Progetto Medusa

Progetto Medusa Progetto“Medusa” nasce dalla collaborazione fra professioniste esperte nelle tematiche della violenza

28/05/2026
Vi aspettiamo!
25/05/2026

Vi aspettiamo!

Ci sono giorni in cui tutta la fatica, l'impegno, le battaglie combattute in silenzio e il lavoro fatto con ostinazione,...
18/05/2026

Ci sono giorni in cui tutta la fatica, l'impegno, le battaglie combattute in silenzio e il lavoro fatto con ostinazione, professionalità e amore trovano finalmente un senso profondo.
Oggi è uno di quei giorni.
Dopo un lungo percorso, fatto di impegno, collaborazione, ascolto e grande lavoro sinergico tra professionisti, arriva una notizia che riempie il cuore di gioia e soddisfazione, una bambina piccolissima, portata in una casa famiglia quando non aveva ancora due anni, oggi potrà finalmente tornare a casa.
È una vittoria costruita passo dopo passo, senza clamore, a testa bassa, mettendo sempre al centro un solo ed esclusivo interesse: quello dei bambini.
Un grazie speciale va anche alla sensibilità, all’equilibrio umano e alla professionalità di una CTU, che ha saputo guardare oltre le carte, oltre i pregiudizi, mettendo al centro la verità, i bisogni e i diritti di una bambina.
Oggi celebriamo
un ritorno.
Un abbraccio ritrovato.
Una casa che torna ad essere casa.
Una bambina che riabbraccia la sua famiglia.
E anche questa volta, lasciateci essere semplicemente felici.





La protezione smarrita Tra conciliazione forzata e conflitto totale nella difesa delle vittime    Le madri, nei procedim...
17/05/2026

La protezione smarrita
Tra conciliazione forzata e conflitto totale nella difesa delle vittime

Le madri, nei procedimenti di separazione e nei tribunali che si occupano di affidamento dei minori, vengono troppo spesso sottoposte a un sistema di valutazione continuo e invasivo della propria capacità genitoriale.
Entrano in contesti in cui devono dimostrare di essere “brave madri” e, contemporaneamente, di non essere ostative al rapporto dei figli con i padri, anche quando i padri sono violenti o abusanti. Questa è una contraddizione strutturale che attraversa molti procedimenti familiari e che produce effetti profondamente distorsivi.
Ogni loro comportamento viene letto e reinterpretato: possono essere considerate troppo presenti o troppo assenti, troppo protettive o troppo permissive, instabili, conflittuali, manipolatrici o “alienanti”. In questo quadro, la maternità diventa spesso un campo di giudizio permanente invece che una relazione da tutelare.
Il punto più critico emerge nei casi in cui le madri subiscono violenza o la denunciano. In queste situazioni si verifica frequentemente un ribaltamento della narrazione: la madre che segnala il rischio o che tenta di proteggere i figli finisce sotto scrutinio, come se la sua azione protettiva dovesse essere messa in discussione o ridimensionata.
In questo contesto, anche la risposta difensiva non è sempre adeguata alla complessità delle situazioni e tende spesso a polarizzarsi in due modalità entrambe disfunzionali.
Da un lato, esiste una difesa che tende a ridimensionare la gravità della violenza, a spingere verso la conciliazione, a contenere il conflitto e, in alcuni casi, a suggerire di ritirare o attenuare le denunce, anche quando il quadro di rischio non lo consentirebbe. Questa impostazione può avere l’effetto di depotenziare la tutela e lasciare la madre e i figli in una condizione di maggiore esposizione.
Dall’altro lato, esistono strategie difensive eccessivamente aggressive e conflittuali, che trasformano il procedimento in una battaglia totale, dove l’obiettivo diventa la vittoria processuale più che la protezione delle persone coinvolte. In questi casi, il conflitto viene amplificato e prolungato, con effetti pesanti sulla madre e soprattutto sui minori, che diventano di fatto parte di una dinamica giudiziaria esasperata.
In entrambe le situazioni, il rischio è lo stesso: lo spostamento del focus dalla protezione reale alla gestione del conflitto, con la conseguenza che la madre si ritrova spesso senza una strategia realmente centrata sulla sicurezza, ma oscillante tra minimizzazione del rischio e escalation giudiziaria.
Il principio della bigenitorialità, se applicato in modo astratto e non contestualizzato, può in questo quadro produrre effetti distorsivi: invece di garantire il benessere del minore, rischia di essere utilizzato come criterio rigido anche in presenza di violenza, con conseguenze potenzialmente dannose.
Il nodo centrale resta questo: nei contesti di violenza domestica non può esistere neutralità tra le parti. La priorità deve essere la sicurezza concreta del minore e del genitore che lo protegge, non la simmetria formale tra le posizioni.
Quando questo non avviene, il sistema rischia di trasformarsi in un percorso che aggiunge pressione, isolamento e delegittimazione proprio a chi sta cercando di proteggere i figli.

Dott.ssa Bruna Rucci
Psicologa Psicoterapeuta
Consulente Giuridica

Festa della mamma, ma per troppe madri non c’è niente da festeggiareCi sono madri fortunate che possono vivere accanto a...
10/05/2026

Festa della mamma, ma per troppe madri non c’è niente da festeggiare
Ci sono madri fortunate che possono vivere accanto ai loro figli senza la paura che qualcuno possa portarglieli via.
E poi ci sono madri che ogni giorno convivono con questa aungoscia.
Madri che si svegliano senza i propri bambini accanto perché un sistema ingiusto glieli ha strappati via.
Madri che combattono contro affidi sbagliati, violenze ignorate, decisioni che troppo spesso proteggono i violenti invece di chi cerca solo di proteggere i propri figli.
Ci sono bambini in casa famiglia mentre le loro madri vengono lasciate sole a lottare per poterli riabbracciare.
Oggi non servono frasi ad effetto.
Serve il coraggio di dire che troppe donne vengono abbandonate proprio dalle istituzioni che dovrebbero proteggerle.
Questa giornata è soprattutto per le madri che resistono, che non si arrendono e che continuano a lottare anche quando il sistema le schiaccia.
A loro non serve compassione.
Serve giustizia.
Noi ci siamo. ❤️

Le Professioniste di Progetto Medusa

Bambini soli in ospedaleCi sono condizioni cliniche che non compaiono negli esami diagnostici, ma che incidono profondam...
07/05/2026

Bambini soli in ospedale
Ci sono condizioni cliniche che non compaiono negli esami diagnostici, ma che incidono profondamente sullo sviluppo neuropsicologico di un bambino. Una bambina di otto anni, già segnata dal trauma della separazione dalla madre e dal padre dopo l’allontanamento da un contesto familiare affettivamente sicuro e il collocamento in casa famiglia, viene ricoverata in ospedale senza la presenza continuativa delle proprie figure di attaccamento. Dal punto di vista psicologico e neurobiologico questa è una condizione ad alto impatto clinico.
Per un bambino l’ospedale è un ambiente intrinsecamente attivante: dolore, procedure invasive, rumori, estraneità, perdita di controllo corporeo. In assenza della madre o del padre, questi stimoli non vengono regolati e diventano rapidamente esperienza di allarme. Il bambino malato e solo può vivere paura intensa, disorientamento, senso di minaccia e abbandono, con difficoltà a comprendere ciò che accade e a dare significato alla propria condizione.
La letteratura su Attachment Theory mostra che la figura di attaccamento svolge una funzione neuroregolatoria essenziale: modula l’attivazione del sistema dello stress e consente la riorganizzazione emotiva. In sua assenza si osservano iperattivazione dell’asse dello stress, aumento del cortisolo, disregolazione emotiva, regressioni comportamentali, disturbi del sonno e possibili manifestazioni dissociative.
In età evolutiva, il genitore non è solo una presenza affettiva, ma un vero regolatore esterno degli stati fisiologici ed emotivi del bambino. Quando questa funzione viene meno in un contesto medico, il ricovero può essere vissuto non solo come malattia, ma come evento traumatico relazionale.
Il quadro clinico che ne deriva non è marginale ma riguarda la possibilità che l’esperienza ospedaliera si iscriva come evento di stress acuto non regolato, con potenziali effetti sullo sviluppo della sicurezza interna e della capacità di autoregolazione emotiva.
Quando questa continuità viene spezzata, il danno non è teorico: è reale, clinicamente osservabile e ampiamente descritto in letteratura scientifica. È una frattura che si iscrive nel sistema nervoso in età evolutiva e che può compromettere in modo significativo la regolazione emotiva, la sicurezza interna e la capacità di costruire legami. Non si tratta di una difficoltà transitoria o di un semplice “disagio”, è un evento traumatico che può strutturare lo sviluppo psichico nel tempo e lasciare conseguenze persistenti, anche a distanza di anni, sul funzionamento emotivo e relazionale del bambino.
Chi prende decisioni sulla vita dei bambini si rende conto a quali traumi li espone davvero?

Dott.ssa Bruna Rucci
Psicologa Psicoterapeuta
Consulente Giuridica

05/05/2026

Si avvisa che questa pagina ha finalità esclusivamente professionali e informative.
Non è consentita alcuna forma di pubblicità, autopromozione o segnalazione di altri professionisti o servizi nei commenti.
Eventuali contenuti di questo tipo verranno rimossi senza preavviso.
Grazie
Le Professioniste di Progetto Medusa

URGENZA SULLA CARTA, IMMOBILISMO NELLA REALTÀUna CTU, professionista seria, preparata ed empatica, insieme alla neuropsi...
05/05/2026

URGENZA SULLA CARTA, IMMOBILISMO NELLA REALTÀ

Una CTU, professionista seria, preparata ed empatica, insieme alla neuropsichiatra e alla consulente CTP della famiglia, ha stabilito con chiarezza e decisione che un bambino deve uscire con urgenza dalla casa famiglia per un affido endofamiliare. Una prescrizione netta, con tempi indicati, entro pochi mesi.
La motivazione è profonda e riguarda il benessere del minore, quel bambino ha diritto di confrontarsi con il proprio passato, di comprendere il proprio vissuto, di dare un senso alla propria storia e di tornare ai suoi affetti, alla sua famiglia, dalla quale era stato violentemente strappato. Fino ad oggi, nessuno gli ha realmente spiegato ciò che ha vissuto, è stato lasciato in una bolla, con interrogativi e vuoti.
Eppure, a distanza di mesi, nulla è cambiato. Tutto è fermo. Regna un immobilismo che contraddice il senso stesso dell’urgenza indicata, e che rischia di avere conseguenze proprio su quel percorso di crescita e consapevolezza ritenuto così importante.
Colpisce, e fa riflettere, come questa lentezza non si manifesti in altri contesti. Quando si tratta di allontanare un bambino dalla madre o dalla famiglia, le procedure diventano rapide, immediate, quasi inevitabili. In quei casi, l’urgenza trova sempre una risposta tempestiva.
Qui invece no. Qui tutto resta fermo, immobile, nonostante una decisione chiara. E chi dovrebbe essere al centro di tutto, il bambino, continua a pagare il prezzo di questo immobilismo.
Una realtà che pone interrogativi profondi sul funzionamento del sistema e sull’effettiva capacità di tradurre in azioni concrete ciò che viene riconosciuto come necessario e urgente.

Dott.ssa Bruna Rucci
Psicologa Psicoterapeuta
Consulente Giuridica

Disegni strumentalizzati quando il trauma dei bambini viene usato contro di loroNel lavoro clinico con i minori allontan...
02/05/2026

Disegni strumentalizzati quando il trauma dei bambini viene usato contro di loro

Nel lavoro clinico con i minori allontanati dalla famiglia, esiste un problema grave che non può essere ignorato.
I bambini inseriti in casa famiglia, separati dalla madre e dalle figure di riferimento, vivono una condizione di trauma complesso. Questa condizione produce disorganizzazione emotiva, comportamenti contraddittori, difficoltà nella regolazione affettiva. Non è una caratteristica del bambino ma è una risposta diretta alla rottura dei legami e alla perdita.
Eppure, nella pratica, accade altro.
Strumenti grafici, come il disegno dell’albero, vengono utilizzati per “valutare” questi bambini come se il loro funzionamento fosse stabile e indipendente dal contesto. Disegni impoveriti, fragili, disorganizzati vengono letti come indicatori di personalità instabile, di struttura carente, di problematiche interne.
Questa lettura è gravemente scorretta.
Quei segni non descrivono il bambino, descrivono il trauma. Descrivono l’assenza, la paura, la discontinuità relazionale. Descrivono cosa succede a un sistema psichico quando viene sradicato.
Trasformare questi elementi in etichette cliniche significa falsare la valutazione.
Queste stesse valutazioni vengono poi utilizzate per sostenere che il bambino è “instabile”, “non pronto”, “non idoneo” a rientrare in un contesto familiare. Il risultato è un prolungamento della permanenza in comunità che si fonda su dati distorti: il disagio prodotto dalla separazione diventa la prova della necessità di mantenerla.
Questo è un cortocircuito clinico.
Il trauma generato dal contesto viene usato per giustificare il mantenimento di quel contesto.
La valutazione psicologica perde la sua funzione e diventa uno strumento di conferma, non di comprensione.
Un bambino traumatizzato non è un bambino strutturalmente instabile. È un bambino che reagisce in modo coerente a un’esperienza incoerente.
Continuare su questa linea non è solo un errore clinico ma è una pratica che prolunga il danno e istituzionalizza il trauma.

Dott.ssa Bruna Rucci
Psicologa Psicoterapeuta
Consulente Giuridica

Pareri scientifici ignorati: il rischio dell’adesione supina alla CTUNon è una questione di contrapposizione tra consule...
27/04/2026

Pareri scientifici ignorati:
il rischio dell’adesione supina alla CTU

Non è una questione di contrapposizione tra consulenze. Il punto è cosa succede quando, in un procedimento che riguarda un minore, chi è chiamato a decidere finisce per aderire senza reale confronto a una sola voce tecnica.
Se da un lato una CTU sostiene che il bambino non debba essere ascoltato, e dall’altro una consulenza tecnica di parte richiama principi clinici e scientifici a tutela del suo diritto e della sua capacità ad esprimersi, il confronto dovrebbe essere nel merito. Non nella difesa acritica della voce tecnica che si è nominata. Non nell’attacco verso chi porta elementi diversi.
Perché qui non si tratta di difendere un professionista o l’altro.
Qui si tratta, di fatto, di voler a tutti i costi e contro ogni logica, difendere la voce tecnica che si è scelto di nominare.
E allora la domanda diventa inevitabile: può la voce di un bambino essere esclusa a priori, soprattutto quando prova a raccontare le violenze che ha vissuto?
Quando il dissenso tecnico viene delegittimato invece che esaminato, e chi decide finisce per sostenere una sola impostazione criticando le altre, non si rafforza una decisione ma si restringe lo spazio di analisi.
Il diritto del minore ad essere ascoltato non è un dettaglio procedurale. È una garanzia sostanziale.
E ogni volta che viene ridimensionato o considerato superfluo, il rischio è che il suo vissuto venga deciso da altri, senza di lui.
E quando siamo in presenza di un procedimento penale vuol dire che le denunce di violenza vengono archiviate.
Perché il vero interesse del minore non si tutela nel silenzio.
Si tutela nell’ascolto, anche quando è scomodo.

Dott.ssa Bruna Rucci
Psicologa Psicoterapeuta
Consulente Giuridica

Ci sono momenti storici che si definiscono “bui” non per retorica, ma per la distanza reale tra ciò che sappiamo, scient...
23/04/2026

Ci sono momenti storici che si definiscono “bui” non per retorica, ma per la distanza reale tra ciò che sappiamo, scientificamente, umanamente, e ciò che accade.
Ci sono storie e situazioni di bambini, di madri, di famiglie nelle quali non basta più rifugiarsi nelle carte, nelle valutazioni, nei procedimenti.
Perché qui si va oltre.
Non ci interessa leggere relazioni giuridiche o perizie tecniche quando ciò che è in gioco è il legame primario di un bambino, la sua sicurezza, il suo benessere. Quel legame che la psicologia dello sviluppo riconosce come fondamento della fiducia, della sicurezza, della costruzione stessa dell’identità.
Distruggere o interrompere quel legame, soprattutto nei primi anni di vita, lo sappiamo bene, non è una decisione neutra. È un atto che incide profondamente sul sistema emotivo e neurobiologico del bambino.
Significa compromettere la fiducia di base.
Significa generare paura, disorientamento, perdita.
Significa esporre a traumi che possono lasciare segni profondi e duraturi.
In queste settimane, i bambini della cosiddetta Famiglia del Bosco continuano a non essere restituiti ai loro genitori, nonostante i passi avanti fatti da loro per adeguarsi a quanto richiesto.
E c’è una bambina piccola, in ospedale, con sintomi fisici e psicologici evidenti, per la quale si prevede comunque l’allontanamento dalla madre e il trasferimento all’estero.
Questo non è proteggere.
Questo è ignorare ciò che sappiamo sullo sviluppo umano. Questa è crudeltà fine a se stessa e mancanza di tutela dell'infanzia.
Quando si spezza il legame primario, non si sta “intervenendo”, si sta incidendo sulla vita di un bambino nel modo più profondo possibile.
E le conseguenze non sono teoriche. Sono reali. E possono essere irreversibili.

Dott.ssa Bruna Rucci
Psicologa Psicoterapeuta
Consulente Giuridica

Indirizzo

Viale Aldo Moro N. 11 G
Fiumicino
00054

Telefono

+393338455169

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Progetto Medusa pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Progetto Medusa:

Condividi

Digitare