Dott.ssa Elisa Giannetti,psicoterapeuta,terapeuta EMDR

Dott.ssa Elisa Giannetti,psicoterapeuta,terapeuta EMDR Ogni giorno sperimento la capacità delle persone di rialzarsi,reagire e andare avanti, nonostante tutto..perché la mente è più vasta del cielo..

11/04/2026

C’è uno spicchio di giovani cresciuti bene, benissimo. Figli della cultura, del pensiero critico, dei diritti civili, del rispetto per il pianeta, dell’antifascismo, delle battaglie “giuste”. Ragazzi educati a riconoscere le ingiustizie, a decostruire il potere. Assieme ai propri genitori hanno visto Kubrick, ascoltato Springsteen. Parlano il linguaggio raffinato della complessità eppure, molto spesso, a vent’anni sono già esausti. Depressi. Senza fuoco. Io stessa, diversi decenni fa, sono stata uno di questi giovani.
E allora penso che probabilmente questi ragazzi ci dimostrano che non basta sapere, essere dalla parte giusta, avere coscienza politica, sensibilità etica, gusto estetico, la battuta sarcastica pronta, il gusto della provocazione. Forse bisogna nutrire l’anima da dentro per alzarsi col sorriso la mattina. Ringraziare il creato, immaginare il magico in ogni ombra e il magnifico ad ogni sbocciare di fiore.
Jung sapeva che l’essere umano non si ammala solo per un conflitto infantile, per un trauma o per un dolore, ma anche, e soprattutto, quando perde il rapporto con il numinoso, con quella dimensione del vivere che non si lascia ridurre né dalla psicologia né tantomeno dall’ideologia, e che dà al mondo profondità, mistero, orientamento. Quell’esperienza psichica di contatto con qualcosa di più grande dell’Io, che viene vissuto come misterioso, potente, affascinante e insieme perturbante. Che permette all’Io di farsi da parte, di non sobbarcarsi in solitaria delle sorti dell’intero mondo, ma di sentirsi parte di un tutto.
Quel sacro che non ha niente a che vedere con le religioni e ha tutto a che vedere con il mistero del mondo e con la capacità di farne esperienza “viva”: incontri con sogni, visioni, simboli, opere d’arte della natura e del genio creativo umano.
Quando il simbolo numinoso muore, la vita si svuota. Quando scompare il sacro, resta spesso una libertà che non sa dove andare a parare, un io razionale, lucidissimo e disperato che si arrotola su sé stesso perso nella materialità del mondo.
Senza un oltre, senza un simbolo vivo, c’è il rischio di restare prigionieri di una nevrosi contemporanea fatta di disincanto, impotenza, angoscia senza nome. E allora forse la domanda non è solo come curare i sintomi ma piuttosto: come riaccendere quella fiammella vitale?
Ricordo che qualche anno fa attraversai anch’io un tempo buio, proprio di questo tipo. Lo chiamavo depressione. Chiesi aiuto a un caro amico, praticante buddista: “Come faccio a riaccendere la mia fiamma vitale?”. Mi rispose soltanto: “Vai al parco e guarda i bambini giocare”.
Lo feci davvero. Guardai i bambini, i cuccioli di cane, la vita che premeva ovunque senza chiedere permesso. Guardai la natura nel mutare delle stagioni, le grandi opere d’arte del passato, guardai perfino la morte attraversare le persone amate. Mi commuovevo per ogni cosa. E a poco a poco intuii che in tutto questo vive qualcosa di immensamente potente: una forza che chiama all’amore, alla compassione, alla meraviglia. Una forza che ci decentra salvandoci.
Il sacro è qui, fuori dalle appartenenze, fuori dalle ideologie (leggete Krishnamurti sulle ideologie) ma in ciò che, all’improvviso, ci strappa dal vuoto e ci restituisce al mondo. Il nouminoso del mondo è ovunque, dobbiamo solo riallenare gli occhi, e il cuore, per scorgerlo.

Silvia Boschero. Ricevo su Roma e online: 338 375 3388

10/04/2026

🧊 "Devi perdonare e lasciar andare". È la frase più abusata e dannosa che ti possano dire dopo che hai subito un torto, un tradimento o un abuso. La società idolatra il perdono. Ci hanno convinto che l'unico modo per chiudere una ferita sia assolvere chi ce l'ha inferta.

Ma c'è una verità clinica che nessuno ti dice: non hai alcun bisogno di perdonare per poter guarire. Spesso, forzarsi a perdonare prima del tempo (o perdonare chi non si è minimamente pentito) non è un atto di superiorità morale; è un "Bypass Emotivo". È la paura di sostenere la rabbia e di tracciare un confine definitivo. Ti costringi a dire "ti perdono" solo per ripristinare una finta pace.

I veri maestri della psiche sanno che il contrario dell'odio non è il perdono. Il contrario dell'odio è l'Indifferenza Clinica. Non hai bisogno di giustificare il tuo carnefice per andare avanti; devi solo smettere di finanziarlo con la tua energia.

Oggi su Apri la Mente, ti spiego come liberarti dal ricatto dell'assoluzione. Ti consegno il protocollo dell'"Amnistia Fredda" e un bisturi acustico per azzerare la tua temperatura emotiva.

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04/04/2026

🚨 UNA SCOPERTA CHE POTREBBE RISCRIVERE LA NOSTRA IDEA DEL TEMPO

I fisici hanno osservato un fenomeno che rompe l’intuizione più basilare: la retrocausalità, ovvero la possibilità che un’azione presente influenzi ciò che è accaduto prima.

Nel mondo quantistico, le regole non somigliano a quelle della vita quotidiana. Le particelle possono esistere in più stati contemporaneamente, comportarsi come onde e correlarsi a distanza. All’interno di questo quadro, alcuni esperimenti suggeriscono qualcosa di inquietante: la scelta di misurare oggi può alterare come “sembrava” essere una particella nel passato.

Non implica viaggiare nel tempo né cambiare la storia.
Ma mette in discussione l’idea di un tempo rigido e lineare.

La retrocausalità indica una realtà più interconnessa e flessibile, in cui causa ed effetto non seguono sempre l’ordine che riteniamo immutabile. In questi scenari, il passato non è un film già concluso, ma uno stato che si definisce pienamente solo quando il presente pone una domanda.

È un promemoria scomodo:
nella fisica quantistica, persino il tempo può perdere il suo ordine.

📚 Riferimenti scientifici

01/04/2026

👀 L’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) è una tecnica per il trattamento di esperienze traumatiche utilizzata all’interno di un percorso di psicoterapia, nata per desensibilizzare efficacemente i sintomi disturbanti legati ai ricordi traumatici.
Nell’Eye Movement Desensitization and Reprocessing grazie ai movimenti oculari alternati si riducono gli effetti dei sintomi che perdono la loro carica emotiva negativa (desensibilizzazione) e si riattiva il fisiologico processo di elaborazione delle informazioni (riprocessamento).

👉 Leggi la sezione dedicata all’EMDR su State of Mind, segui il link: https://www.stateofmind.it/emdr/

01/04/2026
31/03/2026

Forse quella cosa che non ha funzionato è stata in realtà la più grande benedizione che ti poteva capitare. Forse quel fallimento era in realtà un dono, forse quel rifiuto è stato il modo in cui l'esistenza ha voluto proteggerti.
E forse adesso sei esattamente dove avresti dovuto essere. Magari non riesci ancora a rendertene conto, ma un giorno quando ti guarderai indietro tutto ti apparirà chiaro. Alcune esperienze dovevano finire per permetterti di farne delle migliori, alcune cose dovevano andare in pezzi per ricomporsi in cose più grandi. Onora il viaggio che ti ha condotto fin qui, e fidati del percorso che ti aspetta, niente nella tua vita è stato un errore, ma un continuo e costante apprendimento

Manuele Dalcesti
Riflessioni

23/03/2026

Il concetto di paziente designato nasce all’interno della prospettiva sistemico-relazionale e indica il membro di una famiglia che manifesta un sintomo evidente come ansia, depressione, ritiro sociale o comportamenti problematici, ma il cui disagio non è mai un problema esclusivamente individuale, bensì l’espressione di conflitti e tensioni che attraversano l’intero sistema familiare e che rimangono spesso latenti o non verbalizzati, perché la famiglia non dispone di una modalità di comunicazione aperta o di strumenti per affrontare i contrasti in maniera diretta. Questo ruolo si origina in famiglie dove esistono conflitti persistenti tra i genitori o tra altri membri centrali, ma dove questi conflitti non possono emergere apertamente, perché il sistema tende a mantenere un equilibrio a volte disfunzionale, attraverso regole implicite contraddittorie e messaggi ambivalenti, che pongono i membri davanti a scelte impossibili, generando tensione e disagio emotivo. Il soggetto scelto come paziente designato o capro espiatorio è spesso quello più sensibile, emotivamente ricettivo e disponibile a farsi carico delle relazioni con gli altri membri, il più esposto dal punto di vista relazionale e spesso il più giovane o con un ruolo che lo mette in contatto con i conflitti non risolti, perché il sistema familiare, in maniera inconsapevole, individua chi può incarnare i sintomi e rendere visibile il conflitto senza mettere a rischio gli equilibri tra gli adulti. La funzione del paziente designato consiste nel canalizzare le tensioni del sistema nel suo sintomo e nel permettere agli altri membri di evitare il confronto diretto, mentre il sistema mantiene la sua stabilità e i conflitti restano nascosti dietro la sofferenza individuale, e la funzione degli altri membri varia a seconda del loro ruolo: il genitore coinvolto nel conflitto può mantenere distanza o rigidità, il genitore alleato può sostenere il paziente designato rinforzandone inconsapevolmente il ruolo, e gli altri membri possono osservare mediare o supportare senza modificare la struttura disfunzionale complessiva. Per uscire da questo ruolo il paziente designato può intraprendere diverse strategie, alcune delle quali richiedono consapevolezza e supporto esterno:
-riconoscere che il sintomo ha una funzione sistemica e non è un fallimento personale
-sviluppare autonomia emotiva e capacità di comunicare i propri bisogni senza assumersi la responsabilità dei conflitti altrui
stabilire confini chiari all’interno della famiglia
- imparare a rifiutare ruoli imposti dal sistema
-cercare un sostegno terapeutico sistemico che lavori sulle dinamiche familiari e sulle triangolazioni.

Gli altri membri della famiglia possono contribuire alla riduzione del ruolo di paziente designato adottando strategie che favoriscano comunicazioni trasparenti e rispettose, condividendo responsabilità emotive, evitando di scaricare tensioni su un singolo individuo, e incoraggiando l’elaborazione dei conflitti in maniera diretta senza delegarli a un membro vulnerabile, mentre la prevenzione dell’esistenza di un capro espiatorio passa attraverso la promozione di una cultura familiare in cui i bisogni di ciascun membro vengono ascoltati, la responsabilità emotiva è distribuita equamente e nessuno deve assumere il peso dei conflitti altrui per mantenere l’equilibrio del sistema. La sofferenza di un individuo è spesso la manifestazione di tensioni collettive e la liberazione e il benessere richiedono un lavoro di trasformazione sulle relazioni e sulle regole implicite della famiglia affinché nessuno debba più fungere da capro espiatorio.
G.V

Autore quadro Ashley Blanton

19/03/2026

📱 Sei stanco morto, è lunedì sera, la ragione ti urla di andare a letto, eppure continui a scorrere il feed. Perché ci auto-sabotiamo in questo modo all'inizio della settimana?

La psicologia contemporanea lo definisce "Revenge Bedtime Procrastination" (La procrastinazione serale della vendetta). Quando passi la giornata incatenato ai doveri lavorativi e familiari, arrivi a sera con la sensazione di non aver vissuto nemmeno un minuto per te stesso. Così, ti vendichi. Rifiuti di dormire per riprenderti un briciolo di libertà nel cuore della notte. Ma non stai affermando la tua autonomia; stai solo rubando ore di lucidità al tuo martedì, condannandoti a un ciclo infinito di stanchezza.

Oggi su Apri la Mente, smascheriamo questa ribellione tossica. Ti spiego come restituire autonomia alla tua giornata e ti suggerisco uno strumento acustico per accompagnare la mente verso la resa.

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16/03/2026

LA FERITA DELL'INVISIBITA': crescere senza sentirsi visti

Non tutte le ferite si formano nel trauma evidente, nel rumore, negli eventi che si possono raccontare. Alcune nascono nel silenzio e proprio per questo restano a lungo senza nome. La ferita dell’invisibilità non è legata a ciò che è stato fatto in modo esplicito, ma a ciò che è mancato in modo costante: uno sguardo che riconosce, una presenza che si accorge, un adulto che si ferma davvero a capire cosa succede dentro.

È una ferita difficile da identificare perché spesso non si accompagna a ricordi eclatanti. Non ci sono scene da ricordare, parole dure da citare, episodi da indicare come origine. C’è piuttosto una sensazione diffusa e persistente: esserci senza essere notati davvero.
Il bambino che cresce così non si sente necessariamente non amato. Si sente non visto. E questa differenza cambia tutto, perché l’amore può esserci anche senza sintonizzazione, mentre la visibilità emotiva richiede presenza, attenzione, riconoscimento.

⭐Come nasce
La ferita dell’invisibilità si costruisce lentamente, in contesti in cui il bambino impara che le sue emozioni non producono risposta o che la producono solo in modo intermittente. Non serve un ambiente esplicitamente ostile. Basta un ambiente emotivamente poco sintonizzato.

Succede quando:
l’attenzione arriva solo se il bambino crea problemi o performa
i bisogni emotivi vengono minimizzati o rimandati
l’adulto è fisicamente presente ma mentalmente altrove
la priorità è il funzionamento, non l’esperienza interna
In questi contesti il bambino apprende qualcosa di molto profondo: ciò che prova non modifica l’ambiente. E se non modifica l’ambiente, non ha valore esprimerlo.
Non è una decisione consapevole, è un adattamento relazionale e neurobiologico. Il sistema nervoso impara a ridurre l’espressione per mantenere il legame perché il legame resta la priorità assoluta dell’infanzia… e col tempo questa modalità diventa struttura.

⭐Cosa succede dentro
Il bambino invisibile non smette di sentire, smette di esprimere ciò che sente. È un passaggio fondamentale! Le emozioni restano, ma vengono contenute, compresse, spostate. Il bambino impara a osservare più che a partecipare, a intuire più che a chiedere, a leggere l’ambiente per adattarsi piuttosto che per esprimersi.
Diventa spesso molto sensibile agli stati degli altri, molto capace di anticipare reazioni, molto attento a non creare attrito. Questa competenza relazionale è preziosa, ma nasce da una rinuncia: quella alla propria visibilità.

Dentro si struttura una convinzione implicita: occupare spazio non è sicuro. Questa convinzione non si manifesta come pensiero consapevole. È un orientamento interno, un modo di stare nel mondo, un assetto del sistema nervoso che privilegia la riduzione dell’impatto personale.

⭐L’apprendimento del “non disturbare”
Il messaggio che si consolida è semplice e potente: non disturbare, non chiedere, non occupare troppo spazio. Non perché qualcuno lo abbia detto esplicitamente, ma perché l’ambiente lo ha insegnato attraverso la mancanza di risposta.

Il bambino impara a:
rimandare i bisogni
auto-regolarsi troppo presto
gestire da solo ciò che sarebbe da condividere
non aspettarsi contenimento
È una forma di autonomia apparente. In realtà è una solitudine precoce. Quando questo schema si stabilizza, diventa il modo naturale di funzionare. Non si percepisce come rinuncia, ma come normalità.

⭐L’adulto che non occupa spazio
Da adulti, la ferita dell’invisibilità non appare come debolezza evidente. Si presenta sotto forma di funzionamento efficiente. Persone affidabili, presenti, attente agli altri. Persone che difficilmente chiedono, che sanno gestire, che tengono insieme relazioni, lavoro, responsabilità. Ma dietro questa competenza c’è spesso una difficoltà a riconoscere il proprio diritto all’attenzione.

Si manifesta in molti modi:
minimizzare ciò che si prova
giustificarsi quando si esprime un bisogno
sentirsi in difetto nel ricevere cura
fare fatica a dire “questa cosa per me conta”
Non è mancanza di autostima in senso superficiale. È un assetto interno costruito sulla riduzione della propria presenza emotiva.

⭐Relazioni e invisibilità
Questa ferita entra nelle relazioni in modo silenzioso ma potente. Non guida scelte consapevoli, ma orienta ciò che appare familiare. Chi è cresciuto invisibile tende a sentirsi a proprio agio in dinamiche in cui continua a non essere visto davvero. Non perché lo desideri, ma perché il sistema riconosce ciò che conosce.

Può accadere di:
scegliere partner emotivamente poco disponibili
accettare relazioni sbilanciate
assumere ruoli di sostegno senza ricevere contenimento
evitare il conflitto per paura di “pesare”
Il paradosso è che, quando qualcuno vede davvero, può emergere disagio. Essere visti espone, rende vulnerabili, attiva emozioni non familiari.

L’invisibilità non è solo un’esperienza psicologica. È anche corporea.
Il corpo apprende a ridursi, a contenersi, a non attirare attenzione. Questo si traduce spesso in segnali sottili ma persistenti:
voce bassa o trattenuta
postura raccolta
movimenti misurati
difficoltà a occupare spazio fisico
Non è timidezza nel senso comune. È memoria implicita. Il corpo porta l’apprendimento di anni in cui esporsi non produceva risposta o produceva disagio nell’ambiente. Il sistema nervoso preferisce la discrezione alla presenza.

⭐Quando la visibilità fa paura
Una delle fasi più delicate è quella in cui la persona inizia a rendersi conto di questa dinamica. Non è immediatamente liberatoria. Spesso è destabilizzante.
Accorgersi di non essersi mai sentiti davvero visti può generare tristezza, rabbia, senso di vuoto. Può emergere una domanda difficile: se non sono stato visto, chi sono davvero? E insieme può nascere una paura: se inizio a mostrarmi, cosa accadrà alle relazioni? Sarò accettato? O perderò il legame? Questa ambivalenza è normale. È il segnale che il sistema sta uscendo da un adattamento antico.

⭐Il punto di svolta
La trasformazione non passa dal diventare più visibili agli altri. Passa dal diventare visibili a sé stessi. È un cambiamento interno prima che relazionale. Inizia quando si comincia a:
riconoscere ciò che si prova senza ridimensionarlo
dare valore ai bisogni senza giudicarli
restare in contatto con sé anche quando l’altro non risponde
smettere di ridursi automaticamente
All’inizio è faticoso. Possono emergere senso di colpa e vergogna. Sono residui dell’apprendimento precoce. Il sistema nervoso sta imparando una cosa nuova: esistere senza doversi comprimere.

⭐Piccoli segnali di cambiamento
La guarigione da questa ferita non è spettacolare. Non produce gesti eclatanti. Si manifesta in movimenti sottili ma profondi.
Dire che qualcosa è importante per sé.
Accettare attenzione senza ridimensionarla.
Non giustificarsi continuamente.
Restare presenti quando qualcuno si avvicina davvero.
Sono segnali minimi all’esterno, ma enormi all’interno. Perché indicano che la persona sta occupando spazio emotivo per la prima volta.

⭐Essere visti davvero
A un certo punto accade qualcosa di diverso. Non perché gli altri cambiano improvvisamente, ma perché cambia la posizione interna. Quando inizi a riconoscerti, a darti valore, a considerare legittimo ciò che provi, anche lo sguardo degli altri diventa più accessibile. Non lo cerchi più per esistere. Lo incontri.
Non hai più bisogno di sparire per mantenere il legame. Puoi restare. E restare è il gesto più difficile per chi è cresciuto invisibile. Restare quando qualcuno si accorge. Restare quando vieni chiamato. Restare quando lo spazio si apre. È lì che la ferita smette di guidare la direzione della vita.

⭐La ferita dell’invisibilità è una delle più diffuse e meno riconosciute
Non lascia segni evidenti, ma modella profondamente il modo in cui ci relazioniamo, chiediamo, amiamo, lavoriamo, esistiamo. Chi cresce senza sentirsi visto impara a sopravvivere adattandosi, riducendosi, funzionando. Ma dentro resta una tensione silenziosa: il desiderio di essere riconosciuti per ciò che si è, non per ciò che si fa.
Il percorso non consiste nel diventare più visibili a tutti i costi, ma nel costruire una presenza interna solida. Nel dare finalmente spazio a ciò che per anni è rimasto sullo sfondo. Nel riconoscere che esistere non è disturbare, chiedere non è pesare, mostrarsi non è rischiare il legame.
Gli studi sul funzionamento emotivo e relazionale mostrano che quando una persona inizia a riconoscere e legittimare la propria esperienza interna, cambiano anche i pattern relazionali, la regolazione affettiva e il modo in cui il sistema nervoso gestisce la prossimità e la distanza. Non è solo una trasformazione psicologica. È un riequilibrio profondo.

Questo è il lavoro più delicato e più potente: tornare a vedersi.
Perché la vera svolta non è diventare qualcun altro. È smettere di sparire. È permettersi di esistere con tutto ciò che si è, anche quando non è perfetto, anche quando è fragile, anche quando chiede spazio. Ed è da lì che, lentamente, la vita cambia direzione. Non perché il mondo diventa improvvisamente più semplice, ma perché finalmente c’è qualcuno che non si perde più: tu.

Dottoressa Ana Maria Sepe

Condivido pienamente…
15/03/2026

Condivido pienamente…

Il motivo più importante per camminare in natura non è l'esercizio — è quello che succede a voi mentre lo fate.

Non serve una montagna o un sentiero impegnativo per sentirsi meglio. Basta camminare tra alberi, anche in un parco urbano. I neuroscienziati lo chiamano "soft fascination" e studiano da decenni cosa succede al cervello durante una camminata verde: l'attività della corteccia prefrontale si riduce del 16%, il network neurale di default si riattiva, la creatività aumenta del 50%.

Ma non serve un bosco selvaggio. Funziona anche il parco sotto casa. Funziona il viale alberato. Funziona il sentiero sterrato dove andate la domenica mattina. La chiave non è la distanza — è l'ambiente naturale: il movimento del corpo, il canto degli uccelli, la luce filtrata tra le foglie, il terreno irregolare sotto i piedi. Il cervello si sposta dalla modalità "task e prestazione" alla modalità "vagare e connettere".

Gli escursionisti lo sanno da sempre senza bisogno di studi. C'è un motivo per cui dopo un'ora di cammino tra alberi tornate con idee nuove e problemi risolti — e non è mistico, è neuroplastico.

Chi ha un sentiero vicino casa ha un lusso che non si compra: un posto dove il corpo si muove, gli occhi guardano lontano e i pensieri si riorganizzano. Chi cammina anche solo 20 minuti tra il verde ha comunque quel reset neurale — e funziona lo stesso 🌲🚶‍♀️🧠

Indirizzo

Forlì
47121

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