Dott. Riccardo Pianiri Psicologo

Dott. Riccardo Pianiri Psicologo Consulenza e colloquio psicologico:
Clinico CBT , Organizzativo, Aziendale

Non è che non vuoi davvero.È che ogni volta che stai per farlo… qualcosa dentro si chiude.Lo senti anche tu?Sai cosa vor...
07/02/2026

Non è che non vuoi davvero.
È che ogni volta che stai per farlo… qualcosa dentro si chiude.
Lo senti anche tu?
Sai cosa vorresti.
Sai cosa sarebbe giusto per te.
Eppure, quando stai per muoverti, succede qualcosa:
rimandi
ti distrai
ti dici “lo farò più avanti”
e intanto resti dove sei.
E allora inizi a pensare che il problema sia la tua forza di volontà.
Che forse sei pigro.
O poco motivato.
O semplicemente “fatto così”.
Ma non è questo.
Molto spesso non è mancanza di voglia.
È una parte di te che ha imparato, nel tempo, che desiderare può far male, che potresti fallire.
Magari sei stato deluso.
Magari non ti sei sentito visto.
Magari ti sei sentito di troppo, sbagliato, non abbastanza.
E così, senza accorgertene, hai iniziato a proteggerti.
Non spegnendo la vita.
Ma abbassandone il volume.
Oggi non senti paura.
Senti solo stanchezza.
Indecisione.
Una strana sensazione di “non è il momento giusto”.
Ma non perché non sei capace.
Bensì perché una parte di te sta cercando di tenerti al sicuro, come può.
Non sei rotto.
Non sei pigro.
Non sei in ritardo.
Stai solo portando sulle spalle una storia che ha pesato più di quanto tu creda.
E quando qualcuno legge queste parole e si riconosce,
di solito succede una cosa semplice ma potente:
smette di giudicarsi.
e inizia, forse per la prima volta, a capirsi.
Se questo post ti ha parlato,
non è perché hai un problema.
È perché hai una storia che merita ascolto.

Quando una persona continua a bere, giocare, drogarsi, fare sesso in modo compulsivo, farsi del male  o spendere oltre m...
01/02/2026

Quando una persona continua a bere, giocare, drogarsi, fare sesso in modo compulsivo, farsi del male o spendere oltre misura, la domanda più comune è:
“Perché non smette?”
Ma questa è, può essere quasi sempre, la domanda sbagliata.
La vera domanda è:
che cosa sta cercando di non sentire?
Molti comportamenti che definiamo “disfunzionali” non nascono dal nulla e non sono semplici vizi o mancanza di forza di volontà.
Possono avere una funzione psicologica precisa: regolare emozioni che, in quel momento, la persona non riesce a gestire in modo diverso.
Ansia, vergogna, senso di vuoto, rabbia, solitudine, paura di essere rifiutati.
Quando queste emozioni diventano troppo intense, il sistema nervoso entra in uno stato di allarme.
In quello stato non cerca la soluzione migliore, ma quella più rapida per abbassare il dolore.
Alcol, gioco, sostanze, sesso, shopping potrebbero non essere il problema in sé, ma tentativi appresi per ottenere sollievo immediato.
Funzionano nel breve periodo, ma nel lungo rinforzano il circolo della sofferenza, creando dipendenza dal sollievo stesso.
Per questo molte persone si sentono “sbagliate”, “deboli”, “malate”.
In realtà, nella maggior parte dei casi, non c’è qualcosa che non va in loro come persone.
Mancano delle abilità emotive che non hanno mai potuto apprendere.
Non si tratta di togliere un comportamento senza offrire alternative.
Il cambiamento reale avviene quando si impara a riconoscere ciò che accade dentro, a tollerare l’attivazione emotiva e a scegliere risposte diverse.
Questo non è istinto, è apprendimento.
Il problema non sei tu.
Il problema è che nessuno ti ha mai insegnato cosa fare quando senti troppo.
Ed è proprio da lì che può iniziare qualcosa di nuovo

NON È COLPA TUA(ma c’è qualcosa dentro che ti fa sentire sempre in colpa)Se ti senti spesso “sbagliato”,se anche quando ...
31/01/2026

NON È COLPA TUA
(ma c’è qualcosa dentro che ti fa sentire sempre in colpa)
Se ti senti spesso “sbagliato”,
se anche quando fai del tuo meglio pensi che non basti,
se quando stai male ti dici che dovresti reagire di più,
e quando stai bene ti senti in colpa per non essere abbastanza felice…
non è perché sei fragile.
E non è perché sei “troppo sensibile”.
È perché dentro di te c’è un conflitto invisibile.
Una parte vuole proteggerti.
Un’altra vuole spingerti a essere diverso.
Quando queste due parti non si parlano,
il risultato è uno solo: colpa.
Non la colpa per qualcosa che hai fatto.
La colpa per come sei.
E più cerchi di correggerti,
più quel sistema si rinforza.
È lo stesso circuito che ti fa: – pensare troppo
– restare in allarme
– sentirti in difetto anche quando vai avanti
– dubitare di ogni scelta
Non perché tu sia rotto.
Ma perché hai imparato a funzionare così per non perdere, per non deludere, per non essere lasciato.
Il problema non sei tu.
È il meccanismo che ti porti dentro.
Finché credi che la colpa sia tua,
continuerai a lottare contro te stesso.
Quando inizi a vedere il sistema,
puoi finalmente smettere di farti la guerra.
Se ti riconosci in queste parole,
non sei solo.
E non sei sbagliato.

Se hai già letto i miei post su “dissonanza cognitiva”, “sei in allarme” e “non è che pensi troppo”, sai di cosa parlo.S...
25/01/2026

Se hai già letto i miei post su “dissonanza cognitiva”, “sei in allarme” e “non è che pensi troppo”, sai di cosa parlo.
Se non li hai letti, li trovi in descrizione: prenditi qualche minuto, vale la pena.
Non sei rotto. Sei intrappolato in un circuito che il tuo cervello crede ti stia proteggendo.
Se ti capita di:
sentirti in conflitto interno (Es : “voglio ma ho paura”)
essere costantemente in allarme senza capire perché
rimuginare ore e ore senza trovare una via d’uscita
…non è colpa tua.
Non sei sbagliato. Non stai esagerando.
🔄 Ecco cosa succede davvero
1️⃣ Dissonanza cognitiva: il cervello percepisce due necessità in conflitto → ti fa sentire bloccato.
2️⃣ Allarme del corpo: il sistema nervoso reagisce come se fossi in pericolo reale → ansia, tensione, iperattenzione.
3️⃣ Pensieri ossessivi: la mente prova a trovare soluzioni che il corpo e le emozioni non lasciano applicare → rimuginio continuo.
Questo crea un circolo vizioso che ti fa sentire stanco, frustrato e “troppo sensibile” alle situazioni quotidiane.
✅ La buona notizia
Esiste un modo per interrompere questo circuito:
comprendere cosa succede realmente
agire sul meccanismo, non contro te stesso
applicare strumenti concreti e pratici (Es : ABC + tecniche mirate - Mindfulness , Problem Solving etc..)
Chi ha già letto i miei post precedenti sa che questo è il pezzo che li unisce e spiega perché può succedere.
💬 Una riflessione finale
Se conosci qualcuno che vive queste difficoltà ogni giorno, forse questo post può aiutarlo a sentirsi meno solo.

Non è la tua vita il problema.È il significato che le dai.Due persone vivono la stessa cosa.Un rifiuto.Una critica.Un si...
22/01/2026

Non è la tua vita il problema.
È il significato che le dai.
Due persone vivono la stessa cosa.
Un rifiuto.
Una critica.
Un silenzio.
Un errore.
Una va avanti.
L’altra si blocca, rimugina, perde energia, smette di provarci.
Non perché una è più forte.
Non perché una è più fragile.
Ma perché stanno vivendo due realtà diverse.
In psicologia questo si chiama modello ABC.
A = quello che succede
B = quello che significa per te
C = quello che senti e fai
La maggior parte delle persone è convinta che sia A a creare C.
Che gli eventi producano automaticamente ansia, paura, chiusura, rabbia.
Ma non è così.
È B a creare tutto.
Non è “mi ha criticato” che ti ferma.
È “questo significa che non valgo”.
Non è “non mi ha risposto”.
È “questo significa che non conto”.
Non è “ho sbagliato”.
È “questo dimostra che sono un fallimento”.
Il tuo cervello non reagisce ai fatti.
Reagisce alle interpretazioni.
Ed è per questo che puoi sentirti intrappolato anche quando, fuori, non sta succedendo nulla di davvero catastrofico.
Il problema non è quello che vivi.
È la storia che ti racconti su quello che vivi.
E finché non cambi quella storia, continuerai a cercare di sistemare la tua vita…
senza mai sentirti meglio.
Non sei debole.
Non sei rotto.
Stai solo vivendo dentro una narrazione che ti sta sabotando.
E la buona notizia è questa:
le narrazioni si possono cambiare.

Ti senti spento, confuso, meno vivo di prima?E se non fosse stanchezza…ma una parte di te che non viene più vissuta?Molt...
21/01/2026

Ti senti spento, confuso, meno vivo di prima?
E se non fosse stanchezza…
ma una parte di te che non viene più vissuta?
Molte persone non sono depresse.
Sono scollegate da ciò che conta davvero per loro.
Quando perdi il contatto con i tuoi valori, con ciò che ti dà senso, la mente cerca di compensare con controllo, overthinking, iper-analisi. Ma nessuna quantità di pensieri può sostituire una vita non vissuta.
In psicologia questo è chiaro: non soffri perché “sei rotto”.
Soffri perché il tuo comportamento non è più allineato a ciò che sei.
Lo chiamano incongruenza, evitamento esperienziale, perdita di rinforzo.
Tu lo senti come vuoto, apatia, confusione.
Ed ecco il paradosso:
più cerchi di sentirti meglio pensando,
meno vivi.
Il cervello non si riprende con le spiegazioni.
Si riprende con esperienze correttive.
È per questo che nella CBT e nella riattivazione comportamentale si parte da una cosa semplice e radicale:
non da ciò che senti, ma da ciò che fai.
Quando inizi ad agire in modo coerente con i tuoi valori, anche senza motivazione, il sistema emotivo si riallinea.
Non perché ti sei convinto,
ma perché il tuo cervello registra: “sto tornando a vivere”.
Immagina una bussola.
Le emozioni sono il meteo: possono cambiare, peggiorare, confondere.
I pensieri sono le nuvole: a volte coprono tutto.
Ma i valori sono il nord.
Se smetti di guardarlo, inizi a girare in tondo.
Se torni a orientarti lì, anche nella tempesta, ritrovi direzione.
Non devi eliminare confusione, paura o dubbio.
Devi smettere di usarli come criteri decisionali.
Esercizio pratico (2 minuti):
Scrivi una frase:
“Anche se oggi mi sento ____, scelgo di fare ____ perché per me conta ____.”
Poi fai quell’azione, anche in piccolo.
Perché la vita non si riaccende quando capisci.
Si riaccende quando ti muovi nella direzione giusta.
E quella sensazione che “una parte di te sta morendo”?
Non è la fine.
È il segnale che una parte di te sta chiedendo di tornare a vivere.

Ti sei mai sentito bloccato dal pensiero di cosa possano pensare gli altri di te? Non è raro. Succede a tutti. Il proble...
20/01/2026

Ti sei mai sentito bloccato dal pensiero di cosa possano pensare gli altri di te? Non è raro. Succede a tutti. Il problema non è che percepisci un giudizio, ma che a volte lasci che questo giudizio diventi il volante della tua vita.
Il giudizio è una valutazione soggettiva, non una verità assoluta. Leary e colleghi (2007) lo definiscono come un fenomeno sociale che riflette più le paure, le frustrazioni e i bisogni di chi giudica che la realtà di chi viene osservato. Sentirsi giudicati può paralizzare: ti fa dubitare, rimandare azioni, farti esitare.
La soluzione? Distinguere tra pensiero e realtà, creare distanza e agire. Scrivi il pensiero esternandolo: “Sto percependo che X pensa Y di me”. Vedere il pensiero nero su bianco permette di osservarlo senza esserne schiacciati.
E qui entra in gioco la metafora della catena. Immagina che ogni anello rappresenti un giudizio o una paura: non puoi eliminarli, ma puoi spostarti lungo la catena senza restare bloccato. Non si tratta di saltare via o ignorarli, ma di muoversi consapevolmente, passo dopo passo, prendendo decisioni coerenti con i tuoi valori, usando la percezione del giudizio come punto di appoggio per rafforzare la tua autonomia. Ogni azione coerente con ciò che conta davvero per te è come avanzare lungo la catena, senza restare intrappolato in un singolo anello.
Il vero potere non sta nell’evitare il giudizio, ma nel continuare a fare ciò che è importante per te, anche se gli altri criticano o non capiscono. Ogni piccolo passo rafforza la tua libertà interna, costruisce sicurezza e ti permette di vivere secondo i tuoi valori, senza farti condizionare.

Il tuo problema non è che non riesci a decidere.È che stai cercando certezze dove esistono solo probabilità.Molte person...
19/01/2026

Il tuo problema non è che non riesci a decidere.
È che stai cercando certezze dove esistono solo probabilità.
Molte persone si definiscono indecise.
In realtà sono persone intelligenti, sensibili, attente alle conseguenze.
Il punto non è la mancanza di capacità decisionale.
È l’idea, spesso implicita, che una buona decisione debba eliminare ogni dubbio.
Ma la mente non funziona così.
Quando devi scegliere, il cervello produce scenari, alternative, rischi, simulazioni.
È il suo lavoro.
Il problema nasce quando scambi questo processo per una minaccia e inizi a chiederti:
“E se sbaglio?”
“E se poi me ne pento?”
“E se esistesse l’opzione perfetta che non sto vedendo?”
Qui l’overthinking prende il comando.
Dal punto di vista psicologico, l’indecisione cronica non è blocco.
È iper-controllo.
È il tentativo di ridurre l’ansia eliminando l’incertezza prima di agire.
Ma più cerchi certezze assolute, più il sistema si paralizza.
Entra in gioco la dissonanza cognitiva.
Agire senza garanzie crea tensione interna.
E allora la mente propone una soluzione apparentemente logica: rimandare.
Non scegliendo, ti racconti di essere prudente.
In realtà stai solo evitando il disagio emotivo del rischio.
Metafora: Decidere è come attraversare un ponte nella nebbia.
Non vedi tutta la strada.
Vedi il passo successivo.
E quello basta.
Micro–esercizio pratico: Prendi una decisione che stai evitando e scrivi: – Cosa posso sapere realisticamente prima di agire
– Cosa invece potrei sapere solo dopo
Se una parte della risposta è “solo dopo”, allora non è indecisione.
È la vita che funziona così.
Non devi smettere di pensare.
Devi smettere di pretendere che il pensiero ti tolga il rischio.
Le decisioni non servono a garantirti il risultato.
Servono a permetterti di muoverti.

L’invito di psicologi, psicoterapeuti e professionisti del benessere è spesso lo stesso:pensare a sé, ascoltare i propri...
18/01/2026

L’invito di psicologi, psicoterapeuti e professionisti del benessere è spesso lo stesso:
pensare a sé, ascoltare i propri bisogni, le proprie emozioni, rimettersi al centro della propria vita.
Ma allora, per stare bene, bisogna diventare egoisti?
No.
Perché l’egoista, in senso psicologico patologico , non è chi si prende cura di sé, ma chi non riesce ad amare né gli altri né se stesso in maniera adeguata..
Etimologicamente egoismo deriva da ego, “io”.
Il problema non è l’“io”.
Il problema è come viene usato.
Esiste un egoismo patologico, fatto di relazioni strumentali, scarsa empatia, bisogno di affermare la propria superiorità.
Qui l’altro serve, non conta.
E spesso questo non nasce da forza, ma da una profonda insicurezza.
Ma esiste anche qualcosa di molto diverso, che in terapia vedo confuso continuamente con l’egoismo:
l’amor proprio.
Chi si ama non vive contro gli altri.
Vive in contatto con sé, e proprio per questo riesce a rispettare anche chi ha davanti.
Quando una persona dà senso alla propria vita, investe energie su di sé, costruisce obiettivi, confini, direzione.
Non la chiamiamo egoista.
La chiamiamo realizzata.
Eppure ha fatto esattamente questo: ha messo sé stessa al centro.
La differenza è sottile ma decisiva:
– l’egoismo sano " positivo " cerca la propria realizzazione indipendentemente dagli altri o con gli altri ma senza danneggiarli ;
– l’egoismo patologico cerca di elevarsi a discapito degli altri.
Prendersi cura di sé non è un atto di chiusura, ma di maturità.
Significa conoscersi, ascoltarsi, accogliere limiti e risorse, mettere confini gentili senza sensi di colpa.
Coltivare un sano egoismo significa tornare protagonisti della propria vita.
Non per togliere spazio agli altri,
ma per smettere di toglierlo a sé stessi.
E spesso, solo da lì, diventa davvero possibile amare.

Il tuo problema non è che sei fragile.È che il tuo sistema nervoso è sempre in allarme.Molte persone arrivano a descrive...
17/01/2026

Il tuo problema non è che sei fragile.
È che il tuo sistema nervoso è sempre in allarme.
Molte persone arrivano a descriversi come “deboli”, “ipersensibili”, “instabili”.
Ma dal punto di vista psicologico e neurofisiologico, molto spesso non c’entra nulla la fragilità.
Un sistema nervoso che ha vissuto stress prolungato, conflitti, pressione emotiva, iper-responsabilità o periodi di allerta continua impara una cosa sola: anticipare il pericolo.
Il risultato?
Iper-reattività emotiva. Stanchezza cronica. Difficoltà a rilassarsi. Pensieri che corrono. Irritabilità improvvisa. Sensazione di essere “troppo”.
Non è un difetto di carattere.
È un organismo che non ha mai davvero ricevuto il segnale: “ora puoi abbassare la guardia”.
Quando il sistema nervoso rimane bloccato in modalità allarme, interpreta anche eventi neutri come potenzialmente minacciosi. E così reagisci prima ancora di scegliere. Non perché vuoi. Ma perché il tuo corpo decide al posto tuo.
Una metafora utile è questa:
non sei un’auto difettosa. Sei un’auto che viaggia da troppo tempo con il motore su di giri. Anche da fermo.
La buona notizia è che ciò che è stato appreso può essere ricalibrato.
Ma non partendo dal “devi calmarti”.
Bensì dal ridare sicurezza al corpo, prima ancora che alla mente.
Un micro–esercizio pratico:
per 60 secondi, appoggia i piedi a terra e premi leggermente contro il pavimento. Nota il contatto, il peso, la stabilità. Poi inspira contando fino a 4 ed espira contando fino a 6. Non per rilassarti. Ma per comunicare al sistema nervoso che in questo momento non c’è emergenza.
Non sei fragile.
Sei stato forte troppo a lungo senza recuperare.
E ciò che è in allarme non va giudicato.
Va regolato.

Routine: una parola spesso criticata. Alcuni approcci la vedono come rigidità, perdita di spontaneità, vita automatica. ...
16/01/2026

Routine: una parola spesso criticata. Alcuni approcci la vedono come rigidità, perdita di spontaneità, vita automatica. In parte è vero: una routine imposta può diventare sterile. Ma per il comportamentismo la routine non è un’ideologia, è uno strumento scientifico. Il comportamento umano cambia prima attraverso le azioni e poi attraverso emozioni e pensieri. Ciò che ripetiamo diventa prevedibile, e ciò che è prevedibile riduce l’ansia, aumenta il senso di gestione e ricostruisce autoefficacia. Non tutti però credono nella psicologia, non tutti sono pronti a un percorso, non tutti hanno risorse economiche o fiducia. E va bene così. Non è un fallimento. Il punto non è da dove parti, ma se inizi a muoverti. Esistono strade di miglioramento che non passano subito dalla terapia ma che la scienza considera comunque terapeutiche. Quando una persona è in difficoltà suggerisco di partire da quattro pilastri concreti e accessibili: attività fisica, per riattivare il sistema nervoso e rompere l’inerzia; meditazione o allenamento dell’attenzione, anche pochi minuti, per imparare a stare nella mente senza esserne travolti; alimentazione, perché il corpo è biochimica, energia e stabilità; socialità, anche minima, perché l’isolamento amplifica ogni disagio. Non sono consigli motivazionali, ma fattori protettivi. Lo dico anche personalmente: non sempre ho voglia di fare ciò che so essere utile. Non sempre mi va di allenarmi, seguire una routine o scegliere ciò che funziona. Ma ho imparato che ciò che è utile non coincide sempre con ciò che piace. Aspettare la voglia spesso significa restare fermi. La routine, se scelta e flessibile, non toglie libertà: la restituisce. Non devi crederci per forza, né essere motivato. Basta iniziare da comportamenti piccoli, ripetibili e sostenibili. Il resto arriva dopo

Non sei instabile. Sei iper-reattivo a ciò che temi di perdere.Molte persone si definiscono “emotivamente instabili”.In ...
16/01/2026

Non sei instabile. Sei iper-reattivo a ciò che temi di perdere.
Molte persone si definiscono “emotivamente instabili”.
In realtà, più spesso, sono persone iper-sensibili alla possibilità di perdere qualcosa di importante: una relazione, un ruolo, un’immagine di sé, una sicurezza.
Dal punto di vista psicologico non è instabilità.
È reattività emotiva.
Quando qualcosa viene percepito come minaccioso, il sistema emotivo si attiva rapidamente. Il corpo reagisce prima della mente razionale. A quel punto non rispondi alla situazione reale, ma a ciò che temi possa accadere.
E qui nasce il cortocircuito:
più temi di perdere → più reagisci → più ti allontani da ciò che vorresti proteggere.
Questo accade perché il cervello non distingue bene tra pericolo reale e pericolo emotivo. Se l’attaccamento, l’identità o il senso di valore personale sono in gioco, l’allarme si accende comunque.
Il risultato?
Reazioni intense, decisioni impulsive, parole dette “di pancia”, comportamenti che poi non ti rappresentano davvero.
Non perché sei incoerente.
Ma perché stai cercando di non perdere qualcosa usando strategie che peggiorano la situazione.
🔹 Micro-esercizio pratico
La prossima volta che senti salire una reazione forte, fermati e chiediti: – Cosa temo di perdere in questo momento?
– Sto reagendo al presente o a una possibilità futura?
Solo nominare la paura riduce l’intensità dell’emozione.
🔹 Metafora
È come guidare con il piede sempre sul freno per paura di un incidente:
non ti protegge davvero, ti fa solo perdere controllo.
La stabilità emotiva non nasce dal controllo totale delle emozioni.
Nasce dal riconoscere cosa stai cercando di difendere e scegliere come farlo.
Non sei instabile.
Stai solo proteggendo qualcosa che per te conta più di quanto pensi.

Indirizzo

Via Cherubini 20
Florence
50100

Orario di apertura

Lunedì 14:00 - 20:00
Venerdì 14:00 - 20:00

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