Dott. Giovanni Davì - Psicologo e Psicoterapeuta

Dott. Giovanni Davì - Psicologo e Psicoterapeuta Psicologo e Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale. Ricevo a Forlì, Rimini e Santarcangelo.

Sto guardando il Festival di Sanremo. Sale sul palco Eros Ramazzotti, il cantante preferito di mia madre.Così le scrivo:...
27/02/2026

Sto guardando il Festival di Sanremo. Sale sul palco Eros Ramazzotti, il cantante preferito di mia madre.

Così le scrivo: “C’è Eros.” Mi risponde che lo sta guardando anche lei.

Viviamo a quasi 700 chilometri di distanza. E gli occhi mi si sono inumiditi.

Per un attimo il tempo si è piegato, mi è tornata addosso la mia infanzia. La televisione accesa, lei accanto a me, la musica che riempiva la stanza e faceva sembrare tutto al suo posto.

La distanza è reale: ci sono treni, autostrade, ore di viaggio in mezzo.

Ma ci sono anche legami che attraversano tutto questo senza rompersi. Restano lì, silenziosi, pronti a riemergere in una canzone.

Mi manca mia madre. E sapere che, nello stesso momento, stavamo guardando lo stesso palco, mi ha ricordato che certe presenze non si misurano in metri.
Si misurano in ciò che continua a muoverti dentro.


Molte persone confondono la responsabilità con il caricarsi tutto.Sono due cose diverse.Responsabilità significa rispond...
20/02/2026

Molte persone confondono la responsabilità con il caricarsi tutto.
Sono due cose diverse.

Responsabilità significa rispondere delle proprie scelte. Poi abbiamo quella che si può definire una iper-responsabilità, ovvero il farsi carico anche di ciò che non necessariamente dipende da noi: l’umore degli altri, i conflitti non risolti, i problemi organizzativi, le aspettative implicite.

Può succedere al lavoro, quando accetti sempre incarichi extra “perché qualcuno deve farlo”.
Oppure nelle relazioni, quando eviti di dire ciò che ti pesa per non creare tensioni.
Oppure, ancora, in famiglia, quando diventi il punto di equilibrio emotivo senza che nessuno te lo abbia davvero chiesto.

All’inizio sembra affidabilità. Nel tempo diventa sovraccarico.

Dire di no non è una dichiarazione di guerra. È porre un confine, una delimitazione. Stabilisce cosa è tuo e cosa non lo è.

Dal punto di vista psicologico, i confini non servono a separare. Servono a evitare la confusione. E quando la confusione diminuisce, le relazioni diventano più stabili, più mature.

Non tutto ciò che puoi fare è qualcosa che devi fare.
E riconoscerlo non ti rende meno responsabile, o egoista.



Nella vita quotidiana molte persone finiscono per portare pesi che non sono mai stati scelti, ma semplicemente assunti n...
09/02/2026

Nella vita quotidiana molte persone finiscono per portare pesi che non sono mai stati scelti, ma semplicemente assunti nel tempo.

Succede quando:
- si diventa il punto di equilibrio emotivo della famiglia;
- si reggono dinamiche lavorative disfunzionali “perché qualcuno deve farlo”;
- si ascoltano, contengono, compensano gli altri, senza mai chiedersi se quello spazio è sostenibile.

Dal punto di vista psicologico, prendersi troppe responsabilità non è sempre segno di maturità. Spesso è il risultato di confini poco chiari, interiorizzati molto presto, e mai rimessi in discussione.

Il costo non è immediato, arriva sotto forma di stanchezza cronica, irritabilità, senso di vuoto o di distanza da sé.

Distinguere ciò che è davvero nostro da ciò che non lo è non significa sottrarsi. Significa restare nel proprio ruolo, senza trasformarlo in un peso costante e logorante.





Chiudiamo gennaio con una distinzione spesso trascurata.La consapevolezza non serve a dirci cosa dobbiamo fare, serve a ...
30/01/2026

Chiudiamo gennaio con una distinzione spesso trascurata.

La consapevolezza non serve a dirci cosa dobbiamo fare, serve a renderci meno automatici.

In questo mese abbiamo provato a spostare lo sguardo: dall’entusiasmo all’onestà, dalla colpa alla lettura della fatica, dalla fuga all’orientamento, dall’idea di “stare sempre bene” al concetto di funzionamento.

Tutto questo non produce risposte immediate. Produce però una cosa essenziale: interruzione.

Interrompere schemi ripetuti.
Interrompere decisioni prese per stanchezza.
Interrompere l’idea che cambiare significhi azzerare.

La consapevolezza non risolve la vita, impedisce di continuare a viverla senza sapere perché si fanno certe scelte. E, spesso, questo è il primo vero passo verso un cambiamento che non sia solo movimento.

Gennaio si chiude qui: quando smettiamo di chiederci cosa dovremmo fare e iniziamo a chiederci perché continuiamo a fare ciò che facciamo.



Gennaio, finora, ha chiesto due cose precise: onestà sul nostro stato reale e una lettura meno colpevolizzante della fat...
23/01/2026

Gennaio, finora, ha chiesto due cose precise: onestà sul nostro stato reale e una lettura meno colpevolizzante della fatica.

Quando questi due passaggi mancano, il passo successivo è quasi automatico: la fantasia di un cambiamento totale.
Cambiare lavoro, relazioni, abitudini, contesto.
Spostarsi, più che scegliere.

Dal punto di vista psicologico, questo impulso non è irrazionale.
Quando una persona è sotto pressione da tempo, cerca sollievo.
Il problema nasce quando il cambiamento diventa una risposta al disagio, invece che una scelta orientata.

Senza sapere cosa stiamo evitando, un’emozione, un limite, un conflitto, una delusione, il rischio è andare “qua e là”, accumulando cambiamenti senza integrazione.

La consapevolezza non serve a fermare il movimento.
Serve a dargli una direzione.
E spesso è proprio questo che permette di smettere di scappare, e iniziare a scegliere.

Gennaio non è il mese delle decisioni affrettate.
È il mese in cui possiamo cominciare a capire da dove ci stiamo muovendo.





Molte persone interpretano la stanchezza come un segnale di fallimento personale.Come se la fatica dicesse qualcosa sul ...
16/01/2026

Molte persone interpretano la stanchezza come un segnale di fallimento personale.
Come se la fatica dicesse qualcosa sul loro valore, sulla loro costanza, sulla loro capacità.

Dal punto di vista psicologico, questa lettura è fuorviante.

La fatica non parla di chi sei.
Parla del contesto in cui stai funzionando: carichi emotivi, responsabilità continue, aspettative elevate, poco spazio di recupero.

In queste condizioni, la mente non smette di funzionare.
Si adatta.
Regge...ma il prezzo, prima o poi, si sente.

La psicologia non serve a insegnare a resistere di più.
Serve a leggere correttamente ciò che sta accadendo, prima di trasformare la fatica in colpa.





Gennaio è spesso caricato di aspettative: ripartire, migliorare, rimettersi in carreggiata, essere motivati.Ma la realtà...
09/01/2026

Gennaio è spesso caricato di aspettative: ripartire, migliorare, rimettersi in carreggiata, essere motivati.

Ma la realtà emotiva è spesso diversa.
Per molte persone questo mese porta con sé stanchezza, confusione, una sensazione di fatica che non si risolve con la forza di volontà.

Dal punto di vista psicologico, partire dall’entusiasmo è spesso controproducente.
Prima di chiederci cosa vogliamo cambiare, è più utile chiederci come stiamo davvero.
Che tipo di pressione stiamo reggendo.
Che risorse abbiamo.
Che cosa, semplicemente, ci pesa.

L’onestà non è rassegnazione. È una forma di rispetto verso la propria esperienza. Ed è spesso da lì che può iniziare un cambiamento reale, non imposto ma voluto.

Gennaio non chiede di essere performativi.
Chiede di essere lucidi.




Il 31 dicembre viene spesso raccontato come un momento di chiusura netta: si fa pulizia, si archiviano errori, si promet...
31/12/2025

Il 31 dicembre viene spesso raccontato come un momento di chiusura netta: si fa pulizia, si archiviano errori, si promette un cambiamento rapido, possibilmente indolore.

Ma la psicologia racconta una storia diversa.

Molte delle difficoltà che ci portiamo dietro non persistono perché non sappiamo “lasciarle andare”, ma perché non abbiamo ancora dato loro un senso. Non sono state integrate nella nostra storia, nei nostri schemi, nel modo in cui diamo significato a ciò che accade.

Dal punto di vista clinico, il cambiamento non avviene per cancellazione, ma per comprensione. È quando un’esperienza smette di essere solo fallimento, rabbia o dolore e diventa informazione su di noi, che qualcosa inizia davvero a trasformarsi.

Non tutto ciò che perdiamo è una sconfitta.
Non tutto ciò che resta è un peso.
Alcune cose rimangono perché hanno ancora qualcosa da insegnarci.

Forse, alla fine di quest’anno, la domanda più utile non è “Cosa voglio essere domani?”, ma qualcosa di più sobrio e più onesto: “Cosa di ciò che ho vissuto merita di essere capito, prima di essere superato?”

Non è un augurio.
È una posizione.
Ed è spesso da qui che comincia un cambiamento reale.

Il Natale viene spesso caricato di un compito che non gli appartiene: farci stare meglio, unirci, sistemare ciò che dura...
24/12/2025

Il Natale viene spesso caricato di un compito che non gli appartiene: farci stare meglio, unirci, sistemare ciò che durante l’anno è rimasto irrisolto.

Ma la realtà psicologica è diversa.
Il Natale non è una cura.
È un amplificatore.

Rende più evidenti le relazioni che funzionano e quelle che faticano.
Fa emergere nostalgie, tensioni, desideri non detti. Non perché qualcosa non vada, ma perché il ritmo rallenta e le distrazioni diminuiscono.

Da un punto di vista emotivo, questo non è un errore da correggere.
È informazione. È materiale vivo, che parla di ciò che conta davvero.

Forzare la serenità, in questi giorni, spesso allontana da sé. Restare presenti a ciò che emerge, senza giudicarlo, senza spettacolarizzarlo, è invece un gesto di rispetto verso la propria esperienza.

Il Natale non deve aggiustare nulla.
Può semplicemente essere attraversato, con onestà.

Dicembre ci mette spesso davanti alla stessa sensazione: il tempo non basta.Non basta per riposare, per respirare, per c...
12/12/2025

Dicembre ci mette spesso davanti alla stessa sensazione: il tempo non basta.

Non basta per riposare, per respirare, per capire che cosa stiamo provando davvero. Ma quello che manca, quasi sempre, non è il tempo in sé.
È lo spazio interno per accoglierlo.

La velocità con cui viviamo ci porta a reagire più che a scegliere. La mente corre, il corpo la segue, e le emozioni trovano spazio solo quando diventano troppo intense per poter essere ignorate.

La lentezza non è un invito alla rinuncia. È un invito alla presenza. È la possibilità di ascoltare senza essere travolti, di sentire senza dover fuggire, di rispondere invece di reagire.

Rallentare non significa “lasciare indietro” qualcosa. Significa ritrovare ciò che abbiamo perso per strada: il contatto con noi stessi.

Dicembre porta sempre una certa pressione: quella di ti**re le somme, di “mettere a posto”, di prepararsi a un nuovo ann...
04/12/2025

Dicembre porta sempre una certa pressione: quella di ti**re le somme, di “mettere a posto”, di prepararsi a un nuovo anno come se servisse cambiare tutto per poter stare meglio.

Ma nella pratica clinica accade spesso l’opposto.
Molte persone non hanno bisogno di una vita diversa. Hanno bisogno di tornare nella loro vita, con più presenza, più attenzione, più ascolto.

Non è questione di rifarsi un’esistenza.
È questione di ricominciare ad abitarla:
i piccoli spazi, i gesti quotidiani, le parti di sé che abbiamo lasciato indietro perché schiacciate dalla fretta o dalle aspettative.

Ricominciare ad abitare la propria vita è un lavoro paziente e delicato: rallentare, riconoscere ciò che si prova, accettare anche ciò che è rimasto in sospeso.
Richiede coraggio, non rivoluzioni.

Dicembre può essere questo:
non un mese per stravolgere, ma un mese per ritornare.









Viviamo in una società che spesso confonde la gentilezza con la debolezza, soprattutto quando si parla di emozioni.Ma ch...
29/11/2025

Viviamo in una società che spesso confonde la gentilezza con la debolezza, soprattutto quando si parla di emozioni.

Ma chi lavora ogni giorno con la mente sa che accade l’esatto contrario. La durezza crea contrazione, paura, ipervigilanza. La gentilezza crea spazio, lucidità, disponibilità a cambiare.

Essere gentili con se stessi non significa “lasciarsi andare”. Significa riconoscere ciò che si prova senza immediatamente punirsi. È vedere le proprie ombre senza trasformarle in colpe.

La compassione, soprattutto quella rivolta a sé, non è un sentimento tenero. È una forma di regolazione emotiva: riduce la tensione, abbassa l’autocritica, e permette di pensare più chiaramente.

Non è un modo per proteggere la fragilità.
È un modo per renderla abitabile.






Indirizzo

Forlì
47121

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
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Chi sono e come lavoro.

Sono uno psicologo clinico, iscritto all’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna.

Ho conseguito la laurea in Psicologia Clinica presso l’Università di Bologna “Alma Mater Studiorum”. Sto seguendo una formazione in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale sotto la supervisione della Dott.ssa Giusy Mantione e del Dott. Giuseppe Romano presso la Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC), sede di Ancona. Ho ottenuto la qualifica di Operatore di Training Autogeno presso il Centro Italiano Studio e Sviluppo delle Psicoterapie a Breve Termine (CISSPAT) di Padova.

Ho maturato esperienza in diversi centri residenziali con differenti tipologie di utenza: donne con disagio psichico e psichiatrico; uomini (adulti e minori) con problematiche legate alla tossicodipendenza; adolescenti a rischio per problematiche psichiatriche e/o legali.

Nella pratica clinica sostengo che non può essere il singolo intervento settimanale dello psicologo a produrre il cambiamento, ma è fondamentale la partecipazione attiva della persona che chiede aiuto. Se ascoltiamo, dimentichiamo; se ci mettiamo all’opera in prima persona, impariamo. Da qui, l’importanza della cooperazione: se il terapeuta è l’esperto della mente, il paziente è l’esperto di se stesso e solo insieme possono trovare la risposta più adatta alla domanda che quest’ultimo ha portato.