Dott. Riccardo Pianiri Psicologo

Dott. Riccardo Pianiri Psicologo Consulenza e colloquio psicologico:
Clinico CBT , Organizzativo, Aziendale

Non sei bloccato.Sei diventato bravissimo a evitare proprio ciò che ti cambierebbe davvero.Non è che non sai cosa fare.L...
20/03/2026

Non sei bloccato.
Sei diventato bravissimo a evitare proprio ciò che ti cambierebbe davvero.
Non è che non sai cosa fare.
Lo sai benissimo.
È che ogni volta che ti avvicini a quella cosa…
succede qualcosa dentro.
Un pensiero.
Una sensazione.
Una stretta.
E senza accorgertene… ti fermi.
Non perché sei debole.
Non perché non hai disciplina.
Ma perché la tua mente ha costruito una regola invisibile:
“Se mi sento così, meglio lasciar perdere.”
Il tuo cervello ha collegato disagio e pericolo.
E da lì ha fatto il resto.
Ha iniziato a creare connessioni:
errore uguale fallimento
fallimento uguale perdita di valore
giudizio uguale rifiuto
rifiuto uguale solitudine
E così oggi non stai evitando un’azione.
Stai evitando tutto quello che quella azione significa per te.
Non è pigrizia.
È protezione.
Il problema è che ogni volta che eviti
l’ansia scende subito
ma la tua vita si restringe lentamente
E la cosa peggiore?
Più eviti, più ti convinci che il problema sei tu.
E la tua mente impara:
“Vedi? Evitare funziona.”
Ma è una trappola.
Perché quello che eviti oggi
diventa ciò che ti bloccherà domani.
Non devi aspettare di sentirti pronto.
Devi fare una cosa diversa.
Restare.
Restare mentre il corpo si attiva
restare mentre la mente urla
restare senza scappare
Separarti da ciò che pensi
“Sto avendo il pensiero che fallirò”
non è “fallirò”
Esporsi, poco alla volta
Perché non è solo nella testa.
È nel petto che si chiude
nella gola che si blocca
nello stomaco che si contrae
Se non impari a stare lì
continuerai a scappare.
Non sei bloccato.
Sei allenato all’evitamento.
E tutto quello che vuoi
è esattamente dall’altra parte di ciò che stai evitando.
La domanda non è:
“Perché sono così?”
È:
“Cosa sto evitando… che so già che mi cambierebbe?”

La dissonanza cognitiva non si limita a farti stare meglio.A volteti tiene esattamente dove stai.Succede quando la dista...
19/03/2026

La dissonanza cognitiva non si limita a farti stare meglio.
A volte
ti tiene esattamente dove stai.
Succede quando la distanza tra ciò che vivi
e ciò che sai essere giusto per te
diventa troppo grande.
All’inizio la senti.
È quel fastidio leggero.
Quella sensazione che “qualcosa non torna”.
Ma se non agisci…
non sparisce.
Si trasforma.
La mente inizia a lavorare
non per cambiare la realtà,
ma per renderla più tollerabile.
E lo fa in modo molto sottile.
Non ti dice: “sto male”.
Ti dice:
“non è così grave”
“posso gestirla”
“ho già affrontato di peggio”
E mentre lo fai…
resti.
Resti un giorno in più.
Poi una settimana.
Poi mesi.
E ogni volta che resti
succede qualcosa di ancora più profondo:
non stai solo adattando il pensiero.
Stai adattando te stesso.
Abbassi le aspettative.
Ridefinisci i limiti.
Riorganizzi ciò che consideri accettabile.
Fino a un punto critico.
Quello in cui non senti più il conflitto.
Non perché hai risolto.
Ma perché ti sei allineato
a qualcosa che prima
non avresti mai scelto.
Questa è la forma più potente di dissonanza cognitiva.
Non quella che senti.
Quella che smetti di sentire.
E lì diventa pericolosa.
Perché se non senti più il disagio…
non hai più nemmeno la spinta a cambiare.
Ma c’è un passaggio che ribalta tutto.
Il disagio non è il problema.
È il segnale.
È ciò che ti indica
che qualcosa dentro di te
non è allineato.
E quando lo zittisci troppo a lungo…
non diventi più forte.
Diventi più distante da te stesso.
Per questo il cambiamento non parte sempre da grandi scelte.
A volte parte da una cosa molto più semplice
e molto più difficile:
smettere di raccontarti
che va bene così.
E iniziare a tollerare, anche solo per un attimo,
l’idea che non lo sia.
Se leggendo hai sentito una resistenza
o hai pensato “non è proprio il mio caso”
fermato lì.
Perché è spesso da quel punto
che inizia la consapevolezza vera.
La dissonanza non ti blocca.
Ti protegge.
Ma se non la riconosci
può diventare il modo più efficace
per restare fermo.

A VOLTELA PROCRASTINAZIONENON È PIGRIZIA.È PROTEZIONE.Compito importante↓Paura di non farlo abbastanza bene↓Il cervello ...
15/03/2026

A VOLTE
LA PROCRASTINAZIONE
NON È PIGRIZIA.

È PROTEZIONE.

Compito importante

Paura di non farlo abbastanza bene

Il cervello percepisce rischio

Attiva evitamento

Rimandi.

Gli altri lo chiamano procrastinare.

Ma spesso non è il lavoro che stai evitando.

È una possibile esperienza emotiva.

Il fallimento.
Il giudizio.
La sensazione di non essere all’altezza.

Per questo molte persone che procrastinano
non sono affatto pigre.

Spesso sono persone che tengono molto a fare bene.

Persone che pensano molto.
Persone che sentono molto la responsabilità.

E quando qualcosa diventa troppo importante…

il cervello prova a proteggerti.

Lo fa nel modo più semplice che conosce:

rimandando.

Non perché non ti importi.

Ma perché ti importa molto.

A volte la procrastinazione
non parla di mancanza di volontà.

Parla di una mente
che sta cercando di proteggerti
da qualcosa che pesa più di quanto sembri.

Se leggendo hai pensato
“questa cosa mi riguarda”

forse non sei l’unico.

A VOLTE QUELLO CHE CHIAMANO“ESSERE TROPPO SENSIBILE”È SOLO UNA PERSONA CHE HA IMPARATOA TENERE INSIEME LE EMOZIONI DI TU...
14/03/2026

A VOLTE QUELLO CHE CHIAMANO
“ESSERE TROPPO SENSIBILE”
È SOLO UNA PERSONA CHE HA IMPARATO
A TENERE INSIEME LE EMOZIONI DI TUTTI.
Ambiente emotivamente imprevedibile

Impari presto a leggere gli stati emotivi degli altri

Anticipi tensioni e cambiamenti di umore

Cerchi di mantenere l’equilibrio nella relazione

Gli altri lo chiamano “troppa sensibilità”.
Ma spesso non è questo.
È una capacità che nasce quando una persona cresce in contesti dove l’equilibrio emotivo è fragile.
Il cervello allora sviluppa una strategia molto precisa:
osservare, anticipare, adattarsi.
Diventi bravo a percepire segnali che altri nemmeno notano.
Un silenzio.
Un cambio di tono.
Una distanza improvvisa.
Il problema è che, con il tempo, questa abilità può trasformarsi in una responsabilità invisibile.
Perché inizi a sentirti coinvolto in emozioni
che in realtà non ti appartengono.
E così succede qualcosa di paradossale.
Diventi la persona che capisce tutti.
Ma spesso quella che nessuno vede davvero.
A volte la cosiddetta “troppa sensibilità”
non è fragilità.
È una capacità emotiva sviluppata molto presto
per mantenere equilibrio nelle relazioni importanti.

NON SEI DIPENDENTE AFFETTIVO.SEI UNA PERSONA CHE HA IMPARATOCHE L’AMORE PUÒ SPARIRE.Attaccamento imprevedibile↓Paura di ...
13/03/2026

NON SEI DIPENDENTE AFFETTIVO.
SEI UNA PERSONA CHE HA IMPARATO
CHE L’AMORE PUÒ SPARIRE.
Attaccamento imprevedibile

Paura di perdere la relazione

Iper-attenzione ai segnali dell’altro

Bisogno di rassicurazioni

Gli altri lo chiamano dipendenza.
Ma spesso non è questo.
È una persona che ha imparato molto presto che:
l’affetto può cambiare,
la vicinanza può sparire,
le persone importanti possono allontanarsi.
Quando cresci con questa esperienza il cervello impara una regola semplice:
se la relazione è incerta, devo controllarla.
Così inizi a fare cose che dall’esterno sembrano “troppo”.
Pensi molto alla relazione.
Cerchi segnali.
Hai bisogno di capire se l’altro c’è davvero.
Non perché sei debole.
Perché il tuo sistema emotivo ha imparato a proteggere il legame.
E spesso il problema non è che ti leghi troppo.
È che ti leghi proprio alle persone
che non sanno restare.
Se ti sei riconosciuto, non è un caso.
A volte quello che chiamiamo dipendenza affettiva
è solo un sistema emotivo che sta cercando sicurezza
nel modo in cui ha imparato a farlo.

Non sei “quello forte”.Sei quello che ha imparato presto che, quando aveva bisogno, non c’era nessuno.Allora hai iniziat...
11/03/2026

Non sei “quello forte”.
Sei quello che ha imparato presto che, quando aveva bisogno, non c’era nessuno.
Allora hai iniziato a fare una cosa molto precisa.
Hai imparato a capire gli altri prima ancora che parlino.
A calmare le tensioni.
A non creare problemi.
A cavartela da solo.
Non perché eri forte.
Perché non avevi alternative.
Quando cresci in ambienti emotivamente poco disponibili succede qualcosa di molto sottile.
Il cervello impara rapidamente una regola:
“I miei bisogni non sono prioritari.”
Così inizi ad adattarti.
Diventi attento.
Responsabile.
Capace di reggere molto.
E piano piano succede una trasformazione.
Quella che era una strategia di sopravvivenza diventa identità.
Diventi quello che:
ascolta tutti,
sostiene tutti,
capisce tutti,
trova sempre una soluzione.
Ma quando stai male
non sai nemmeno da dove iniziare a dirlo.
Perché nessuno ti ha mai insegnato davvero una cosa fondamentale:
che anche tu puoi avere bisogno di qualcuno.
Così gli altri iniziano a dirti:
“Sei forte.”
“Tu riesci sempre.”
“Tu non hai bisogno.”
E a forza di sentirlo inizi quasi a crederci.
Ma spesso non è forza.
È solo una persona che ha imparato molto presto che contare sugli altri non era una possibilità sicura.
E a volte il lavoro più difficile non è diventare più forti.
È permettersi, lentamente, di smettere di esserlo sempre.
Perché chi è stato “quello forte” per tutta la vita
spesso non ha bisogno di imparare a resistere di più.
Ha bisogno, per la prima volta,
di sentirsi al sicuro mentre smette di farlo.

A volte non ti manca davvero quella persona.Ti manca il modo in cui ti faceva sperare.La speranza che le cose potessero ...
09/03/2026

A volte non ti manca davvero quella persona.
Ti manca il modo in cui ti faceva sperare.
La speranza che le cose potessero funzionare.
La sensazione che, forse,
quella relazione potesse diventare
un luogo sicuro.
Un posto in cui sentirti visto.
Capito.
Accolto
senza dover spiegare tutto.
Quando una relazione finisce
non perdi solo qualcuno.
Perdi anche quello spazio emotivo
in cui avevi iniziato a sentirti
un po’ meno solo.
Quel luogo invisibile
in cui pensavi che forse, finalmente,
potevi abbassare le difese.
A volte però quel luogo
non era davvero così sicuro.
Era diventato semplicemente
familiare.
E il nostro cervello tende a rimanere
in ciò che conosce
anche quando non è davvero ciò
che ci fa stare bene.
In alcune relazioni succede qualcosa di particolare.
Momenti di vicinanza
si alternano a distanza, silenzi, incertezza.
Piccoli segnali di presenza
seguiti da improvvise assenze.
Questo meccanismo si chiama
rinforzo intermittente.
Ed è uno dei motivi per cui
alcune relazioni diventano
così difficili da lasciare andare.
Perché non stai cercando solo quella persona.
Stai cercando di ritrovare
quelle rare volte
in cui tutto sembrava funzionare.
E a volte
è proprio quella speranza
la cosa più difficile da lasciare andare.

Non sei “troppo emotivo”.Sei diventato bravo a sopravvivere.Se entri in una stanza e senti subito l’aria cambiare…se cap...
04/03/2026

Non sei “troppo emotivo”.
Sei diventato bravo a sopravvivere.
Se entri in una stanza e senti subito l’aria cambiare…
se capisci dal tono di voce che qualcosa non va…
se anticipi le reazioni prima ancora che succedano…
non è eccessiva sensibilità.
È allenamento.
Probabilmente hai passato anni a dover capire in fretta
quando parlare,
quando tacere,
quando calmare,
quando sparire.
Hai imparato a leggere micro-segnali
per evitare conflitti, tensioni, silenzi pesanti.
Oggi lo chiami ansia.
Ma ieri era adattamento.
Il tuo sistema nervoso non è fragile.
È iper-addestrato.
Il problema è che continui a usarlo
anche quando non sei più in pericolo.
Ti senti “troppo” perché reagisci prima degli altri.
Ti senti “sbagliato” perché percepisci tutto.
Ma non sei eccessivo.
Sei stato responsabile troppo presto.
E quando cresci imparando che devi regolare l’ambiente per stare al sicuro,
diventi adulto credendo che sia tuo compito regolare tutti.
Non sei emotivo.
Sei iper-adattato.
E finché non lo capisci,
continuerai a correggere te stesso
invece di chiederti da dove hai imparato a farlo.
Se ti sei riconosciuto, non è un caso.

Non ti manca quella persona.Ti manca l’intensità.Ti manca il picco emotivo.L’adrenalina dell’incertezza.Il messaggio che...
28/02/2026

Non ti manca quella persona.
Ti manca l’intensità.
Ti manca il picco emotivo.
L’adrenalina dell’incertezza.
Il messaggio che arriva dopo il silenzio.
La tensione che precede la riconciliazione.
Non è amore ciò che ti richiama.
È attivazione.
Il cervello non si aggancia solo alle persone.
Si aggancia agli stati emotivi.
Quando una relazione — o un contesto — alterna vicinanza e distanza,
approvazione e ritiro,
calore e freddezza,
si attiva un meccanismo potente:
rinforzo intermittente.
È lo stesso principio studiato nella psicologia comportamentale:
le ricompense imprevedibili generano più dopamina di quelle costanti.
Non perché siano migliori.
Ma perché sono incerte.
E l’incertezza amplifica il desiderio.
Così, quando tutto finisce,
non senti solo la mancanza della persona.
Senti la mancanza dell’intensità che ti faceva sentire vivo.
La stabilità, al confronto, sembra piatta.
La tranquillità sembra noia.
La coerenza sembra “mancanza di chimica”.
Ma non è chimica.
È abitudine all’attivazione.
Il sistema nervoso si adatta ai livelli di stimolo a cui è stato esposto più a lungo.
Se ti sei abituato al caos, la pace può sembrarti vuoto.
Non stai inseguendo qualcuno.
Stai inseguendo una sensazione.
E finché non distingui tra intensità e connessione,
continuerai a confonderle.
La maturità emotiva non è scegliere ciò che fa ba***re forte il cuore.
È scegliere ciò che lo fa ba***re regolare.
Se ti sei riconosciuto, forse ora capisci perché tornare non era debolezza.
Era condizionamento.

Non sei troppo ansioso.Non sei troppo insicuro.Non sei difficile da amare.Non sei “troppo”.Sei stato abituato a sentirti...
25/02/2026

Non sei troppo ansioso.
Non sei troppo insicuro.
Non sei difficile da amare.
Non sei “troppo”.
Sei stato abituato a sentirti di troppo.
Se da piccolo l’amore era instabile,
se l’errore diventava colpa,
se le tue emozioni erano “esagerate”,
il tuo cervello ha imparato una cosa semplice:
riduciti.
adattati.
non disturbare.
Come ha mostrato Joseph LeDoux, le memorie emotive si registrano prima della consapevolezza.
Prima reagisci. Poi pensi.
E se per anni hai imparato che per mantenere il legame dovevi contenerti,
oggi ti senti sbagliato ogni volta che esprimi chi sei davvero.
Ma non è un difetto.
È apprendimento emotivo.
La vergogna cronica non è identità.
È memoria.
Il senso di inadeguatezza non è verità.
È adattamento.
Non sei fragile.
Sei stato forte troppo presto.
E ora continui a chiamare “problema” ciò che un tempo ti ha salvato.
La guarigione non inizia quando diventi diverso.
Inizia quando smetti di chiamarti sbagliato.
Non devi aggiustarti.
Devi disimparare l’idea di essere di troppo.

NON È LA MOTIVAZIONE CHE TI CAMBIA LA VITA.La motivazione è bellissima.Accende.Entusiasma.Ti fa dire: “Da oggi cambio tu...
23/02/2026

NON È LA MOTIVAZIONE CHE TI CAMBIA LA VITA.
La motivazione è bellissima.
Accende.
Entusiasma.
Ti fa dire: “Da oggi cambio tutto.”
Ma c’è un problema.
È instabile.
È emotiva.
È neurochimica.
Dipende dal sonno, dall’umore, da una discussione, da un fallimento, da un messaggio non ricevuto.
La motivazione non è una struttura.
È uno stato.
E gli stati cambiano.
Se affidi i tuoi obiettivi a qualcosa che per definizione è variabile, costruisci sulla sabbia.
Il cervello emotivo (amigdala, circuiti motivazionali dopaminergici) si attiva e si spegne rapidamente.
La corteccia prefrontale, invece, è la sede della pianificazione, dell’autoregolazione, della disciplina.
La differenza tra chi sogna e chi realizza non è l’intensità del desiderio.
È la capacità di agire anche quando il desiderio cala.
Voler fare è potente.
Saper fare anche quando non vuoi è trasformativo.
Metodo > Motivazione.
Struttura > Emozione.
Disciplina > Impulso.
Non devi sentirti ispirato per allenarti.
Non devi avere voglia per essere coerente.
Non devi essere carico per rispettare una decisione.
La maturità psicologica non è fare quando senti.
È fare quando hai deciso.
La motivazione ti inizia.
La disciplina ti porta fino in fondo.
E la disciplina non è rigidità.
È libertà differita.
Se oggi non hai motivazione, non significa che sei debole.
Significa che sei umano.
La domanda vera è un’altra:
Hai un metodo che funziona anche nei giorni in cui non hai voglia?

Parliamo sempre del narcisista. Del suo ego. Della sua manipolazione. Del suo bisogno di controllo.Ma pochi parlano di q...
21/02/2026

Parliamo sempre del narcisista. Del suo ego. Della sua manipolazione. Del suo bisogno di controllo.
Ma pochi parlano di questo:
il narcisista entra nella tua vita perché trova una parte di te pronta a tollerarlo.
Non perché sei debole. Non perché sei ingenuo o ingenua.
Ma perché dentro di te esiste una convinzione invisibile:
"Se mi impegno abbastanza, cambierà.
Se dimostro il mio valore, mi amerà."
Il narcisista attiva il tuo sistema limbico, il centro emotivo primordiale del cervello che gestisce paura e attaccamento (LeDoux, 1996).
Tu attivi la tua neocorteccia, cercando logica e ragione. È uno scontro interno tra ciò che sai e ciò che senti.
Il risultato? Una danza di attrazione e dolore.
Più lui svaluta, più tu cerchi conferme.
Non stai lottando per lui. Stai lottando contro una paura antica: non essere abbastanza.
Finché non riconosci questa dinamica, continuerai a cercare persone diverse che ti fanno sentire nello stesso modo.
Il narcisista non è il problema iniziale. È lo specchio delle tue convinzioni interiori.
Come sottolinea Bowlby nella teoria dell’attaccamento (1969): le relazioni che ci feriscono spesso attivano schemi di sicurezza precoci e modelli di attaccamento disfunzionali.
Cambiare persona senza cambiare schemi è come cambiare scenario senza cambiare regista: il copione resta lo stesso.
Ecco perché: non è amore ciò che ti consuma.
È schema. È paura. È tensione che chiami passione.
Finché non osservi la paura, continuerai a ripetere lo stesso ciclo.
Se ti sei riconosciuto, sappi questo: non sei sbagliato.
Sei umano.
E la libertà arriva quando smetti di interpretare il dolore come destino.

Indirizzo

Via Cherubini 20
Florence
50100

Orario di apertura

Lunedì 14:00 - 20:00
Venerdì 14:00 - 20:00

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