10/01/2026
«Nome omen» dicevano i Romani, «il nome è un presagio».
Ma era solo un modo di dire o una vera credenza? Pare che il primo a usare la formula sia stato Plauto in una commedia (“Il Persiano”) scrivendo: «nomen atque omen», ovvero «nome e allo stesso tempo anche premonizione».
Non ne so abbastanza.
Quello che invece so è che in psicogeneaologia ci concentriamo molto sul nome. Si tratta del primo dono che viene fatto a chi nasce, ma non è un dono neutro. I nomi hanno una etimologia, una storia, uno o, più spesso, molti significati. Ed in più chi sceglie un nome ha le sue motivazioni, che talvolta racchiudono anche delle aspettative o degli irrisolti. Per questo la questione del nome è importante.
Cosa sappiamo del nome che portiamo? E della scelta di darlo proprio a noi? Come stiamo in relazione con il nostro nome? Chi altro si chiamava come noi?
Io porto un nome biblico, di cui fino a qualche anno fa non mi ero occupata granché: mi accontentavo di ricordare che era stato usato da Dante e sorridevo pensando a come mia madre mi aveva insegnato a pronunciarlo senza aspirare la “c” (in Toscana un nome così in questo senso è un po’ una sfida!).
Leggendo il “Libro Rosso”, tornai a rifletterci per questo passo:
«Lo sai, il nome che si porta significa molto. Sai anche che ai malati spesso si dà un nuovo nome per guarirli, perché col nuovo nome essi ricevono anche una nuova essenza. Il tuo nome è la tua essenza».
Con la formazione in psicogenealogia ho approfondito ulteriormente.
Poi sono entrata in libreria, qualche giorno fa, e ho trovato un libro, dove c’è una pagina che mi riguarda.
Ed è una pagina bellissima di un libro altrettanto bello, che non posso che consigliare.
“Prime Persone” di Erri De Luca fa parlare i personaggi dell’Antico Testamento, di cui molti di noi, oggi, portano il nome.
«Credo che a ognuno di noi sia dato, per un istante almeno, d’intravedere il piano concepito in cielo e di sapersi incluso, come uno dei nodi del tappeto».