Dott.ssa Elisa Giannetti,psicoterapeuta,terapeuta EMDR

Dott.ssa Elisa Giannetti,psicoterapeuta,terapeuta EMDR Ogni giorno sperimento la capacità delle persone di rialzarsi,reagire e andare avanti, nonostante tutto..perché la mente è più vasta del cielo..

07/03/2026

Perché alcune persone scappano quando l’amore diventa sano?

Sembra un paradosso, ma non lo è.
L’amore sano non attiva l’adrenalina. Attiva l’intimità.
E l’intimità, per chi ha ferite antiche, è più spaventosa del conflitto.
Quando l’amore diventa sano: non c’è più inseguimento, non c’è più dramma, non c’è più alternanza caldo-freddo, non c’è più bisogno di conquistare.
E allora emergono paure profonde: Ora mi vedrà davvero.” Ora potrei dipendere.” Ora potrei perdere.” Ora non ho più scuse per fuggire.”

Molte persone non scappano dall’amore. Scappano dall’esposizione.
Perché un amore sano ti chiede di restare.
E restare significa togliere le maschere.

La stabilità può spaventare più del caos. Il caos è familiare.
La stabilità è sconosciuta.
Se sei cresciuto in un ambiente emotivamente instabile: tensione, silenzi improvvisi, imprevedibilità, affetto intermittente, il tuo sistema nervoso si è regolato su quello.
La calma, inizialmente, sembra vuoto. La coerenza sembra noia. La sicurezza sembra mancanza di passione.
In realtà non è noia. È assenza di trauma.
Ma il corpo non lo riconosce subito.
E così può succedere questo: si sabotano relazioni sane, si cerca inconsciamente conflitto, si provoca distanza per riattivare intensità. Il caos fa sentire vivi.
La stabilità fa sentire vulnerabili.
Perché nel caos ti difendi. Nella stabilità ti consegni.

Una relazione sicura non nasce per caso.
Si costruisce passo dopo passo.
La comunicazione diviene chiara e non più punitiva. Si dice cosa si sente senza accusare.
Si ascolta senza difendersi subito.
Si acquisisce coerenza nel tempo.

L’amore sicuro non è fatto di picchi. È fatto di continuità.
La sicurezza nasce dalla prevedibilità emotiva e dai confini rispettati.
Amare non significa fondersi. Significa restare distinti.
Chi invade o chi si annulla riattiva l’incantesimo.

Il conflitto non è il problema. Lo si impara a gestire
Il problema, infatti, è come lo si attraversa.
Se si può litigare senza minacciare l’abbandono,
la relazione si fortifica.

Non si costruisce una relazione sicura se non si è disposti a guardare le proprie ferite. Se non si è disposti ad affrontate un lavoro individuale.

L’altro non è il terapeuta.
Non è il genitore.
Non è il salvatore.
È la verità più profonda.

Un amore sicuro non è privo di paura.
È attraversarla insieme.
Non è senza tensione. È regolazione.
Non è fusione eterna. È scelta quotidiana.

Molti cercano magia. Pochi scelgono maturità.
Ma quando la stabilità non spaventa più, l’amore cambia forma.
Diventa meno spettacolare.
E infinitamente più vero.

(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")

Immagine: Illustrazione di Ieva Stoškienė

05/03/2026

Affinché si produca un trauma nell'infanzia, non è necessario che si verifichi un evento estremo, è sufficiente che un’esperienza venga vissuta come soverchiante e solitaria, senza la possibilità di essere compresa e condivisa con un adulto affidabile. Come ha sottolineato Bessel van der Kolk, il trauma non è definito soltanto dall’evento in sé, ma dall’effetto che quell’esperienza produce sul sistema nervoso: è ciò che resta nel corpo quando la mente non è stata in grado di elaborare ciò che è accaduto. Un bambino, data la sua struttura neurobiologica, non possiede ancora completamente le competenze di autoregolazione emotiva, dipende infatti dall’adulto per dare senso alle proprie emozioni e per modularle. Se un’esperienza è troppo intensa, improvvisa, ripetuta o vissuta in solitudine emotiva, può assumere una valenza traumatica. Il trauma infantile può dunque derivare da eventi acuti, come maltrattamenti, trascuratezza grave, perdita improvvisa di una figura di riferimento, ma anche da condizioni relazionali croniche e meno visibili come umiliazioni ripetute, svalutazione sistematica, freddezza affettiva, imprevedibilità, richieste di maturità precoce, mancanza di rispecchiamento emotivo. In questi casi non è tanto il singolo episodio a ferire, ma la ripetizione e l’assenza di un contesto riparativo. Il bambino, non potendo modificare l’ambiente né allontanarsene, sviluppa adattamenti di sopravvivenza, per cui può diventare ipervigile, compiacente, autosufficiente in modo rigido, oppure può imparare a dissociarsi, cioè a ridurre il contatto con le proprie sensazioni ed emozioni per non sentirne l’intensità. Un bambino traumatizzato può presentare reazioni sproporzionate rispetto agli stimoli come crisi intense di rabbia o panico per frustrazioni minime, pianto inconsolabile, oppure al contrario un’apparente freddezza emotiva eccessiva. Si possono osservare oscillazioni rapide tra iperattivazione (agitazione, impulsività, ipervigilanza) e spegnimento (ritiro, apatia, sguardo assente). Questa alternanza riflette spesso un sistema nervoso che fatica a trovare uno stato di equilibrio.
Un secondo ambito è quello comportamentale. Possono comparire regressioni improvvise, ritorno a comportamenti già superati come enuresi, richiesta costante di contatto fisico, difficoltà nel sonno, oppure condotte oppositive marcate, aggressività non contestualizzata, o ancora un compiacimento eccessivo verso l’adulto, come se il bambino fosse costantemente preoccupato di non deludere. Anche il gioco può fornire indizi: ripetizioni rigide di scene di pericolo, salvataggio o punizione possono indicare un tentativo di elaborazione simbolica di vissuti non integrati.
L’aspetto relazionale è particolarmente significativo. Alcuni bambini mostrano un attaccamento estremamente ansioso, con paura intensa della separazione e bisogno continuo di rassicurazione; altri appaiono evitanti, eccessivamente autonomi per l’età, poco inclini a cercare conforto anche quando sono in difficoltà. In entrambi i casi può essere presente una difficoltà a percepire l’adulto come base sicura. Il trauma relazionale precoce, soprattutto se cronico, può manifestarsi proprio attraverso queste distorsioni nella fiducia di base.
Anche il corpo parla. Disturbi del sonno persistenti, incubi ricorrenti, mal di pancia o mal di testa frequenti senza cause mediche evidenti, tensione muscolare costante, postura rigida o sguardo ipervigile possono indicare uno stato di attivazione cronica. Talvolta il bambino sembra sempre in allerta, come se stesse monitorando l’ambiente alla ricerca di segnali di minaccia.
È importante sottolineare che singoli comportamenti possono avere molte spiegazioni e che l’osservazione deve essere contestualizzata nell’età evolutiva e nell’ambiente familiare e scolastico. Ciò che orienta verso un’ipotesi traumatica è la persistenza dei segnali, la loro intensità e soprattutto la difficoltà del bambino a tornare spontaneamente ad uno stato di calma dopo l’attivazione.
Infine, un indicatore centrale è la qualità della regolazione in presenza di un adulto disponibile. Un bambino non traumatizzato, anche se agitato, tende a calmarsi quando trova un adulto sintonizzato. Se invece la co-regolazione fatica a produrre effetto, o il bambino sembra non fidarsi del conforto offerto, può essere presente una ferita più profonda nel sistema di sicurezza.

Questi adattamenti, funzionali nell’infanzia, possono però trasformarsi in difficoltà relazionali o regolative nell’età adulta. La minimizzazione di quanto vissuto è una delle strategie più comuni e affonda le sue radici nella necessità primaria di preservare il legame di attaccamento. Alice Miller ha descritto come il bambino tenda a proteggere l’immagine dei genitori anche a costo di negare il proprio dolore, perché riconoscere l’inadeguatezza di chi dovrebbe garantire sicurezza può risultare psichicamente destabilizzante. È spesso meno minaccioso pensare di essere stati bambini troppo sensibili, che ammettere di non essere stati sufficientemente amati, compresi o protetti. Da questo punto di vista il trauma infantile non è soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che non è accaduto, cioè la mancanza di sintonizzazione, di validazione emotiva, di uno momenti in cui le emozioni potessero essere accolte e regolate insieme a un adulto. Quando queste condizioni vengono a mancare in modo significativo o prolungato, il bambino può interiorizzare un senso di inadeguatezza o di insicurezza di base che continuerà a influenzare la percezione di sé e delle relazioni anche molti anni dopo.
Germana Verganti

24/02/2026
10/02/2026

Hanno smesso di essere considerati sani di mente nel momento esatto in cui hanno varcato la soglia di un ospedale psichiatrico. Non perché fossero malati, ma perché una volta pronunciata una diagnosi, tornare indietro era quasi impossibile.

Era il 1973 quando lo psicologo David Rosenhan ideò un esperimento destinato a scuotere le fondamenta della psichiatria moderna. Reclutò otto persone perfettamente sane, tra cui un pediatra, uno psichiatra e una casalinga. Dovevano presentarsi in diversi ospedali psichiatrici statunitensi dicendo di sentire una voce che sussurrava parole come “vuoto”. Nient’altro.

Una volta ricoverati, avrebbero dovuto smettere di fingere e dichiarare di stare bene. Il piano era semplice: dimostrare che la normalità, una volta ristabilita, sarebbe stata riconosciuta.

Accadde l’opposto.

Una volta entrati in reparto, la normalità divenne invisibile. La diagnosi di schizofrenia si trasformò in una lente deformante attraverso cui ogni gesto veniva reinterpretato. Prendere appunti? “Scrittura compulsiva”. Mettersi in fila per il pranzo per noia? “Condotta di acquisizione orale”. Essere gentili con il personale? “Disfunzione affettiva”.

I medici non notarono nulla di strano. I veri pazienti sì. Trentacinque di loro si avvicinarono agli infiltrati sussurrando: “Tu non sei pazzo. Sei un giornalista, o un insegnante”.

La degenza media durò diciannove giorni. Per uscire, dovettero accettare l’etichetta di malati mentali. In totale vennero prescritti oltre 2.100 farmaci antipsicotici, che i partecipanti gettavano nel water quando nessuno guardava.

Quando Rosenhan pubblicò i risultati sulla rivista Science, il sistema vacillò. Un noto ospedale universitario lo sfidò: “Mandateci i vostri impostori, li individueremo tutti”. Rosenhan accettò. Tre mesi dopo, l’ospedale dichiarò di aver identificato 41 infiltrati su 193 nuovi pazienti.

La risposta di Rosenhan fu definitiva: non aveva mandato nessuno.

L’“effetto Rosenhan” dimostrò che le etichette non descrivono le persone, le creano. Non serve una cospirazione, basta il pregiudizio umano di vedere solo ciò che ci si aspetta di vedere, fino ad annullare l’individuo dietro una diagnosi.

La prigione più difficile da cui evadere non ha sbarre. Ha pregiudizi.

09/02/2026

Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada. Una fascinazione, un bisogno pressante e improvviso in un certo momento, in quel preciso momento ed è probabile che accada in un luogo specifico che si imprime nella memoria. Questo “qualcosa” è il motivo per cui io sto al mondo, ogni persona sta in quel mondo che è il suo mondo, ed esso è il senso del destino o la mano del destino: ciò che James Hillman definisce anche un annuncio. A volte la chiamata non è così vivida, ma è fatta di piccole spinte verso un preciso approdo “mentre ci lasciavamo galleggiare nella corrente pensando ad altro”.

J.Hillman, Il codice dell'anima.
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06/02/2026

L’anima esiste ed è immortale, lo dice la fisica quantistica.

Due scienziati di fama mondiale, esperti in fisica quantistica, dicono che si può dimostrare l’esistenza dell’anima, basandosi sulla fisica quantistica.

Lo studioso americano Stuart Hameroff e il fisico inglese Roger Penrose hanno sviluppato una teoria quantistica della coscienza, affermando che le anime sono contenute all’interno di strutture chiamate microtubuli che vivono all’interno delle cellule cerebrali (neuroni).

L’anima sarebbe composta da prodotti chimici quantistici, che nel momento della morte fuggono dal sistema nervoso per entrare l’universo.

La loro idea nasce dal concetto del cervello visto come un computer biologico.

La coscienza sarebbe una sorta di programma per contenuti quantistici nel cervello, che persiste nel mondo dopo la morte di una persona.

Le anime degli esseri umani sarebbero perciò molto più che la semplice interazione dei neuroni nel cervello: sarebbero della stessa sostanza dell’universo ed esisterebbero sin dall’inizio dei tempi.

Il dottor Hameroff, professore emerito nel Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia, nonché Direttore del Centro di Studi sulla Coscienza dell’Università dell’Arizona, ha basato gran parte della sua ricerca negli ultimi decenni nel campo della meccanica quantistica, dedicandosi allo studio della coscienza. Con il fisico inglese Roger lavora sulla teoria dell’anima come composto quantistico dal 1996.

I due studiosi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato degli effetti di gravità quantistica all’interno dei microtubuli.

In una esperienza di pre-morte i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni contenute in essi non vengono distrutte. In parole povere, l’anima non muore ma torna l’universo.

Con la morte, “il cuore smette di ba***re, il sangue non scorre, i microtubuli perdono il loro stato quantico”, ha detto il dottor Hameroff.

L’informazione quantistica all’interno dei microtubuli non è distrutta, non può essere distrutta, si distribuisce soltanto e si dissipa nell’universo in generale, ha aggiunto.

Se colui che ha avuto un’esperienza di pre-morte risuscita, rivive, questa informazione quantistica può tornare nei microtubuli.

In caso di morte è possibile che questa informazione quantistica possa esistere al di fuori del corpo a tempo indeterminato, come anima.

Il dottor Hameroff dice che gli effetti quantistici, che svolgono un ruolo in molti processi biologici come l’odore, la navigazione degli uccelli o il processo di fotosintesi, stanno cominciando a convalidare la sua teoria.

💜
Fonte: Il sapere e’ potere

02/02/2026

Il dolore da solo non diventa trauma. A renderlo tale è spesso la solitudine in cui lo viviamo 💔
Quando manca qualcuno che ci guardi con comprensione, che ci ascolti senza giudicare, il peso delle emozioni resta incastrato nel corpo e nella mente.

La relazione terapeutica è proprio questo: uno spazio sicuro, accogliente, dove il trauma può finalmente essere visto, sentito, narrato. Un luogo dove ciò che è stato congelato nel tempo può tornare a muoversi.

Nel percorso EMDR il terapeuta non è solo un tecnico, ma un testimone presente e attento.
È insieme al paziente che si affrontano i ricordi dolorosi, per liberarli dal passato e permettere alla guarigione di iniziare.

02/02/2026

Il dolore si tramanda in famiglia
di generazione in generazione, finché non arriva qualcuno che ha il coraggio di sentirlo fino in fondo. Per molti di noi il vero trauma generazionale è l'evitamento.
Veniamo da famiglie che si comportano come se non fosse mai successo nulla. Da genitori che facevano finta di nulla, come se certe parole non fossero mai state dette, come se certi gesti non fossero mai accaduti.
Ma prima o poi nasce un bambino il cui compito è sentire tutto.
Sono loro i nati con il dono del sentire. Nati per vedere ciò che
gli altri hanno ignorato. Per dare voce a un dolore che non è solo
loro, ma che aspetta da generazioni di essere ascoltato.
E chi nasce con questo dono lo sa: non si può guarire un dolore
che ci si rifiuta di sentire. Significa restare con quello che c'è,
anche quando non ha un nome preciso. Lasciare che la rabbia, la
tristezza e la paura si mostrino, invece di nasconderle ancora.
È doloroso, ma poi qualcosa cambia. Perché è proprio lì che
inizia la guarigione: dal momento in cui smetti di fuggire da te.
Stephi Wagner

02/02/2026

«Essere disposti a cambiare è da persone intelligenti.
L'inconscio governa la nostra vita, e l'inconscio è formato dalle nostre credenze, molte delle quali sono false anche se le diamo per certe. Avere un atteggiamento di apertura verso tutto e tutti ci mette in migliori condizioni per continuare a crescere. Come già diceva Keynes, «la cosa più difficile al mondo non è che la gente accetti nuove idee, ma che dimentichi quelle vecchie»; qualcosa di simile a quello che pensava Goethe: «Stai attento a ciò che impari perché non potrai dimenticarlo». Essere aperti al «disimparare» è assolutamente imprescindibile affinché il vero apprendimento abbia luogo. Molte volte, ciò che pensiamo di conoscere è ciò che realmente ci impedisce di imparare».

Bertrand Arthur William Russell

25/01/2026
Un tema su cui riflettere ampiamente….
24/01/2026

Un tema su cui riflettere ampiamente….

Nel 1973, otto persone perfettamente sane varcarono le porte di diversi ospedali psichiatrici negli Stati Uniti. Non erano malate. Ma nessuno, all’interno di quelle mura, riuscì a vederlo.

Era un esperimento. Uno degli esperimenti più sconvolgenti della storia della psichiatria. Ideato dallo psicologo David Rosenhan, iniziava con una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: è davvero possibile distinguere in modo affidabile la sanità mentale dalla malattia mentale?

Per scoprirlo, Rosenhan reclutò otto pseudopazienti. Erano persone comuni: un pittore, una casalinga, un pediatra, uno studente laureato. Mentivano su una sola cosa: dicevano di sentire voci. Solo questo. Nessun comportamento bizzarro, nessuna crisi, solo tre parole udite nella mente: “vuoto”, “cavo”, “tonfo”.

Tutti vennero ricoverati. E subito dopo smisero di fingere. Si comportarono normalmente. Collaborarono. Chiesero di uscire. Non fu possibile.

Il personale non vedeva più persone, ma diagnosi. I loro gesti venivano reinterpretati attraverso la lente della malattia: scrivere appunti? Disturbo ossessivo. Stare in corridoio? Ricerca patologica di attenzione. Essere cortesi? Comportamento controllato e conforme alla patologia.

Sette di loro furono etichettati come schizofrenici. Uno come maniaco depressivo. Nessuno venne riconosciuto come sano. Nessuno.

Ma i pazienti veri se ne accorsero. Alcuni si avvicinavano e sussurravano: “Tu non sei come gli altri. Tu non dovresti stare qui”. Loro vedevano ciò che gli esperti non riuscivano a riconoscere.

Il tempo medio di degenza fu di 19 giorni. Uno rimase ricoverato per 52 giorni. Ogni giorno trascorso, una conferma: l’etichetta era più potente della realtà.

Quando Rosenhan pubblicò il suo studio — On Being Sane in Insane Places — fu un terremoto. La comunità psichiatrica esplose di rabbia. Un ospedale sfidò Rosenhan a inviare nuovi pseudopazienti: li avrebbero smascherati. Lui accettò. Nei mesi seguenti, l’ospedale identificò 41 presunti impostori. Ma Rosenhan non aveva mandato nessuno. Nessuno.

La verità era ormai chiara: le diagnosi non erano sempre basate su fatti, ma su contesto. Una volta etichettata, una persona diventava prigioniera di quella narrazione. Anche se era sana. Anche se gridava la verità.

Questo esperimento scardinò la fiducia cieca nelle etichette cliniche. Avviò riforme profonde nella diagnosi e nel trattamento delle malattie mentali. Ma soprattutto, lasciò una lezione inquietante e attualissima:

La percezione può distorcere la realtà più della follia stessa.

E spesso, l’illusione più pericolosa non è quella di chi è considerato f***e, ma di chi è convinto di avere sempre ragione.

Otto persone sane entrarono in ospedali psichiatrici nel 1973. Ne uscirono con una verità che il mondo non poté più ignorare.

22/01/2026

Fai questo respiro con me, adesso.

È Mercoledì sera. Ore 21:00. Il "Giro di Boa" della settimana è andato. Ma il tuo corpo non lo sa ancora. Probabilmente hai il respiro corto, le spalle alte e una leggera tachicardia di fondo. È l'accumulo di CO2 e cortisolo nel sangue.

Se cerchi di "calmarti con la testa" ("Dai, rilassati, non pensarci"), fallirai. La mente non controlla la mente. Ma il corpo controlla la mente. Esiste un tipo specifico di respirazione che il tuo corpo fa automaticamente quando piange o quando sta per addormentarsi. Gli scienziati (come il neurobiologo Andrew Huberman) lo chiamano Sospiro Fisiologico (Physiological Sigh). È il modo più veloce conosciuto dalla scienza per passare dallo stress alla calma in tempo reale.

Non serve pratica. Non serve essere "bravi". Funziona perché è meccanica, non mistica. Provalo subito.

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