Alice Parri psicologa psicoterapeuta ad indirizzo integrato e Milleriano

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Alice Parri psicologa psicoterapeuta ad indirizzo integrato e Milleriano lo psicoterapeuta non è un lavoro che si fa, ma lo si diventa grazie a esperienze formative sulle conoscenze e su sè.

gli scritti di Alice Miller sono stati un capo saldo per trovare e proteggere il bambino abusato nelle storie www.aliceparri.it

La violenza non nasce solo dalla forza, ma dall’impotenza trasformata in dominio. Quando l’autorità diventa crudele, spe...
21/03/2026

La violenza non nasce solo dalla forza, ma dall’impotenza trasformata in dominio. Quando l’autorità diventa crudele, spesso ripete ciò che non ha mai potuto elaborare: dolore, paura, silenzio.

In La persecuzione del bambino, Miller mostra come l’educazione basata sulla repressione e sull’obbedienza cieca possa generare adulti che confondono il rispetto con la paura, e il potere con il controllo.

Spezzare questa catena non significa ribellarsi per distruggere, ma comprendere per non trasmettere.
Perché l’autorità più autentica non schiaccia: protegge, ascolta, riconosce.

Il corpo non dimentica.Nei disturbi alimentari spesso non c’è solo un rapporto difficile con il cibo, ma anche con il co...
15/03/2026

Il corpo non dimentica.

Nei disturbi alimentari spesso non c’è solo un rapporto difficile con il cibo, ma anche con il corpo che si abita.

Il trauma – grande o piccolo, evidente o silenzioso – può lasciare tracce profonde nel sistema nervoso e nella percezione di sé.
Il corpo può diventare un luogo difficile da sentire: troppo pieno di emozioni, troppo esposto, troppo vulnerabile.

In molti percorsi clinici emerge come il sintomo alimentare possa diventare un tentativo di regolazione:
• controllare il corpo per controllare il dolore
• ridurre le sensazioni corporee
• trovare un modo per gestire emozioni che non hanno ancora parole.

Il lavoro terapeutico non riguarda solo il comportamento alimentare.
Riguarda ricostruire una relazione più sicura con il proprio corpo, riconoscere le tracce del trauma e restituire spazio all’esperienza emotiva.

Il corpo non è il nemico.
Spesso è il luogo dove la storia chiede finalmente di essere ascoltata.

Passiamo anni a proteggere l’immagine di un’infanzia perfetta, come fosse un luogo sacro.Poi scopriamo che proprio da lì...
03/03/2026

Passiamo anni a proteggere l’immagine di un’infanzia perfetta, come fosse un luogo sacro.
Poi scopriamo che proprio da lì dobbiamo avere il coraggio di ripartire.

Non per cercare colpe, ma per trovare verità.

La terapia non cancella i ricordi: li illumina e ti libera

Il trauma non è ciò che ti è accaduto, ma ciò che accade dentro di te in conseguenza di ciò che è accaduto.”— Gabor Maté...
02/03/2026

Il trauma non è ciò che ti è accaduto, ma ciò che accade dentro di te in conseguenza di ciò che è accaduto.”
— Gabor Maté

In questa prospettiva, il “non essere stati amati” non è solo un evento esterno, ma un’esperienza interna di solitudine, di non riconoscimento. Il corpo può diventare il luogo in cui si iscrive quella mancanza: disturbi psicosomatici, disregolazione del sistema immunitario, difficoltà nel sentire i propri bisogni.

Nel lavoro terapeutico, ascoltare il corpo significa:
• Dare spazio alle sensazioni prima ancora che alle spiegazioni.
• Leggere i sintomi non come nemici da eliminare, ma come messaggeri.
• Favorire esperienze correttive di regolazione affettiva nella relazione terapeutica.

Il corpo non “tradisce”: custodisce.
E nella relazione sicura può lentamente disimparare la solitudine.

“Molte persone non sono mai state amate per quello che sono, ma solo per quello che facevano o per come apparivano." Ali...
26/02/2026

“Molte persone non sono mai state amate per quello che sono, ma solo per quello che facevano o per come apparivano." Alice Miller

Questa frase di Alice Miller tocca un nervo scoperto della nostra società. È una riflessione cruda, ma necessaria, su quello che lei definisce “amore condizionato".

🎭
Quando un bambino percepisce che l'amore dei genitori dipende dai suoi successi scolastici, dal suo essere "bravo e silenzioso" o dal corrispondere a certi canoni estetici, impara una lezione pericolosa: "Io, così come sono, non vado bene".

Per sopravvivere e non perdere il legame con chi si prende cura di lui, il bambino crea un Falso Sé: una maschera di perfezione o di efficienza che serve a compiacere l'altro. Il dramma è che, da adulti, continuiamo a nutrire quella maschera, sentendoci profondamente soli

spesso confondiamo l'amore con l'approvazione:
• Amore per ciò che si fa: Porta al burnout emotivo. Ci sentiamo degni solo se produciamo, se siamo utili, se risolviamo problemi.
• Amore per come si appare: Porta all'ansia da prestazione e alla dipendenza dal giudizio esterno.

🌷La via della guarigione
Miller ci dice che la vera libertà arriva quando iniziamo a essere noi stessi i "testimoni consapevoli" delle nostre emozioni. Guarire significa:
🔺Riconoscere che quel bisogno di essere "perfetti" era un meccanismo di difesa.
🔺Accettare le parti di noi che non sono "performanti": la nostra tristezza, la nostra rabbia, la nostra vulnerabilità.
🔺Smettere di cercare fuori quella convalida che ci è mancata, imparando a dirci: "Vado bene anche quando non faccio nulla e non appaio al meglio".

"Non dobbiamo diventare nessuno di diverso da quello che siamo già nel profondo. Dobbiamo solo smettere di fingere di es...
26/02/2026

"Non dobbiamo diventare nessuno di diverso da quello che siamo già nel profondo. Dobbiamo solo smettere di fingere di essere chi non siamo." ✨

Questa citazione di Alice Miller ci ricorda quanto pesino le maschere che abbiamo imparato a indossare per essere "bravi figli" o "persone adeguate".

🟦Guarire significa spesso fare il percorso inverso: tornare alla nostra verità, anche quando è scomoda.

🔺Cosa ne pensate? Sentite di aver iniziato a togliere queste maschere?

17/02/2026

Non comincio la mattina controllando i compiti.
Comincio guardando le mani.

Se le dita sono blu, so già che a casa il riscaldamento è rimasto spento.
Se tendono al viola, significa che quel bambino è arrivato a piedi, magari da lontano, con il freddo che punge fino alle ossa.

— Maestra… oggi possiamo restare dentro a ricreazione?

Álex lo ha detto senza alzare lo sguardo. Fissava le scarpe. Tremava. Non il tremolio normale di chi ha solo un po’ freddo. Era un vibrare continuo, come se l’inverno gli fosse entrato sotto pelle.

Indossava un giacchino leggero, di quelli adatti a una pioggia primaverile.
Ma era novembre. In una città di provincia del Nord. E l’aria tagliava.

— Oggi si esce, campione — ho risposto con un sorriso che cercava di sembrare normale.

Le sue spalle si sono abbassate. E quando a sei anni si abbassano le spalle, non è solo un gesto. È un mondo che pesa troppo.

Insegno in prima elementare. Sulla carta insegno a leggere e a fare le prime addizioni. Nella realtà, molte mattine sono anche infermiera, mediatrice, fazzoletto per le lacrime. E, a volte, l’unica cosa calda in un mondo che si sta raffreddando.

Dopo Ognissanti, i miei alunni conoscono già il significato di “non possiamo”.
Sanno cosa vuol dire sentire i genitori parlare a bassa voce in cucina.
Sanno cosa significa indossare il cappotto del fratello maggiore con le maniche troppo lunghe.

Ma Álex non aveva nemmeno quello.

Si sedeva sopra le mani per scaldarle. In mensa mi ha detto che non aveva fame perché le mani erano “stanche” di reggere il panino.

Mi si è stretto il cuore.

Quel pomeriggio sono entrata in un negozio dell’usato del quartiere. Profumava di lana e ammorbidente. Avevo quaranta euro nel portafoglio. Erano destinati ad altro. Li ho spesi tutti.

Non ho comprato quaderni.
Ho comprato cappotti.

Uno blu imbottito. Uno rosso con cappuccio. Uno mimetico quasi nuovo. E una scatola di guanti semplici.

Il giorno dopo ho portato un attaccapanni in fondo all’aula. Ho sistemato tutto con cura. Sotto, la scatola dei guanti.

Ho appeso un cartello.

Non ho scritto beneficenza.
Non ho scritto donazioni.

I bambini imparano la vergogna prima dell’analisi grammaticale.

Ho scritto:

LA BIBLIOTECA DEI CAPPOTTI

Regole
Prendi ciò che ti serve
Riportalo quando hai caldo
Non serve tessera

Per due giorni nessuno ha toccato nulla.

Poi è arrivata la prima vera ondata di freddo.

Álex si è alzato durante la lettura, ha preso il cappotto blu e si è seduto. Per la prima volta non tremava.

Il venerdì l’attaccapanni era quasi vuoto.
Una bambina sempre silenziosa correva in cortile con il cappotto rosso. Due compagni si alternavano quello mimetico facendo pari o dispari per il cappuccio. Si passavano il calore come fosse una merenda.

Poi è arrivata Lucía. Trasferita dal Sud. Giacca di jeans e labbra pallide.

Davanti all’unico cappotto rimasto ha allungato la mano, poi l’ha ritirata.

— Non ho la tessera — ha sussurrato —. La mamma dice che non possiamo iscriverci a niente adesso.

Pensava che anche il calore fosse un’iscrizione.

Mi sono abbassata alla sua altezza.

— Qui serve solo avere freddo.

Ha infilato la parka viola e ha nascosto il viso nel collo del cappotto. Ha inspirato profondamente. Come se l’aria, finalmente, non facesse più male.

Pensavo finisse lì.

Il lunedì ho trovato una busta davanti alla porta. Dentro cinque cappotti invernali. Con un biglietto.

“Mio figlio dice che la biblioteca si sta svuotando. Non abbiamo molto, ma questi li abbiamo in più. Una mamma.”

Poi sono arrivati altri giubbotti. Stivaletti. Sciarpe. Senza nomi. Senza foto.

Qualcuno ha suggerito un articolo, una foto, un po’ di visibilità.

Ho risposto che stavamo studiando le parole con le doppie.

La verità è che non voglio un premio.
Voglio un Paese dove nessun bambino debba chiedere in prestito il calore per fare ricreazione.

Ma finché quel giorno non arriverà, l’aula 104 resterà aperta.

Ieri ho visto Álex aiutare Lucía a chiudere la zip.

— È una biblioteca — le ha detto serio —. Si condivide.

Viviamo tempi in cui si alza la voce per tutto.
E intanto, accanto a noi, c’è chi ha freddo in silenzio.

Nella mia classe la regola è semplice:
se hai freddo, prendi un cappotto.

Senza moduli.
Senza giudizi.
Solo calore.

Perché a volte la rivoluzione non fa rumore.
A volte ha l’odore della lana pulita e il suono leggero di una zip che si chiude. ❤️

Continuo ad approfondire il concetto di Falso sé-Alice Miller ha approfondito il tema del falso sé, concetto già introdo...
16/02/2026

Continuo ad approfondire il concetto di Falso sé-

Alice Miller ha approfondito il tema del falso sé, concetto già introdotto da Donald Winnicott, descrivendo cosa accade quando un bambino impara molto presto che per essere amato deve adattarsi ai bisogni emotivi dei genitori.

Il bambino sensibile percepisce ciò che è accettato e ciò che non lo è. Così mette da parte rabbia, tristezza, bisogni, spontaneità. Nasce una personalità efficiente, responsabile, empatica — spesso di successo — ma scollegata dal proprio sentire autentico.

Nel suo libro” Il dramma del bambino dotato “Miller scrive:

“Il bambino impara molto presto a reprimere i propri sentimenti, perché avverte che l’amore dei genitori dipende dal fatto che egli soddisfi le loro aspettative.”

Questa repressione non è una scelta consapevole, ma una strategia di sopravvivenza. E nell’età adulta può avere diverse conseguenze:

🟦Possibili effetti del falso sé
• senso di vuoto o mancanza di identità
• difficoltà a riconoscere i propri bisogni
• perfezionismo e iper-responsabilità
• paura del conflitto e del rifiuto
• relazioni basate sull’adattamento
• ansia, depressione o disturbi psicosomatici

Spesso dall’esterno tutto sembra funzionare. Interiormente, però, può esserci una profonda solitudine emotiva.

💬 Perché la terapia è fondamentale?

Perché il falso sé si è costruito dentro una relazione, e solo dentro una relazione sufficientemente sicura può iniziare a sciogliersi. La terapia offre uno spazio in cui:
• dare parola al dolore rimosso
• legittimare emozioni negate
• distinguere tra ciò che siamo e ciò che abbiamo dovuto essere
• sperimentare un legame in cui non serve adattarsi per essere accolti

🩷il percorso terapeutico non “crea” un nuovo sé: permette al vero sé di riemergere.

✨ Nella vostra esperienza , come si manifesta il falso sé? Quali segnali vi sembrano più ricorrenti?

“Senza rendersi conto che il passato determina costantemente le loro azioni presenti, evitano di conoscere la propria st...
13/02/2026

“Senza rendersi conto che il passato determina costantemente le loro azioni presenti, evitano di conoscere la propria storia… continuando a vivere nella situazione infantile rimossa…»
Alice Miller - il dramma del
Bambino dotato

🔺Nel modello di Alice Miller, il Falso Sé non è semplicemente una struttura difensiva individuale: è l’esito di un trauma relazionale silenzioso, spesso invisibile.

🟩Il bambino “dotato” – sensibile, intuitivo, empatico – diventa il contenitore delle fragilità genitoriali. L’ambiente rinforza ciò che è funzionale ai propri bisogni e disconferma ciò che è spontaneo. L’adattamento viene premiato; l’autenticità, implicitamente punita.

🟫Nel setting terapeutico questo può tradursi in:
• Pazienti che “fanno i bravi pazienti”
• Difficoltà nell’accesso alla rabbia primaria
• Idealizzazione iniziale del terapeuta
• Paura inconscia di deludere anche nella relazione clinica

🟦Il punto delicato è che il Falso Sé spesso protegge dall’angoscia di disintegrazione. L’emergere del Sé autentico può attivare sentimenti di tradimento verso le figure di attaccamento e un’intensa colpa inconscia.

🟩Il lavoro terapeutico diventa allora un processo di legittimazione affettiva: riconoscere la verità emotiva del paziente, restituirle dignità, e permettere che la rabbia, il dolore e il lutto per l’infanzia non vissuta possano essere mentalizzati.

“Quando il bambino deve rinunciare al proprio Sé autentico per ottenere amore, svilupperà un falso Sé che più tardi potr...
10/02/2026

“Quando il bambino deve rinunciare al proprio Sé autentico per ottenere amore, svilupperà un falso Sé che più tardi potrà manifestarsi sotto forma di depressione e vuoto interiore.”
Alice Miller (Il dramma del bambino dotato)

◼️La depressione non è sempre “tristezza”.
A volte è silenzio interiore, vuoto, senso di falsità, stanchezza dell’anima.

🟥Alice Miller ci aiuta a leggere questa sofferenza come il prezzo pagato per aver dovuto essere “qualcun altro” troppo presto.
Quando da bambini impariamo che l’amore arriva solo se ci adattiamo, reprimiamo bisogni, emozioni e impulsi autentici.
🟩Nasce così il falso Sé: funzionale, efficiente, spesso anche brillante… ma scollegato dalla vita emotiva profonda.

🟦La depressione del falso Sé non chiede di “reagire”,
chiede di tornare a sentire,
di dare finalmente spazio a ciò che un tempo non era permesso.

🔹 Non è debolezza
🔹 Non è fallimento
🔹 È memoria emotiva che cerca ascolto

🔺Se sei stat@ un@ brav@ bambin@ e adesso non sai perché ma sei triste forse la tua storia parla di questo .. inizia ad ascoltarti

11/11/2025

QUANDO IL CORPO EREDITA LA MEMORIA DEL DOLORE

(Di Patrizia Coffaro)

Oggi voglio parlarvi dell'epigenetic trauma, o biologia dello stress ereditato. È un campo di ricerca che sta rivoluzionando il modo in cui comprendiamo il trauma e la malattia cronica, perché ci dice una cosa tanto sorprendente quanto sconvolgente... il dolore non si eredita solo nei ricordi, ma anche nei geni.

Mentre in Italia tendiamo ancora a relegare il trauma all’ambito della psicologia, come se fosse solo una questione di mente, emozioni o memoria, la medicina epigenetica ci mostra che il trauma è, prima di tutto, una forma di informazione biologica. Una memoria che si trasmette da una generazione all’altra non attraverso le parole, ma attraverso le modifiche chimiche del DNA, che cambiano il modo in cui i nostri geni si esprimono.

La parola epigenetica viene dal greco epi, che significa sopra. È tutto ciò che sta sopra il gene... non cambia la sequenza del DNA, ma decide come e quando quel gene viene acceso o spento.

Immagina il DNA come un grande pianoforte, i geni sono i tasti, e l’epigenetica è il pianista (so che detto così riesci a comprenderlo meglio). Puoi avere un pianoforte perfetto, ma se il pianista suona in modo dissonante, la musica cambia completamente. Non cambia il DNA, non riscrive il codice della vita, ma cambia il modo in cui quel codice viene espresso. È come se la partitura fosse la stessa, ma l’intonazione, il ritmo e l’intensità con cui viene suonata fossero alterati.

Un gene può restare identico, ma il trauma modifica quanto quel gene viene ascoltato dal corpo. Può far sì che un gene dell’infiammazione si accenda troppo spesso, o che un gene calmante resti silenziato. In pratica, non cambia il contenuto, cambia l’interpretazione biologica della vita.

Ecco perché due persone con lo stesso DNA possono reagire in modo completamente diverso... una rimane stabile, l’altra si ammala. La differenza non sta nel gene, ma nel modo in cui il vissuto ha insegnato al corpo a leggere quei geni. Il trauma, quindi, non cambia chi siamo, cambia come ci esprimiamo a livello cellulare.

Attraverso processi come la metilazione del DNA, l’acetilazione degli istoni e la regolazione dei microRNA, lo stress e l’ambiente emotivo in cui cresciamo modificano l’attività dei geni che controllano l’infiammazione, il sistema immunitario, gli ormoni dello stress e la plasticità neuronale.

Studi hanno osservato, per esempio, che i figli e i nipoti dei sopravvissuti all’0Iocausto presentano alterazioni nei geni che regolano il cortisolo e la risposta allo stress, hanno livelli più bassi di cortisolo mattutino e una maggiore vulnerabilità a disturbi d’ansia, depressione e malattie autoimmuni.

Lo stesso è stato visto nei figli delle donne incinte durante l’11 settembre, nei discendenti di veterani di guerra, di popolazioni schiavlzzate, o di madri esposte a carestie. Ogni volta che il corpo di una generazione vive un trauma intenso, gue*ra, abus0, perdita, fame, abbandono, l’ambiente biochimico del corpo cambia, e quella firma rimane impressa sull’epigenoma.

È come se il corpo dicesse ai figli: “Nel mondo là fuori non sei al sicuro. Preparati.” E così il loro sistema nervoso nasce già più allerta, più reattivo, più infiammabile.

Quando viviamo un trauma, il corpo produce ormoni dello stress (come cortisolo e adrenalina) e molecole infiammatorie che servono a farci sopravvivere. Ma se quello stato si prolunga, questi segnali diventano istruzioni epigenetiche.

Lo stress cronico modifica i geni che regolano i recettori del cortisolo, rendendoli meno sensibili, in pratica, il corpo resta sempre in modalità allarme. Allo stesso tempo altera i geni che governano citochine, mastociti, infiammazione intestinale, serotonina e dopamina. Il risultato è un corpo che vive costantemente in risposta al pericolo cellulare, con il sistema immunitario e nervoso in uno stato di iper-vigilanza.

Ecco perché alcuni bambini nascono già con ansia, insonnia, allergie, o una sensibilità eccessiva agli stimoli, non hanno vissuto un trauma diretto, ma portano dentro il linguaggio biologico del trauma dei genitori.

Una delle scoperte più affascinanti è che il trauma non si conserva come ricordo, ma come modifica dei sistemi di regolazione. Il corpo non dimentica, ma non sa neanche distinguere tra passato e presente... un suono, un odore, una parola o un tono di voce possono riattivare l’allarme perché, a livello cellulare, la minaccia non è mai finita.

Questo si riflette in:

- Infiammazione cronica di basso grado,

- Ipersensibilità agli stimoli,

- Disbiosi intestinale persistente,

- Difficoltà a regolare la glicemia e il sonno,

- Iperattività del sistema simpatico,

- ... e vulnerabilità a patologie autoimmuni e neurodegenerative.

In sostanza, il trauma epigenetico mantiene la risposta al pericolo cellulare (CDR - ne abbiamo parlato nei giorni scorsi) attiva anche quando il corpo non è più in pericolo. E questo spiega perché tanti percorsi terapeutici, farmacologici o alimentari non bastano da soli... non si tratta solo di curare, ma di resettare la percezione biologica di sicurezza.

La buona notizia è che l’epigenetica è reversibile. Quello che viene trasmesso può essere riscritto. Gli stessi meccanismi che fissano il trauma possono anche disattivarlo:

- Un ambiente sicuro,

- Relazioni affettive stabili,

- Sonno regolare,

- Nutrizione antiinfiammatoria,

- Esposizione alla natura e alla luce solare,

- Pratiche di consapevolezza e coerenza cuore-cervello.

Ogni esperienza che riduce lo stress e riporta il corpo in modalità parasimpatica modifica la metilazione del DNA, riattivando geni di guarigione, rigenerazione e stabilità emotiva.

Molte persone, quando sentono parlare di trauma ereditato, reagiscono con paura e pensano di portare dentro di loro qualcosa che non possono cambiare. Assolutamente no. Non erediti il trauma... erediti la predisposizione biologica a reagire come se il pericolo fosse ancora presente. Ma la buona notizia è che tutto ciò che si è impresso sull’epigenoma può essere ricalibrato.

Ogni volta che respiri più lentamente, che ti concedi riposo, che nutri il corpo con cibo vero e con relazioni sane, stai scrivendo nuove informazioni sul tuo DNA. L’epigenetica non è destino... è dialogo continuo tra ciò che vivi e ciò che sei.

Il trauma epigenetico non si cura solo con la pslcoterapia, perché non vive solo nella psiche. È impresso nel corpo, nei recettori, nel microbiota, nei mastociti, nei mitocondri. Per questo, i percorsi più efficaci oggi integrano:

- Riprogrammazione limbica, per calmare il cervello emotivo;

- Terapie somatiche, per sciogliere la memoria corporea del trauma;

- Riequilibrio del sistema nervoso autonomo, con respiro, suono, movimento e grounding;

- ... e nutrizione mirata per sostenere metilazione, detossificazione e antiossidanti.

Ogni volta che il corpo percepisce sicurezza, rilascia il segnale biologico che il pericolo è finito. Ed è lì che la riparazione può iniziare.

Una delle aree più studiate è il legame tra trauma, microbiota e sistema immunitario. Lo stress prolungato modifica la flora intestinale, riduce la diversità microbica e aumenta la permeabilità della barriera intestinale. Questo fa sì che molecole infiammatorie entrino in circolo e arrivino al cervello, dove alterano la regolazione neuroendocrina.

In parole semplici... lo stress ereditato si trasforma in infiammazione ereditata. Un intestino infiammato manda al cervello segnali di allerta, e il cervello, a sua volta, amplifica la risposta immunitaria. È un dialogo circolare che si tramanda anche attraverso l’epigenetica.

Per questo molti approcci moderni alla guarigione dal trauma includono riparazione intestinale, regolazione vagale e modulazione immunitaria. La mente non si calma se il corpo è in fiamme. E il corpo non guarisce se la mente resta in guerra.

Guarire da un trauma epigenetico non significa cancellare la storia familiare, ma riscriverne la conclusione. Significa riconoscere che sì, il dolore dei nostri genitori vive anche in noi, ma non come condanna, ma come richiesta di consapevolezza.

Ogni volta che scegli la calma invece della reazione, che smetti di giudicare il corpo e inizi ad ascoltarlo, rompi la catena biologica dello stress. Ogni atto di cura verso te stesso cambia la chimica del sangue, l’attività dei geni e il destino delle generazioni future.

E forse questo è il vero significato di guarigione ancestrale, non un concetto mistico, ma una riscrittura epigenetica collettiva. Il trauma non è solo un ricordo. È un linguaggio che il corpo continua a parlare, finché qualcuno non lo ascolta. L’epigenetica ci mostra che la biologia e l’anima non sono mai state separate, ciò che senti, pensi e vivi ogni giorno lascia impronte misurabili nei tuoi geni.

E se il dolore si può trasmettere, anche la guarigione può farlo. Perché ogni volta che un essere umano smette di reagire e inizia a comprendere, cambia non solo se stesso, ma tutto il suo albero genealogico.

XO - Patrizia Coffaro

Indirizzo

Florence
50126

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