08/03/2026
L’8 marzo non è oggi.
È quel minuto in cui chiedi a tuo figlio di sparecchiare insieme a sua sorella.
È quel giorno in cui prendi un permesso per andare con la tua compagna al colloquio scolastico.
È quella notte in cui, sentendo il pianto del vostro neonato, ti alzi, lo cambi, lo prepari e lo porti alla tua partner per la poppata, per lasciarla dormire qualche minuto in più.
L’8 marzo non è oggi.
È la donna che denuncia una discriminazione di genere.
È l’uomo che reclama il diritto a una paternità piena.
È non smettere di indignarsi.
È non normalizzare l’assenza di un congedo di paternità condiviso, esteso e obbligatorio, che non si può più aspettare.
L’8 marzo non è oggi.
È quando eviti di dire “al volante ci sarà una donna”.
È il secondo in cui inizi anche tu, a prescindere dal tuo genere e dal tuo ruolo nella società, a usare un linguaggio inclusivo. O il momento in cui smetti di dare meno peso a ciò che dice la tua collega in riunione.
L’8 marzo non è oggi.
È l’anno in cui avremo un tasso di occupazione femminile degno di questo nome.
È nella promozione che dai anche a chi è in congedo.
È il commento di chi interrompe una frase sessista rivolta al padre che sta semplicemente chiedendo di fare il padre.
È l’imbarazzo che ricacci indietro quando scopri che io sono la speaker e mio marito - il mio socio - è operativo, dietro le quinte.
È il non chiedermi uno sconto eccessivo, tardare nella risposta alle mie mail o darmi meno credito perché sono un’imprenditrice donna e non uomo.
È lo sguardo che non mi fai quando nomino i clienti di Me First®️, quello sguardo incredulo di chi pensa: “credevo fosse un progettino messo insieme con un’amica.”
L’8 marzo non è oggi.
È la voglia, di uomini e donne insieme, di cambiare il mondo del lavoro, della cura, delle relazioni, delle istituzioni, della sanità, dell’economia, della ricerca. Di ogni ambito che ancora mette il genere davanti ai diritti della persona. Davanti alla persona.