15/04/2026
Nel panorama della Criminologia e della Psicologia Clinica, la violenza intenzionale sugli animali è classificata come un indicatore comportamentale ad alto valore diagnostico. Non si tratta di episodi marginali né di devianze occasionali, ma di condotte che segnalano una compromissione significativa dei meccanismi di empatia, inibizione morale e regolazione degli impulsi.
Quando alla violenza fisica si associa anche una componente di natura sessuale, il quadro si colloca in una dimensione ancora più grave, riconducibile alla Zoosadismo, una forma specifica di Sadismo in cui la sofferenza dell’animale diventa parte integrante della gratificazione, anche su un piano parafilico. In questi casi, il comportamento non è solo aggressivo, ma strutturalmente orientato alla dominanza, all’umiliazione e alla completa oggettivazione della vittima.
Tali condotte risultano frequentemente associate a tratti del Disturbo Antisociale di Personalità e ai profili della Triade Oscura, con marcata assenza di empatia, ridotta capacità di colpa e tendenza alla strumentalizzazione dell’altro. L’elemento sessuale, in questo contesto rappresenta un’estensione del controllo e della sopraffazione.
La letteratura evidenzia inoltre il Link tra violenza sugli animali e violenza interpersonale, la violenza sugli animali, soprattutto quando caratterizzata da componenti sadiche e sessuali, costituisce un indicatore di rischio ancora più elevato per possibili escalation verso forme di violenza su esseri umani.
Dal punto di vista neuropsicologico, si osservano deficit nei circuiti dell’empatia e del controllo inibitorio, con alterazioni nei sistemi prefrontali e limbici. In questo assetto, l’altro non esiste come soggetto ma come oggetto disponibile. La vulnerabilità non attiva protezione, ma diventa un trigger per l’azione violenta.
È per questo che definizioni come “bravata” o “ragazzata” risultano non solo inappropriate, ma clinicamente e criminologicamente errate. Qui non siamo di fronte a immaturità ma siamo di fronte a pattern comportamentali strutturati, con elementi di rischio elevato e tendenza alla reiterazione.
I casi concreti rendono evidente ciò che la teoria descrive.
Odino è arrivato in clinica con lesioni compatibili con necrosi da avascolarizzazione bilaterale e simmetrica, indicativa di costrizione prolungata. Le ustioni localizzate a baffi e orecchio indicano l’impiego deliberato di fonti di calore. L’insieme degli elementi esclude cause accidentali e orienta verso un’azione intenzionale, reiterata e metodica.
La gattina Rosy rappresenta un caso ancora più estremo: vittima di abuso grave, anche con componente sessuale, ha riportato lesioni multiple e uno stato di sofferenza tale da metterne concretamente a rischio la vita. La dinamica evidenzia un comportamento attivo, persistente e orientato non solo al danneggiamento, ma alla completa sopraffazione dell’animale.
Questi episodi non sono anomalie isolate. Sono espressioni coerenti di uno stesso schema, dominio, desensibilizzazione alla sofferenza, oggettivazione totale della vittima.
E questo, in ambito psicologico è un indicatore di rischio elevato.
Ignorarlo non lo ridimensiona. Lo rende solo più pericoloso.
Perché quando la sofferenza diventa un mezzo di piacere e la vulnerabilità un bersaglio, non siamo più davanti a una deviazione, ma a un profilo che, se non fermato, è destinato a compiere crimini.
Dottoressa Bruna Rucci
Psicologa Psicoterapeuta
Consulente Giuridica