06/02/2026
~ 𝗔𝗻𝘀𝗶𝗮 𝗱𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲
📌 L’ansia da prestazione non riguarda solo il momento della prova. Non vive esclusivamente negli esami, nel lavoro o nelle situazioni in cui ci si sente osservati. Spesso inizia molto prima, nel modo in cui una persona ha imparato a misurare il proprio valore attraverso il risultato, l’approvazione, il “fare bene”.
▶️ Chi ne soffre racconta una tensione costante, la sensazione di dover dimostrare qualcosa, di non potersi permettere errori. Ogni occasione diventa una verifica, ogni fallimento una conferma di non essere abbastanza. In questo stato, l’attenzione si sposta dall’esperienza al controllo: si monitora la propria performance, il giudizio degli altri, le possibili conseguenze di un passo falso. Il corpo si irrigidisce, la mente accelera, e proprio ciò che si vorrebbe evitare finisce per accadere.
▫️Spesso l’ansia da prestazione affonda le radici in contesti in cui il riconoscimento è stato legato al rendimento, al comportamento adeguato, al soddisfare aspettative elevate. Anche in assenza di richieste esplicite, il messaggio interiorizzato può diventare molto chiaro: “Valgo se riesco, se non deludo, se sono all’altezza”.
▫️In terapia questo circolo viene osservato con attenzione. Non si lavora solo sulla gestione dell’ansia nel momento della prestazione, ma sul significato più profondo che quella prestazione ha assunto. Riconoscere come il giudizio esterno sia diventato uno sguardo interno severo permette di iniziare a separare ciò che si fa da ciò che si è.
👥 Il percorso terapeutico aiuta a costruire uno spazio interno in cui l’errore non coincida con il fallimento personale e la prestazione non definisca il valore di sé. Quando la pressione si allenta, diventa possibile tornare all’esperienza, al piacere di fare, di provare, di mettersi in gioco senza doversi costantemente dimostrare.
✅ Il cambiamento non passa dall’assenza dell’ansia, ma dalla possibilità di non misurare il proprio valore personale solo attraverso il risultato