13/04/2026
Vi racconto una storia. Negli anni dell’università, più di 15 anni fa, molti professori ci dicevano che la migliore “dieta” era quella dettagliata, divisa per giorni e settimane, con quantità precise di alimenti per rispettare rigidamente le quantità bromatologiche di nutrienti ed energia per il paziente; insomma un manuale di almeno 20-30 pagine di cosa la persona potesse mangiare, di come abbinare, di quanto mangiare, di quando mangiare.
A quel tempo ero solo una studentessa bramosa di “sapere” e ci credetti (“chi meglio dei professori poteva sapere cosa fosse meglio per il paziente?”) anche se sentivo che qualcosa non si allineava con i miei valori.
Solo una volta laureata e fiondata nel mondo del lavoro capii che “prescrivere/ordinare” di seguire uno schema alimentare rigido ai pazienti non era utile. Dalla pratica quotidiana imparai, ben presto, che quel manuale di 20-30 pagine di regole alimentari non era realisticamente fattibile ed eseguibile per molto tempo e fu così che, intuitivamente, decisi che non sarebbe stato il mio metodo di lavoro; compatibilmente ai fabbisogni di energia e nutrienti e alla presenza o meno di patologie, decisi di lasciare la massima libertà di scelta al paziente.
Con gli anni questa scelta mi ha sempre ripagata.
Il ruolo del dietista non dovrebbe essere quello di imporre schemi dietetici rigidi ma quello di accompagnare la persona nell’esplorazione di un rapporto più intuitivo e libero nei confronti del cibo rendendolo parte attiva nel percorso di crescita e nella scoperta di una sua identità alimentare.
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