Intenzioni in Azione

Intenzioni in Azione Coaching and Counseling

Alessia ha 26 anni.Lavora nell’estetica.Crea contenuti online.Immagine, presenza, risultati.Quando mi scrive non dice:“H...
27/05/2026

Alessia ha 26 anni.
Lavora nell’estetica.
Crea contenuti online.
Immagine, presenza, risultati.
Quando mi scrive non dice:
“Ho ansia da confronto.”
Dice:
👉 “Ogni volta che apro Instagram mi sento indietro.”
Vede altre ragazze crescere.
Più follower.
Più clienti.
Più viaggi.
Più corpi perfetti.
Più vite perfette.
E dentro succede qualcosa:
👉 “Sto sbagliando tutto.”
👉 “Sono in ritardo.”
👉 “Non valgo abbastanza.”
👉 “Devo fare di più.”
Allora accelera.
Più post.
Più storie.
Più corsi.
Più lavoro.
Più presenza.
Da fuori sembra ambizione.
Dentro spesso è paura.
Il problema?
Più si confronta,
più si sente meno.
Più si sente meno,
più spinge.
Più spinge,
più si svuota.
Ed ecco il burnout travestito da motivazione.
A un certo punto mi dice:
👉 “Non mi fermo mai… ma non mi sento mai abbastanza.”
Ed è lì il nodo.
Non aveva un problema di produttività.
Aveva il sistema nervoso nutrito a confronto continuo.
Non abbiamo lavorato sugli obiettivi.
Abbiamo lavorato sulla dieta social.
Le ho dato 2 regole pratiche.
1️ Consumo intenzionale
Apri i social solo in orari scelti.
Non appena ti svegli.
Non quando sei scarica.
2️ Feed che nutre
Silenzia ciò che ti attiva male.
Segui ciò che ti ispira davvero.
Non tutto ciò che attira attenzione
merita spazio nella tua mente.
All’inizio le sembra poco.
Poi succede qualcosa:
• meno ansia
• più energia
• più lucidità
• contenuti migliori
• meno corsa interna
Dopo qualche settimana mi scrive:
👉 “Creo meglio da calma
che da confronto.”
E questa è la svolta.
Non ti esaurisce il lavoro.
Ti esaurisce lavorare
sentendoti sempre indietro.
La pace non nasce quando vinci il confronto.
Nasce quando smetti di viverci dentro.
Il confronto ti svuota, la centratura ti fa crescere.

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Elisa ha 19 anni.Studentessa.Prima relazione seria.Primo amore che conta davvero.Quando mi scrive non dice:“Ho ansia d’a...
23/05/2026

Elisa ha 19 anni.
Studentessa.
Prima relazione seria.
Primo amore che conta davvero.
Quando mi scrive non dice:
“Ho ansia d’abbandono.”
Dice:
👉 “Quando non risponde vado nel panico.”
Un visualizzato.
Un messaggio letto dopo mezz’ora.
Una risposta più fredda.
Un “ci sentiamo dopo”.
Per altri è poco.
Per Elisa no.
Dentro succede subito qualcosa:
👉 “Si sta allontanando.”
👉 “Ha perso interesse.”
👉 “Ho fatto qualcosa di sbagliato.”
👉 “Mi lascia.”
E allora parte il riflesso.
Scrive.
“Che fai?”
“Tutto ok?”
“Perché non rispondi?”
“Sei arrabbiato?”
“Mi stai evitando?”
Poi cancella.
Riscrive.
Controlla accessi.
Rilegge chat vecchie.
Lei lo chiama bisogno di chiarezza.
Spesso è paura che cerca sedativo.
Il problema è che quei messaggi non creano vicinanza.
Creano pressione.
Lui si sente osservato.
Spinto.
Gestito emotivamente.
E più lui prende spazio…
più lei rincorre.
A un certo punto mi dice:
👉 “Lo so che esagero… ma in quel momento è più forte di me.”
Ed è lì il nodo.
Non aveva un problema di amore.
Aveva un sistema di attaccamento in allarme.
Non abbiamo lavorato sui messaggi.
Abbiamo lavorato su ciò che succede prima.
Le ho dato una pratica semplice:
1 pausa prima di scrivere
Quando senti l’impulso:
Fermati 10 minuti.
Niente chat.
Niente controllo online.
Poi fai 3 cose:
1. Nomina cosa senti
👉 “Ho paura che si allontani.”
2. Regola il corpo
Respira.
Cammina.
Bevi acqua.
Muoviti.
3. Fatti una domanda
👉 Voglio comunicare… o calmarmi?
Se vuoi calmarti, non scrivere ancora.
All’inizio sembra impossibile.
Poi succede qualcosa.
Meno compulsione.
Più lucidità.
Messaggi più puliti.
Meno rincorsa.
Dopo qualche settimana mi scrive:
👉 “La paura arriva ancora…
ma non preme più invio al posto mio.”
E questa è la svolta.
L’amore non si perde in mezz’ora di silenzio.
Ma puoi soffocarlo se usi l’altro per regolare ogni tua ansia.
La fiducia nasce quando impari a calmarti…
senza inseguire.

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Riccardo ha 29 anni.Fa il commerciale.Quando mi scrive non dice:“Ho paura del rifiuto.”Dice:👉 “Rimando sempre le chiamat...
20/05/2026

Riccardo ha 29 anni.

Fa il commerciale.

Quando mi scrive non dice:
“Ho paura del rifiuto.”

Dice:

👉 “Rimando sempre le chiamate difficili.”

Lead da ricontattare.
Clienti freddi.
Preventivi senza risposta.
Follow-up da fare.

Li guarda.
Ci pensa.
Li sposta a domani.

Nel frattempo fa altro:

• sistema file
• controlla mail
• organizza agenda

Sembra produttività.
Spesso è evitamento elegante.

Perché dentro succede questo:

👉 se mi dice no = non piaccio
👉 se non risponde = non valgo abbastanza
👉 se rifiuta = ho sbagliato io

Il problema non è la chiamata.
È il significato che le dà.

Così ogni contatto diventa esame.
Ogni silenzio diventa giudizio.
Ogni no diventa ferita.

A un certo punto mi dice:

👉 “Quando rifiutano, ci resto male come fosse personale.”

Ed è lì il nodo.

Non aveva un problema di vendita.
Aveva un problema di identità confusa col risultato.

Non abbiamo lavorato sullo script.
Abbiamo lavorato sul reframe.

Gli ho dato una frase semplice:

Rifiuto = dato, non sentenza

Un no può significare:

• non è il momento
• non c’è budget
• non c’è bisogno
• non hai parlato con il decisore
• timing sbagliato

Non significa automaticamente:

👉 “Tu non vali.”

Poi una regola pratica:

Conta le azioni, non gli esiti

Ogni giorno segna:

• chiamate fatte
• follow-up inviati
• conversazioni aperte

Non quanti sì.

Perché controlli il gesto,
non la risposta.

All’inizio fa fatica.
Ogni no punge ancora.

Poi succede qualcosa:

• chiama di più
• personalizza meno il rifiuto
• regge meglio il silenzio

Dopo qualche settimana mi scrive:

👉 “I no ci sono ancora…
ma non li uso più contro di me.”

E questa è la svolta.

L’autostima non cresce
quando tutti ti dicono sì.

Cresce quando un no
non decide chi sei.

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Roberto ha 45 anni.Secondo matrimonio.Una nuova relazione.Una donna presente, affettuosa, disponibile.Quando mi contatta...
16/05/2026

Roberto ha 45 anni.
Secondo matrimonio.
Una nuova relazione.
Una donna presente, affettuosa, disponibile.
Quando mi contatta non dice:
“Ho paura di rivivere il passato.”
Dice:
👉 “Quando cambia tono… mi insospettisco.”
Un messaggio letto e non risposto subito.
Un sorriso al telefono.
Un ritardo banale.
Un dettaglio che non torna.
E dentro si attiva tutto.
Perché Roberto una ferita se la porta addosso.
Tradimenti passati.
Bugie scoperte tardi.
Fiducia data… e rotta.
Così oggi il presente paga il conto del passato.
E allora parte il copione:
👉 “Chi era?”
👉 “Perché non hai risposto?”
👉 “Come mai eri fredda?”
👉 “Fammi capire bene.”
Lui lo chiama chiarezza.
Spesso è interrogatorio travestito.
Il problema è che non cerca davvero informazioni.
Cerca sollievo.
Vuole calmare l’ansia controllando.
Ma ogni domanda fatta da paura produce due effetti:
• lui si calma per pochi minuti
• l’altra si sente sotto esame
E lentamente succede una cosa pericolosa.
La partner si spegne.
Parla meno.
Racconta meno.
Evita temi inutili.
Misura le parole.
Non perché nasconde.
Perché si protegge.
A un certo punto Roberto mi dice:
👉 “Non capisco perché ora mi racconta meno cose.”
Ed è lì il nodo.
Non aveva un problema di trasparenza.
Aveva un trauma relazionale ancora attivo.
Non abbiamo lavorato su di lei.
Abbiamo lavorato su cosa succedeva in lui prima della domanda.
Gli ho dato tre passaggi.
1. Riconosci il trigger
“Mi sono attivato.”
Non significa: è colpevole.
Significa: si è mosso il mio passato.
2. Ferma l’interrogatorio
Prima di chiedere:
👉 sto cercando verità… o sollievo?
3. Sostituisci controllo con vulnerabilità
Invece di:
“Chi ti scriveva?”
Dire:
👉 “Mi sono sentito insicuro adesso. Ho bisogno di rassicurazione.”
All’inizio gli sembra debolezza.
Poi succede qualcosa.
Meno tensione.
Più sincerità.
Più vicinanza spontanea.
Dopo qualche mese mi scrive:
👉 “Non è sparita la paura…
ma non la faccio più guidare.”
E questa è la svolta.
Le domande fatte dalla paura non costruiscono fiducia.
La consumano.
La fiducia vera nasce quando curi la ferita…
non quando interroghi chi ami.

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Valentina ha 31 anni.Insegna.Quando mi scrive non dice:“Ho l’ansia.”Dice:👉 “La scuola mi segue fino a casa.”Correzioni d...
13/05/2026

Valentina ha 31 anni.

Insegna.

Quando mi scrive non dice:
“Ho l’ansia.”

Dice:

👉 “La scuola mi segue fino a casa.”

Correzioni da finire.
Messaggi dei genitori.
Pensieri sugli alunni.
Riunioni da ricordare.
Cose da preparare per domani.

Esce da scuola…
ma la scuola non esce da lei.

Arriva a casa col corpo presente
e la testa ancora lì.

Mangia pensando a domani.
Parla distratta.
Non riposa davvero.

La sera è stanca… ma attivata.

E più prova a rilassarsi,
più sente di non riuscirci.

A un certo punto mi dice:

👉 “Non stacco mai.”

Ed è lì il punto.

Non aveva solo ansia.
Aveva zero decompressione.

Perché molte persone non entrano a casa.
Trascinano dentro tutto il giorno.

Non abbiamo lavorato sull’ansia.
Abbiamo lavorato sul confine mentale.

Le ho dato un rituale semplice:

“Chiudo la giornata” – 7 minuti

Appena rientri.

1 minuto

Scrivi tutto ciò che è rimasto aperto:

• cose da fare
• pensieri
• preoccupazioni

3 minuti

Dividi in due colonne:

👉 Domani posso agire
👉 Oggi non posso farci nulla

2 minuti

Fai un gesto fisico di chiusura:

• chiudi agenda
• spegni notifiche
• lavi le mani
• cambi vestiti

1 minuto

Una frase finale:

👉 “Per oggi basta così.”

Sembra banale.
Non lo è.

Per il cervello i rituali segnano passaggi.

Dopo qualche settimana mi scrive:

👉 “La scuola c’è ancora…
ma non invade più tutta la casa.”

E questa è la svolta.

La calma non arriva solo
quando hai meno cose da fare.

Arriva quando sai
dove finisce la giornata.

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Aisha ha 28 anni.Vive una relazione importante.Una relazione bella. Vera. Presente.Ma complessa.Perché non riguarda solo...
09/05/2026

Aisha ha 28 anni.
Vive una relazione importante.
Una relazione bella. Vera. Presente.
Ma complessa.
Perché non riguarda solo due persone.
Quando mi scrive non dice:
“Ho un problema con i confini.”
Dice:
👉 “Mi sento divisa tra chi amo e la mia famiglia.”
Aisha vive una coppia interculturale.
Con valori diversi.
Tradizioni diverse.
Aspettative diverse.
E sopra tutto questo…
pressioni silenziose.
Domande insistenti.
Giudizi velati.
Frasi dette “per il tuo bene”.
Aspettative religiose.
Paura del giudizio della comunità.
Così succede una cosa frequente.
Inizia a filtrare tutto.
Non dice tutto a casa.
Non dice tutto al partner.
Nasconde tensioni.
Addolcisce realtà.
Evita discussioni.
Sembra equilibrio.
Spesso è logoramento.
Perché quando vivi nel mezzo troppo a lungo:
👉 ti allontani da tutti
👉 ti senti in colpa con tutti
👉 non appartieni più a nessun luogo
A un certo punto mi dice:
👉 “Mi sembra di tradire sempre qualcuno.”
Ed è lì il nodo.
Non aveva solo un problema familiare.
Aveva confini troppo fragili.
Non abbiamo lavorato sulla famiglia.
Abbiamo lavorato sulla sua posizione interna.
Le ho dato 2 regole e 1 frase.
REGOLA 1
Non spiegare tutto a tutti.
Non tutto ciò che vivi deve essere approvato per essere legittimo.
REGOLA 2
Proteggi la coppia dagli ingressi continui.
Ogni opinione esterna non merita accesso diretto alla relazione.
FRASE CHIAVE
👉 “Capisco il vostro punto di vista.
La scelta però spetta a me.”
Breve. Ferma. Senza guerra.
All’inizio trema a dirla.
Poi succede qualcosa.
Meno bugie.
Meno doppie vite.
Meno colpa.
Più chiarezza.
Più pace.
Più vicinanza col partner.
Dopo qualche tempo mi scrive:
👉 “La famiglia non è cambiata…
ma io sì.”
E questa è la svolta.
I confini non servono a punire chi ami.
Servono a non perdere te stessa mentre ami.

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Stefano ha 38 anni.Lavora. È papà.Corre tutto il giorno.Quando mi scrive non dice:“Sto andando in sovraccarico.”Dice:👉 “...
06/05/2026

Stefano ha 38 anni.

Lavora. È papà.
Corre tutto il giorno.

Quando mi scrive non dice:
“Sto andando in sovraccarico.”

Dice:

👉 “Esplodo per stupidaggini.”

Un bicchiere lasciato sul tavolo.
Un ritardo di 10 minuti.
Un tono sbagliato.
I bambini che urlano.

E scatta.

• voce alta
• chiusura
• freddo
• nervosismo

Poi arriva sempre lui:

👉 senso di colpa.

Perché Stefano non è arrabbiato con la famiglia.
È saturo.

Il punto è che dentro ripete una frase pericolosa:

👉 “Faccio tutto io.”

Magari non è oggettivamente vera.
Ma dentro di lui pesa come se lo fosse.

E quando vivi così, ogni piccola cosa sembra conferma:

👉 “Vedi? Devo pensarci sempre io.”

A un certo punto mi dice:

👉 “Non voglio essere questo padre.
Non voglio essere questo compagno.”

Ed è lì il nodo.

Non abbiamo lavorato sulla rabbia.
Abbiamo lavorato sul carico invisibile.

Perché molte coppie non litigano per amore finito.
Litigano per accumulo non espresso.

Gli ho dato uno strumento semplice:

Check-in di coppia: 7 minuti

Ogni sera.
Timer acceso.

3 minuti tu

Rispondi solo a questo:

👉 Come sto davvero oggi?

3 minuti l’altro

Stessa domanda.

1 minuto insieme

👉 Cosa ci serve domani per stare meglio?

Regola chiave

• non si risolvono problemi
• non ci si difende
• non si processa nessuno

Solo aggiornamento emotivo.

All’inizio sembra banale.
Poi succede qualcosa:

• meno accumulo
• meno interpretazioni
• meno esplosioni

Dopo qualche settimana mi scrive:

👉 “Non è che faccio meno cose…
ma non mi sento più solo dentro.”

E questa è la svolta.

La coppia non si rompe per i piatti.
Si logora quando nessuno sa più come sta l’altro.

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Matteo ha 32 anni.Sportivo amatoriale. Allenamento costante, gare, obiettivi.Quando mi scrive non dice:“Lego il mio valo...
02/05/2026

Matteo ha 32 anni.
Sportivo amatoriale. Allenamento costante, gare, obiettivi.
Quando mi scrive non dice:
“Lego il mio valore alla performance.”
Dice:
👉 “Quando perdo… mi chiudo.”
E chi gli sta accanto lo sente.
Per Matteo lo sport non è solo sport.
È identità.
È misura di sé.
👉 Vinci → “valgo”
👉 Perdi → “qualcosa non va in me”
Il problema è che questa logica
non resta in campo.
Entra in casa.
Dopo una gara andata male succede sempre lo stesso schema:
• parla meno
• si isola
• diventa freddo
• evita il contatto
Non è rabbia verso l’altro.
È distanza da sé stesso.
Il partner lo percepisce.
Ma non capisce.
E allora fa quello che fanno in tanti:
👉 si adatta
• evita certi temi
• pesa le parole
• “non lo disturbo”
• aspetta che gli passi
👉 Cammina sulle uova.
E lì succede il secondo problema.
Più Matteo si chiude…
più l’altro si trattiene.
Più l’altro si trattiene…
più la relazione si svuota.
A un certo punto Matteo mi dice:
“Quando perdo non ho voglia di vedere nessuno.”
E io gli ho detto una cosa semplice:
👉 “Capisco. Ma sparire ha un costo.”
Perché per te è protezione.
Per chi ti sta accanto è distanza.
E lì abbiamo fatto il passaggio.
Non lavorare sulla sconfitta.
Ma su cosa succede dopo.
Gli ho dato una regola chiara:
👉 “Quando perdi, non sparire. Resta visibile.”
Non significa fare finta di stare bene.
Significa restare in relazione anche quando stai male.
Due passaggi pratici:
1️ Dare un nome invece di chiudersi
Non silenzio.
Ma:
“Oggi sono giù. Non è per te. Ho bisogno di un po’ di tempo… ma resto qui.”
Questo cambia tutto.
Perché l’altro non si sente escluso.
2️ Micro-connessione, non performance
Non serve “essere al top”.
Serve restare agganciati.
• stare sul divano insieme
• parlare poco ma esserci
• contatto semplice
Presenza, non prestazione.
All’inizio Matteo fatica.
Perché nella sua testa vale ancora:
“Se non sto bene, meglio sparire.”
Poi però succede qualcosa.
Resta.
Comunica.
Non si chiude del tutto.
E il partner smette di camminare sulle uova.
Dopo pochi mesi mi dice:
“Perdo ancora… ma non sparisco più.”
E questa è la svolta.
L’autostima non è non soffrire quando perdi.
È non smettere di esistere quando succede.
E nella coppia questo pesa tantissimo.
Perché l’intimità non cresce quando vinci.
Cresce quando resti anche nei momenti in cui vorresti chiuderti.

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Federica ha 24 anni.Primo lavoro. Prime vere responsabilità.E una relazione che, all’inizio, sembrava leggera… semplice…...
29/04/2026

Federica ha 24 anni.
Primo lavoro. Prime vere responsabilità.
E una relazione che, all’inizio, sembrava leggera… semplice… naturale.
Quando mi scrive non dice:
“Ho paura di essere abbandonata.”
Dice:
“Litighiamo sempre per messaggi.”
Visualizzato.
Risposta dopo un’ora.
Risposta più fredda del solito.
Un “ok” al posto di una frase.
E lì parte tutto.
Federica sente il vuoto arrivare prima ancora che succeda qualcosa.
E prova a riempirlo subito.
Scrive.
Poi riscrive.
Poi aggiunge:
“Ho detto qualcosa che non va?”
“Sei strano.”
“Perché non rispondi?”
All’inizio sembra bisogno di chiarezza.
Poi diventa pressione.
E più lei cerca conferme…
più l’altro si allontana.
E più lui si allontana…
più lei scrive.
Spirale perfetta.
A un certo punto mi dice:
“Lo so che esagero… ma in quel momento è più forte di me.”
Ed è vero.
Perché quello non è bisogno di parlare.
È paura che si attiva.
Non stai scrivendo per comunicare.
Stai scrivendo per calmarti.
Ma il problema è che usi l’altra persona come regolatore emotivo.
E questo, alla lunga, rompe.
Allora non abbiamo lavorato sui messaggi.
Abbiamo lavorato su quello che succede prima.
Le ho dato una cosa semplice.
Ma scomoda.
La pausa prima di scrivere.
Regola chiara:
quando senti l’impulso di scrivere subito…
non scrivi.
Aspetti.
Non per “fare il gioco”.
Ma per tornare dentro.
3 passi:
1️ Nomina quello che senti
“Ho paura che si stia allontanando.”
2️ Stai nel corpo (anche solo 2 minuti)
respira, cammina, muoviti
(non restare nel loop mentale)
3️ Scegli, non reagire
“Questo messaggio serve a comunicare… o a calmarmi?”
Se serve a calmarti → non inviarlo.
All’inizio Federica odia questa cosa.
Perché il silenzio pesa.
Ma poi succede qualcosa.
Lo spazio aumenta.
Le reazioni diminuiscono.
Le conversazioni diventano più pulite.
Dopo qualche mese mi scrive:
“Ho ancora paura…
ma ora non la scarico tutta su di lui.”
Ed è qui la svolta.
La relazione non migliora quando controlli l’altro.
Migliora quando smetti di usare l’altro per regolare te stessa.
Perché l’amore non è risposta immediata.
È presenza stabile.

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Chiara ha 38 anni.Relazione stabile, vita piena: lavoro, casa, impegni.Quando mi scrive non dice:“Il mio desiderio è cam...
25/04/2026

Chiara ha 38 anni.
Relazione stabile, vita piena: lavoro, casa, impegni.
Quando mi scrive non dice:
“Il mio desiderio è cambiato.”
Dice:
“Non ho più voglia… mi sento sbagliata.”
E già qui c’è il punto.
Non è solo calo di desiderio.
È vergogna.
Perché nella testa di Chiara succede questo:
👉 “Dovrei avere voglia”
👉 “Se non ce l’ho, ho qualcosa che non va”
E così fa quello che fanno in tanti.
Evita.
Evita il contatto.
Evita certe situazioni.
Evita anche solo di parlarne.
All’inizio sembra protezione.
Poi diventa distanza.
Il partner prova ad avvicinarsi…
e riceve segnali confusi:
• meno iniziativa
• meno risposta
• più chiusura
E dentro di lui/lei nasce un’altra storia:
👉 “Non mi desidera più”
👉 “Non sono abbastanza”
👉 “Mi sta respingendo”
E così succede il corto circuito perfetto:
• Chiara evita per non sentirsi sbagliata
• Il partner si sente rifiutato
• Nessuno parla davvero di quello che sta succedendo
👉 Silenzio + interpretazioni = distanza.
A un certo punto Chiara mi dice:
“Non voglio farlo sentire rifiutato… ma non so come dirglielo.”
Ed è lì che abbiamo lavorato.
Non sul desiderio.
Ma sulla possibilità di parlarne senza accusarsi.
Perché il problema non è “non avere voglia”.
Il problema è restare soli dentro quella cosa.
Le ho dato un passaggio semplice.
Cambiare il modo in cui entra nella conversazione.
Non:
“Non ho voglia.” (non detto = rifiuto)
Ma:
“Sto vivendo un momento in cui il mio desiderio è più basso…
e mi crea fatica. Non riguarda te.
Mi piacerebbe capirlo insieme.”
Sembra una sfumatura.
In realtà cambia tutto.
Perché:
• toglie la colpa
• apre il dialogo
• tiene dentro la relazione
Poi abbiamo fatto un secondo passo.
👉 Separare desiderio da prestazione.
Non tutto deve portare a “fare sesso”.
Può tornare:
• contatto
• vicinanza
• intimità non performativa
Perché il desiderio non torna sotto pressione.
Torna quando c’è sicurezza.
All’inizio è strano.
Scomodo.
Ma poi succede qualcosa.
Il partner smette di sentirsi rifiutato.
Chiara smette di sentirsi sbagliata.
E lo spazio cambia qualità.
Dopo un po’ mi scrive:
“Non è che è tornato tutto come prima…
ma non lo viviamo più come un problema tra noi.”
Ed è questa la svolta.
L’intimità non si rompe quando il desiderio cambia.
Si rompe quando smettiamo di parlarne.
Perché l’intimità vera
non è performance.
È verità condivisa senza paura.

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Davide ha 16 anni.Gioca in un settore giovanile.Quando mi parla non dice:“Mi sento sotto pressione.”Dice:“Se sbaglio, il...
22/04/2026

Davide ha 16 anni.
Gioca in un settore giovanile.
Quando mi parla non dice:
“Mi sento sotto pressione.”
Dice:
“Se sbaglio, il mister mi guarda… e mi sento una nullità.”
Per lui non è solo calcio.
È identità.
È valore.
È “valgo se gioco bene”.
Il problema?
Ha legato tutto a una cosa che non controlla davvero:
il giudizio dell’allenatore.
E così, prima della partita:
gambe dure
testa piena
zero lucidità
In campo non gioca per esprimersi.
Gioca per non sbagliare.
E quando giochi per non sbagliare…
di solito sbagli di più.
Dopo una partita mi dice:
“Appena sbaglio un passaggio, mi spengo.”
Ed è lì che abbiamo fatto il cambio.
Non lavorare sulla prestazione.
Ma su cosa è sotto il suo controllo.
Gli ho dato una routine pre-gara semplice.
Zero teoria. Solo pratica.
Routine pre-gara:
1️ Due cose che controlli
come entri in campo (energia, atteggiamento)
la prima giocata semplice (non la più bella, la più pulita)
2️ Una cosa che NON controlli
il giudizio del mister
3 Reset mentale (quando sbagli)
parola chiave + gesto breve (es. “next” + battito mani)
respiri, resetti e torni sulla prossima azione

Questo è il pezzo che cambia tutto:
non evitare l’errore… ma non restarci dentro.
Così la routine è completa:
• entro bene
• accetto cosa non controllo
• mi riprendo subito quando sbaglio
E lì inizi davvero a giocare.
“Se metti il tuo valore in qualcosa che non controlli, sei sempre in balia.”
Dopo qualche settimana mi scrive:
“Il mister è sempre lui…
ma io in campo ci sto meglio.”
E questa è la svolta.
Non giochi meglio quando smetti di avere pressione.
Giochi meglio quando smetti di far dipendere il tuo valore da quella pressione.

Dopo qualche mese finalmente Davide mi dice: quando entro in campo, gioco e MI DIVERTO !”

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Indirizzo

Via F. Lavanga, 130
Formia
04023

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