07/10/2025
“Gli amori tormentati: il legame che non sa separarsi”
✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie
È un tema che tocca in profondità, perché in quegli amori tormentati — che non riescono a separarsi, che si aggrappano anche quando sanno di farsi male — si rivela la parte più fragile e più umana di ciascuno.
Eppure, dietro ogni “non riesco a lasciarlo” o “non riesco a lasciarla”, non c’è solo l’amore: c’è la paura della morte psichica. Il distacco non è solo la perdita di un altro, ma la perdita di una parte di sé che in quell’altro aveva trovato riconoscimento, specchio, conferma.
Ci sono tre movimenti che possiamo osservare: 1.Il cuore che non accetta la fine. Il dolore del distacco come esperienza di morte simbolica. Quando una relazione si chiude, l’inconscio vive la stessa angoscia del bambino separato dal genitore: la paura di non esistere più per qualcuno. 2. La radice infantile del legame che trattiene. Gli amori tormentati spesso non sono amori adulti, ma relazioni riparative, in cui si tenta di guarire un’antica ferita d’amore. L’altro diventa allora “il mio salvatore”, ma anche “il mio carnefice”, perché rappresenta il bisogno che non si è mai potuto colmare. 3. Il cammino del distacco: separarsi non per chiudere, ma per trasformare. La separazione autentica non è una frattura, ma una trasfigurazione del legame. Si smette di possedere per poter custodire, si smette di pretendere per poter amare davvero. Solo quando smettiamo di chiedere all’altro di salvarci, possiamo finalmente incontrarlo come persona e non come rimedio al nostro vuoto. Potremmo chiudere con un passaggio simbolico e spirituale, ad esempio: “L’amore non si misura da quanto resta, ma da quanto libera. Chi ama davvero sa anche lasciare andare, perché comprende che il legame non è possesso, ma presenza che cambia forma. Ci sono amori che non finiscono. O meglio, ci sono amori che non sanno finire, e proprio per questo diventano tormento. Restano sospesi, feriti, trattenuti in una zona di mezzo tra il bisogno e la paura, tra il desiderio di restare e quello di fuggire. Sono gli amori che sopravvivono al rispetto, che resistono alla ragione, che continuano a vibrare anche quando tutto intorno è crollato. Sono amori che si consumano come una candela accesa in pieno giorno: danno luce, ma si sciolgono.
Dietro ogni amore tormentato, c’è quasi sempre una storia di ferite antiche.
Il cuore non si incatena a caso.
Si lega dove ha sentito, anche solo per un attimo, che quella mancanza di sempre poteva essere colmata.
Si lega dove ha trovato un riflesso familiare, anche se quel riflesso fa male.
Si lega dove riconosce — inconsciamente — la stessa assenza che ha conosciuto da bambino. Gli amori tormentati sono tentativi di guarigione travestiti da passione.
Il corpo chiama, il cuore reclama, ma non è sempre l’altro che desideriamo:
è il riconoscimento mai ricevuto, l’abbraccio che non abbiamo avuto, la voce che un tempo non ha risposto.
E allora ci innamoriamo non solo di una persona, ma di una possibilità: la possibilità di essere finalmente visti, accolti, salvati.
Ma nessuno può salvarci al posto nostro.
Chi tenta di farlo, finisce schiacciato sotto il peso di un amore che chiede troppo.
L’amore tormentato non nasce dal male, ma dal timore di morire interiormente se l’altro ci abbandona.
Quando una relazione si interrompe, il dolore che ne deriva non è solo affettivo: è esistenziale.
È come se la nostra identità perdesse un punto d’appoggio, un pezzo di sé.
Per questo il distacco, per molti, è insopportabile.
Perché non è solo un addio a qualcuno, ma un addio a quella parte di noi che, in quell’altro, aveva trovato un senso. Ma l’amore adulto — quello che cura, non quello che trattiene — è un amore che sa accettare la fine come parte della vita.
Separarsi non significa rinnegare ciò che è stato, ma restituire libertà a ciò che si è amato.
È l’atto più difficile, ma anche il più alto: permettere all’altro di esistere senza di noi, e a noi stessi di esistere senza di lui.
Solo così il dolore del distacco può trasformarsi in memoria viva, in gratitudine, in presenza che cambia forma.
Non è più il tempo del possesso, ma quello del custodire.
L’amore maturo non dice: “tu sei mio”, ma “tu sei stato con me, e questo mi basta per continuare a volerti bene anche nel silenzio”.
Il problema è che oggi la cultura affettiva ci insegna il contrario:
ci dice che se qualcosa finisce, è perché non era vero. Ma la verità di un amore non si misura dalla durata, bensì dalla profondità con cui ci ha trasformati.
Un amore può finire, ma ciò che ha toccato in noi resta.
Diventa parte della nostra storia, del nostro modo di guardare, di credere, di vivere.
E a volte la fedeltà più grande non è restare insieme, ma onorare ciò che si è vissuto, senza inquinarlo con la rabbia o con la colpa.
Bisogna aver attraversato molte soglie per capire che l’amore non è l’eternità del possesso, ma la fedeltà alla verità di un incontro.
E che l’altro, anche quando se ne va, non smette di esistere in noi:
resta come impronta, come eco, come respiro condiviso che non chiede più di tornare, ma solo di essere riconosciuto. A chi vive oggi un amore tormentato, direi questo:
non abbiate paura della separazione, non la vivete come una sconfitta.
È, spesso, il luogo dove l’amore smette di chiedere e impara a donare.
Dove il dolore smette di gridare e comincia a parlare.
Dove il cuore non perde, ma si ritrova. Perché l’amore vero — anche quando finisce — non si estingue: si trasforma. Diventa cura, consapevolezza, compassione.
E ci insegna che la vita, proprio come l’amore, non si possiede mai.
Si attraversa, si accoglie, si lascia andare.
✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie