14/02/2026
In foto: il presunto cranio di San Valentino. Non è romantico?
Il 14 febbraio, nel calendario liturgico occidentale, compare il nome di Valentino. Per molti è un santo “romantico”, associato a cuori, fiori e promesse sussurrate. Ma dietro la patina commerciale e sentimentale si cela una vicenda molto più complessa, stratificata e in parte sfuggente: quella di un martire dei primi secoli del cristianesimo, la cui figura storica è difficile da ricostruire con precisione e la cui memoria si è intrecciata, nel corso dei secoli, con tradizioni popolari, rielaborazioni agiografiche e reinterpretazioni culturali. Raccontare il martirio di San Valentino in modo rigoroso significa muoversi tra fonti frammentarie, distinguere tra dati attestabili e narrazioni leggendarie, e inserire il tutto nel contesto politico e religioso dell’Impero romano del III secolo.
Le testimonianze più antiche non parlano di un solo Valentino. I martirologi antichi, come il Martyrologium Hieronymianum, ricordano almeno due figure con questo nome legate alla data del 14 febbraio: un presbitero romano e un vescovo di Interamna, l’odierna Terni. La coincidenza di nome e data ha portato, nel corso dei secoli, a sovrapposizioni e confusioni. La critica storica moderna tende a considerare possibile che si tratti della stessa persona, la cui memoria si è irradiata tra Roma e l’Umbria, oppure di due martiri distinti le cui storie sono confluite in una tradizione unitaria. Le fonti coeve sono scarse e tarde: le Passiones, cioè i racconti del martirio, sono redatte diversi secoli dopo gli eventi che narrano e risentono di schemi letterari tipici dell’agiografia.
Per comprendere il contesto del presunto martirio, occorre collocarsi nel III secolo, un periodo turbolento per l’Impero romano. Tra il 235 e il 284 si susseguono imperatori in rapida successione, in un clima di instabilità politica, pressioni militari ai confini e difficoltà economiche. Le persecuzioni contro i cristiani non sono continue e uniformi, ma episodiche e legate a decisioni imperiali specifiche. Sotto l’imperatore Claudio II il Gotico (268-270), al quale la tradizione collega il martirio di Valentino, non risultano dalle fonti storiche generali persecuzioni sistematiche paragonabili a quelle di Decio o Diocleziano. Tuttavia, episodi locali o misure contro gruppi ritenuti sovversivi non sono da escludere.
Secondo le Passiones medievali, Valentino sarebbe stato un presbitero romano o un vescovo di Terni noto per la sua attività pastorale e per la sua fedeltà alla fede cristiana. Una delle versioni più diffuse racconta che avrebbe celebrato matrimoni cristiani in segreto per giovani coppie, in un periodo in cui l’imperatore avrebbe vietato le nozze per favorire l’arruolamento militare. Questa narrazione, molto popolare, non trova riscontro nelle fonti del III secolo ed è considerata dagli storici un’elaborazione tardiva, funzionale a spiegare il legame tra il santo e gli innamorati. Non esistono editti noti di Claudio II che proibiscano il matrimonio ai soldati o ai giovani in generale.
Le fonti agiografiche più antiche, pur tarde, insistono piuttosto su un altro elemento: l’arresto di Valentino per la sua fede, il suo rifiuto di sacrificare agli dèi tradizionali e la sua condanna a morte. In alcune versioni, Valentino viene condotto davanti a un funzionario imperiale o allo stesso imperatore, al quale avrebbe tentato di spiegare la dottrina cristiana. La scena è tipica delle narrazioni martiriali: il cristiano, interrogato, professa la sua fede con franchezza, rifiuta di abiurare e affronta la pena capitale con serenità. Si tratta di topoi letterari ricorrenti nelle Passiones, che mirano a edificare i fedeli e a presentare il martire come imitatore di Cristo.
Un episodio frequentemente riportato riguarda la guarigione miracolosa della figlia cieca di un carceriere o di un funzionario. Valentino, imprigionato, avrebbe restituito la vista alla giovane grazie alla preghiera. Anche questo elemento appartiene a uno schema narrativo ben attestato nell’agiografia antica: il miracolo che precede il martirio e che conduce alla conversione di testimoni. Dal punto di vista storico, non disponiamo di fonti indipendenti che confermino tali eventi; essi vanno letti come parte del linguaggio simbolico e teologico delle comunità cristiane che trasmisero la memoria del santo.
Quanto alla morte, la tradizione parla di una decapitazione avvenuta il 14 febbraio, lungo la via Flaminia, a Roma, o nei pressi di Terni. La pena della decapitazione era comune per i cittadini romani condannati a morte, in quanto ritenuta più “onorevole” rispetto alla crocifissione o ad altre forme di esecuzione riservate agli schiavi e ai non cittadini. Se Valentino era effettivamente un membro del clero romano o un vescovo di una città municipale, è plausibile che avesse lo status giuridico di cittadino. Tuttavia, l’assenza di atti processuali o di testimonianze contemporanee impedisce di andare oltre un livello di probabilità.
Un dato più solido riguarda il culto. Già nel IV secolo, dopo l’editto di Milano del 313 e la progressiva legittimazione del cristianesimo, si sviluppano luoghi di venerazione dei martiri. A Roma, lungo la via Flaminia, è attestata una basilica dedicata a San Valentino, restaurata sotto papa Giulio I (337-352) secondo alcune fonti. Anche a Terni esiste una tradizione antica che collega il santo alla città e ne venera le reliquie. L’esistenza di un culto radicato in più luoghi suggerisce che una figura martiriale di nome Valentino fosse effettivamente ricordata dalle comunità cristiane tardoantiche.
Nel corso dell’alto Medioevo, il nome di Valentino entra stabilmente nei calendari liturgici. Il 14 febbraio diventa la data della sua memoria, diffusa in diverse regioni d’Europa. È però solo a partire dal basso Medioevo, in particolare nel mondo anglosassone e francese, che si afferma un’associazione tra San Valentino e l’amore cortese. Geoffrey Chaucer, nel XIV secolo, collega il giorno di San Valentino alla scelta del partner da parte degli uccelli, inserendo il santo in un immaginario primaverile e amoroso. Questa trasformazione culturale non deriva direttamente dalle fonti sul martirio, ma da una sovrapposizione simbolica tra calendario liturgico e cicli naturali.
Dal punto di vista storico-critico, è importante evitare un cortocircuito tra il martire del III secolo e il patrono degli innamorati. Il primo appartiene al contesto delle persecuzioni e della formazione dell’identità cristiana; il secondo è il prodotto di un’elaborazione culturale successiva, che ha reinterpretato la figura del santo alla luce di nuove sensibilità. La Chiesa stessa, nel riformare il calendario liturgico nel 1969, ha ridotto la celebrazione universale di San Valentino, mantenendone la memoria locale laddove il culto era storicamente radicato, proprio a causa dell’incertezza sulle notizie biografiche.
Che cosa possiamo dunque affermare con un ragionevole grado di attendibilità? Che nel III secolo esistette almeno un martire cristiano di nome Valentino, venerato il 14 febbraio; che il suo culto si sviluppò in età tardoantica lungo la via Flaminia e a Terni; che le narrazioni dettagliate del suo processo, dei miracoli e dei dialoghi con l’imperatore sono frutto di elaborazioni agiografiche posteriori, costruite secondo modelli letterari diffusi. Il resto appartiene a un terreno in cui storia e leggenda si intrecciano.
Il martirio, nella teologia dei primi secoli, non è solo un evento tragico ma una testimonianza suprema. Il termine greco martys significa appunto “testimone”. I racconti dei martiri servivano a rafforzare la fede delle comunità, a offrire esempi di fermezza e a costruire una memoria condivisa. Anche se i dettagli concreti del martirio di Valentino ci sfuggono, il fatto stesso che la sua memoria sia stata custodita indica che la sua figura ebbe un significato per i cristiani delle generazioni successive.
C’è poi un elemento antropologico interessante: la capacità delle comunità di reinterpretare i propri santi alla luce dei bisogni del tempo. In un’Europa medievale in cui l’amor cortese, i rituali di fidanzamento e le feste stagionali assumevano grande rilievo sociale, un santo celebrato a metà febbraio poteva diventare un punto di riferimento simbolico per le relazioni affettive. La storia del presunto sacerdote che benedice matrimoni in segreto, pur priva di basi documentarie antiche, rispondeva a un’esigenza narrativa potente: offrire un patrono a chi cerca un’unione fondata sull’amore e sulla fedeltà.