṭhāna Sutta si dice infatti:
“Così dimora contemplando il corpo nel corpo internamente,
o dimora contemplando il corpo nel corpo esternamente,
o dimora contemplando il corpo nel corpo internamente ed esternamente.
Così pure contempla le sensazioni nelle sensazioni internamente,
o contempla le sensazioni nelle sensazioni esternamente,
o contempla le sensazioni nelle sensazioni internamente ed esternamente.”
(Satipaṭṭhāna Sutta, Majjhima Nikāya 10)
Così posso conoscere dall’interno e nell’istante il camminare, il mangiare, il sentirmi smarrito, offeso, triste, gioioso, stanco.
Ogni esperienza può entrare in questo campo di intima contemplazione, lasciando cadere l’illusione di possedere già il sapere — cercando invece, ogni volta, il sapore dell’esperienza.
Realizzando che solo rinunciando alla pretesa di sapere posso aprirmi al conoscere, una scoperta intrisa di meraviglia che accade attimo per attimo.