09/02/2026
C’è un modo di esercitare il potere che non ha bisogno di urlare. Ti entra in casa come una corrente d’aria: all’inizio è “un caso”, poi diventa “un sistema”, infine diventa “normalità”. Pasolini in “Salò, le 120 giornate di Sodoma” lo mette in scena senza anestesia: il male non come incidente, ma come rito, come burocrazia del dominio. Il potere è un banchetto: usa il corpo come merce, la vergogna come catena, il silenzio come arredamento.
La vicenda Epstein, e la rete di sfruttamento che gli orbitava attorno, fatta di complicità, accessi privilegiati, protezioni, impunità, somiglia a quel dispositivo. Non perché la realtà sia un film, ma perché certi meccanismi hanno sempre la stessa grammatica: quando hai soldi infiniti e nessun freno, la realtà diventa un parco giochi privato. Regole sospese, responsabilità evaporate, persone ridotte a consumo. Le vittime, soprattutto donne e bambini, diventano la moneta più crudele: sacrifici necessari alla continuità del dominio.
Poi arriva il secondo atto, quello più subdolo: il caos. Rumore, distrazioni, “non si capisce”, “è complesso”, “sono tutte bugie”, “ma anche le vittime…”. È una nebbia tossica costruita per stancare e dividere. L’insabbiamento è una macchina narrativa. Serve a spostare la luce, a trasformare l’orrore in gossip, a farci litigare sui dettagli mentre l’impianto resta intatto e sorridente.
Il punto politico è brutale: questa storia non parla di sesso, parla di potere. Mostra quanto la cultura dello stupro sia incarnata nella maschilità del potere occidentale: una postura che non è neutra e ha una storia. Certamente può cambiare, ma non cambierà per buona educazione o per conversione individuale a fine serata.
La trasformazione passa da un conflitto radicale e collettivo con le forme di vita che il patriarcato dentro il capitalismo, e dentro le sue gerarchie suprematiste, ha prodotto e normalizzato. Finché la critica del capitalismo non diventa anche una critica radicale della mascolinità e della fratellanza tra uomini che si riproduce in reti di protezione reciproca e complicità silenziosa, la lotta resta monca: impara a stare nel sistema senza sporcarsi le mani, ma intanto il sistema continua a sporcare corpi altrui.
Il patriarcato è una tecnologia della coscienza: ti insegna chi può desiderare e chi può essere desiderata; chi parla viene screditata, chi tace viene premiato; chi ferisce viene protetto, chi è ferita viene interrogatə. Un copione tossico che trasforma la violenza in scandalo e la sopravvivenza in controversia.
Pasolini, profetico, analitico, visionario, ci lascia un messaggio spietato: il potere non si limita a fare del male — vuole anche che tu lo chiami in un altro modo.
L’antidoto a questo veleno è ostinato, poco spettacolare, rivoluzionario nella sua semplicità: credere alle vittime, seguire i soldi, rompere i silenzi, proteggere chi denuncia, smontare la cultura che normalizza l’abuso.
La nausea che proviamo non è un difetto di sensibilità, ma una rottura necessaria con l’idea che la trasformazione possa avvenire senza conflitto. Un punto oltre il quale la mediazione non è più possibile. È il momento in cui si smette di chiedere “ma allora com’è andata davvero?” e si inizia a chiedere: chi ha potuto farlo, per quanto tempo, e grazie a quali protezioni?
Il patriarcato domina la coscienza di tuttə quando ci sussurra: “è sempre stato così”. Non è vero! È stato costruito così!
Ciò che è costruito… si può anche demolire. Con pazienza. Con rabbia lucida. Con cura organizzata. Con memoria.
Con una scelta netta: da che parte stare, quando il caos prova a farci dimenticare.