17/05/2026
La protezione smarrita
Tra conciliazione forzata e conflitto totale nella difesa delle vittime
Le madri, nei procedimenti di separazione e nei tribunali che si occupano di affidamento dei minori, vengono troppo spesso sottoposte a un sistema di valutazione continuo e invasivo della propria capacità genitoriale.
Entrano in contesti in cui devono dimostrare di essere “brave madri” e, contemporaneamente, di non essere ostative al rapporto dei figli con i padri, anche quando i padri sono violenti o abusanti. Questa è una contraddizione strutturale che attraversa molti procedimenti familiari e che produce effetti profondamente distorsivi.
Ogni loro comportamento viene letto e reinterpretato: possono essere considerate troppo presenti o troppo assenti, troppo protettive o troppo permissive, instabili, conflittuali, manipolatrici o “alienanti”. In questo quadro, la maternità diventa spesso un campo di giudizio permanente invece che una relazione da tutelare.
Il punto più critico emerge nei casi in cui le madri subiscono violenza o la denunciano. In queste situazioni si verifica frequentemente un ribaltamento della narrazione: la madre che segnala il rischio o che tenta di proteggere i figli finisce sotto scrutinio, come se la sua azione protettiva dovesse essere messa in discussione o ridimensionata.
In questo contesto, anche la risposta difensiva non è sempre adeguata alla complessità delle situazioni e tende spesso a polarizzarsi in due modalità entrambe disfunzionali.
Da un lato, esiste una difesa che tende a ridimensionare la gravità della violenza, a spingere verso la conciliazione, a contenere il conflitto e, in alcuni casi, a suggerire di ritirare o attenuare le denunce, anche quando il quadro di rischio non lo consentirebbe. Questa impostazione può avere l’effetto di depotenziare la tutela e lasciare la madre e i figli in una condizione di maggiore esposizione.
Dall’altro lato, esistono strategie difensive eccessivamente aggressive e conflittuali, che trasformano il procedimento in una battaglia totale, dove l’obiettivo diventa la vittoria processuale più che la protezione delle persone coinvolte. In questi casi, il conflitto viene amplificato e prolungato, con effetti pesanti sulla madre e soprattutto sui minori, che diventano di fatto parte di una dinamica giudiziaria esasperata.
In entrambe le situazioni, il rischio è lo stesso: lo spostamento del focus dalla protezione reale alla gestione del conflitto, con la conseguenza che la madre si ritrova spesso senza una strategia realmente centrata sulla sicurezza, ma oscillante tra minimizzazione del rischio e escalation giudiziaria.
Il principio della bigenitorialità, se applicato in modo astratto e non contestualizzato, può in questo quadro produrre effetti distorsivi: invece di garantire il benessere del minore, rischia di essere utilizzato come criterio rigido anche in presenza di violenza, con conseguenze potenzialmente dannose.
Il nodo centrale resta questo: nei contesti di violenza domestica non può esistere neutralità tra le parti. La priorità deve essere la sicurezza concreta del minore e del genitore che lo protegge, non la simmetria formale tra le posizioni.
Quando questo non avviene, il sistema rischia di trasformarsi in un percorso che aggiunge pressione, isolamento e delegittimazione proprio a chi sta cercando di proteggere i figli.
Dott.ssa Bruna Rucci
Psicologa Psicoterapeuta
Consulente Giuridica